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Giacomo Leopardi

Vita
• Nasce il 29-06-1798 dal conte Monaldo ed Adelaide di Recanati.il padre era un uomo colto e aveva una grandissima biblioteca. L.cresce in un ambiente bigotto e reazionario,privo d’affetto e confidenze.
• L. si chiude per sette anni nella biblioteca paterna conducendo ritmi di studio frenetici che resero sempre più precaria la sua salute.tradusse classici greci e latini poi compose opere di compilazione erudita.
• 1815-16 attua la conversione “dall’erudizione al bello”legge le opere dei contemporanei e viene a contatto con la cultura romantica.momento fondamentale della sua vita fu in questo periodo l’incontro con Giordani. Quest’apertura verso il mondo esterno gli rende insostenibile l’atmosfera della sua casa.
• 1819-1821tenta di fuggire da Recanati ma viene scoperto. Totale stato di aridità e prostrazione. Questa crisi segna il passaggio “dal bello al vero” dalla poesia di immaginazione alla filosofia e alla poesia di pensiero.si infittiscono in questo periodo le note sullo Zibaldone un diario intellettuale avviato 2 anni prima.nascono gli idilli e le canzoni
• 1822 si reca a Roma ospite dallo zio Carlo Antici. l’uscita così desiderata si rivela una cocente disillusione.
• 1823 torna a Recanati e si dedica alla composizione delle operette morali:è cominciato un periodo di aridità interiore che gli preclude di scrivere versi si dedica completamente all’investigazione “dell’acerbo vero”.
• 1825-26 soggiorna a Milano e Bologna.
• 1827 vive a Firenze dove entra in contatto con il gruppo degli intellettuali della rivista ”antologia” e in particolare con Vieusseux.trascorre l’inverno tra 1827-28 a Pisa.
• 1828 a Pisa risorgono le sue facoltà del sentire e dell’immaginare nascono così i “Grandi Idilli”torna nell’inverno fra 1828-29 a Recanati poiché si sono aggravate le sue condizioni di salute.
• 1830 va a Firenze per lavoro.nuova fase della sua vita.stringe rapporti sociali più intensi e viene a contatto con le tematiche politiche sociali e culturali. Incontra Fanny Targioni Tozzetti se ne innamora ma lei lo rifiuta nasce il ciclo da canti”Aspasia” stringe poi una fraterna amicizia con Antonio Ranieri.
• 1833 si stabilisce a Napoli col Ranieri scrive “la ginestra”.
• 14-06-1837 muore.

Il pensiero

Teoria del piacere
Identifica la gioia con il piacere, l’uomo vorrebbe un piacere infinito ma è destinato ad essere eternamente infelice poiché il piacere è momentaneo e l’uomo lo assapora soltanto o nell’attesa (sabato del villaggio) o nella breve cessazione del dolore (la quiete dopo la tempesta). Il piacere infinito dunque non potendo mai essere raggiunto viene sostituito dalle illusioni e dalla varietà delle cose,ma solo il fanciullo può goderne perché la ragione spazza via anche questi ultimi appigli.da qui scaturisce il pensiero pessimistico di Leopardi.

Prima fase del Pessimismo (storico) sino al 1823
L'uomo era felice sino a quando ha avuto la possibilità di vivere in comunione con la natura vista da L. come una madre benevola che ha voluto offrire all’uomo un rimedio alla sua infelicità: l’immaginazione e le illusioni che hanno velato gli occhi all’uomo proteggendolo dalla sua misera condizione. Tuttavia il progresso ha reso l’uomo più consapevole e gli ha fatto comprendere la vanità delle sue illusioni. Gli uomini primitivi e gli antichi, più vicini alla natura, erano capaci di illudersi e quindi di essere felici perché ignoravano la loro reale infelicità. Il progresso invece ha allontanato l’uomo da questa condizione privilegiata e lo ha reso vile, calcolatore meschino ed egoista.

Seconda fase del Pessimismo (cosmico) dal 1823 al 1830-1831
E' inutile che l’uomo si illuda la ragione ci fa conoscere la vera infelicità, ci proibisce di illuderci e dimostra che la natura non è madre benevola ma “matrigna” poiché ci ha creati per il dolore e non si cura dell’uomo. Il dolore e il pessimismo sono comuni a tutti gli esseri viventi non solo all’uomo.

Terza fase del Pessimismo (eroico) dal 1832 al 1837
L'uomo non deve rinunciare alla ragione, non possiamo più illuderci che la natura sia benigna, la terra non è altro che un minuscolo punto nell’universo. L’uomo deve prendere atto della sua eterna infelicità e lottare con altri uomini contro la natura maligna pur sapendo di essere sconfitti.

La poetica

L’uomo è sempre alla ricerca del piacere infinito, ma nella realtà questo è irraggiungibile, allora può figurarsi il piacere il piacere finito mediante l’immaginazione per compensare l’infelicità della vita reale. Ciò che stimola l’immaginazione a costruire questa realtà parallela in cui l’uomo trova l’illusorio appagamento al suo bisogno di infinito è tutto ciò che è vago, indefinito, lontano ed ignoto.

Teoria della visione
E' poetico, per le idee di vago ed infinito che suscita, la vista impedita da un ostacolo, una siepe, un albero, una torre, una finestra poiché, al posto della vista che non può scorgere ciò che c’è al di là dell’ostacolo, subentra l’immaginazione e il fantastico prende il posto del reale; l’uomo così ha una doppia visione: ciò che l’occhio percepisce e ciò che la nostra mente attraverso gli occhi può percepire.

Teoria del suono
Sono poetici tutti i suoni che hanno in sé l’idea di vago indefinito e lontano o che rievocano ricordi. Un canto che a poco a poco si allontana, un canto che giunge dall’esterno all’interno di una stanza, il muggito degli armenti che echeggia, il cinguettio degli uccellini, lo stormire del vento tra le foglie.

L .dunque giunge alla conclusione che il”bello poetico” consiste nel vago e nell’indefinito e tutte le immagini suggestive sono tali perché evocano sensazioni che ci hanno affascinati da fanciulli; è poetico tutto ciò che riporta ad un ricordo.
Il vero inoltre per L. è prosastico e non deve essere soggetto della poesia poiche il vero è brutto.

Leopardi e il Romanticismo

L. prende parte alla polemica romantica e assume posizioni originali: propone i classici con uno spirito romantico (classicismo romantico) il vagheggiamento del nuovo classico è impregnato di spiriti romantici.
Pro romantici: classicismo troppo pedante ed accademico sono impensabili le rigide regole dei generi e il principio di imitazione (poiché la poesia nasce dall’animo, è il riassunto di un moto interiore);
Pro classicisti: rimprovera ai romantici l’aderenza al vero che tarpa le ali alla fantasia e la demonizzazione dei testi antichi poiché nel loro tempo anche loro sono stati romantici.

Dalla concezione L. del classicismo romantico miscelato con l’idea di vago indefinito e con la teoria delle rimembranze discende l’idea che tra le forme poetiche la migliore sia la lirica intesa come espressione dell’io e come canto e fusione del cuore.

Canzoni

Composte tra il 1818 e il 1823, sono di impianto classicista che impiegano un linguaggio aulico e con sensibili influenze di Foscolo e Alfieri. Sono inni civili e filosofici.

Canzoni civili
- All’Italia
- Sopra il monumento di Dante
- Ad Angelo Mai
- Nelle nozze della sorella Paolina
- A un vincitore nel pallone
Questi inni affrontano una tematica civile e la base del pensiero è costituita dal pessimismo storico che caratterizza le opere L.in questo momento.

Canzoni filosofiche
- Il bruto minore
- L’ultimo canto di Saffo
In entrambi gli inni i protagonisti sono due suicidi, il pessimismo storico ha una svolta. L’umanità non è infelice solo per ragioni storiche ma per condizione assoluta. Binni è presente un atteggiamento titanico di sfida verso il destino che indica un anticipazione del L. eroico dell’ultima produzione, propone una ribellione (suicidio) ad una realtà dolorosa.

L’ultimo canto di Saffo

Saffo è innamorata di Faone ma non è ricambiata a causa del suo aspetto: la natura l’ha privata della bellezza d’aspetto. Dunque si suicida gettandosi dal monte Leucade. E' emblematico che come esempio per eccellenza di infelicità sia portata una poetessa greca, infatti la miseria umana non risparmia nessuno, neppure gli antichi.
1° strofa: viene descritto un paesaggio lunare e la poetessa Saffo si rivolge al nunzio del giorno.
2° - 3° strofa: prende piede il motivo centrale dell’esclusione. La poetessa è stata esclusa dalla partecipazione alla bellezza naturale, la natura non le sorride e lei presa dallo
sconforto si domanda di che colpa si può essere macchiata prima di nascere per meritarsi tutto ciò; e dice che il dolore è comune a tutti gli uomini e tutti lo conoscono. Questa concezione di infelicità universale nasce dal fatto che L. sostituisce all’idea di una natura benigna l’idea di un fato crudele che dispensa sventure alla cieca e destina l’uomo alla sofferenza senza scampo. Gli ultimi versi vogliono sottolineare come ciò che importi non sia la virtù, ma l’aspetto esteriore (virtù non luce in disadorno manto). L. come Saffo si sente escluso dalla bellezza della natura ma tuttavia con “la poetica del non”ce la fa sognare poiché mentre nega parla di quella. De Sanctis: L. nega la bellezza, amore e la patria ma le fa comunque sognare.
4° strofa: fondamentale è l’invocazione di Saffo a Faone a cui dice di vivere felice se è possibile esserlo per un mortale. La condizione di dolore è ora allargata a tutti gli uomini mortali, se osserviamo il dolore intimo e privato di Saffo presente nelle prime strofe ora è dolore universale di tutti gli uomini mortali. Ora a Saffo di tanti sogni e illusioni non rimane che la morte perché con questo sonno eterno verrà apprezzata la sua virtù e la sua anima sarà in pace.

I piccoli idilli

Sono stati composti tra il 1819 e il 1821 le tematiche sono sempre intime ed autobiografiche, il linguaggio è colloquiale e semplice.
Negli anni precedenti aveva tradotto gli idilli pastorali del poeta greco Mosco ma nulla hanno a che fare gli idilli L. con questi. Gli idilli L. sono la rappresentazione di avventure storiche del suo animo.
- L’infinito
- Alla luna
- La sera del dì di festa
- La vita solitaria
- Il sogno

L’infinito

La poesia si divide in quattro parti:
1) vv 1-3: incipit nel reale, il poeta è sul monte Tabor seduto su un colle e il suo sguardo nell’orizzonte è ostacolato da una siepe che blocca la visuale.
2) vv 3-8: la siepe allarga la vista all’immaginazione e al surreale: il pensiero si costruisce l’idea di infinito spaziale cioè di spazi senza limiti immersi in sovraumani silenzi ed in una profondissima quiete.
3) vv 8-13: un immagine uditiva, lo stormir del vento, riporta il poeta alla realtà, quegli spazi infiniti sono oramai lontani. Se prima il poeta era stato trasportato negli spazi infiniti da un’immagine visiva del paesaggio, la siepe, ora un’immagine uditiva ha riportato il poeta alla nuda realtà.
4) vv 13-15: ancora una volta avviene il passaggio dell’io dal reale al surreale e qui dinnanzi alle immagine di infinito prova un senso di sgomento ma poi annega nell’immensità dell’infinito immaginato sino a perdere la sua identità. Questa sensazione di naufragio dell’io è piacevole, dolce. Se la coscienza rappresenta all’uomo il vero, cioè la sua necessaria infelicità, lo spegnersi della coscienza individuale procura una sensazione di piacere, garantisce una forma di felicità. Ci si pone dunque una domanda: bisogna leggere questa lirica in chiave religiosa o sensistica? Molti commentatori passati leggevano questa lirica in chiave religiosa ponendo come giustificazione il linguaggio tipico della mistica. I commentatori moderni invece preferiscono leggere la lirica in chiave sensistica poiché l’infinito non è inteso in senso ontologico ma totalmente soggettivo, creato dall’immagine dell’uomo, ed evocato a partire da sensazioni fisiche.

La sera il dì di festa

La lirica si apre con un paesaggio notturno: la luna rivela nella notte i confini delle montagne. L. qui è romantico sia nei sentimenti che esprime sia nella limpidezza dei concetti. Si rivolge alla sua donna e compie un confronto fra lui e lei; lei dopo una lunga girornata di festa dorme sognando i ragazzi a cui piacque in quel giorno e quelli che piacquero a lei,si addormenta felice senza preoccupazioni. Il poeta invece non dorme lui è escluso dalle gioie la natura ha riservato per lui il solo dolore, altro non conoscerà se non il pianto negli occhi. Poi un immagine uditiva interrompe il confronto, il canto di un artigiano che torna dopo i divertimenti del giorno di festa alla sua misera casa, e questo canto ricorda al poeta quando da bambino aspettava con ansia il dì di festa e quando questo si era concluso, come ora stava insonne ed angosciato sentendo il canto, di chi tornava alla propria casa, che poco a poco andava morendo.
Nel componimento il poeta esprime in modo forte i suoi sentimenti le sue angosce troviamo un L.autobiografico che non ritroveremo nei grandi idilli.

Operette morali

Dopo gli idilli si spegne in L. la voglia di poesia e si accende l’interesse per l’investigazione “dell’amaro vero”. Le operette morali sono prose di argomento filosofico e traendo dalle sue precedenti letture (filtro letterario) concepisce dei dialoghi in cui i suoi interlocutori sono creature immaginarie, personificazioni, personaggi mitici o famosi; tutto ciò gli occorre per ottenere il totale straniamento dalle opere. Vi sono tuttavia tratti autobiografici, vi è il pessimismo ma non sono più trattati con l’impeto dei piccoli idilli, ora vi è una prosa più fredda distaccata e razionale.
Croce: leopardi non fa filosofia.
Severino: quella di Leopardi è pura filosofia.

Scheda

Quest’operetta vede come protagonisti un venditore di almanacchi e un passante che incominciano a discutere su quale sia stato l’anno migliore e se quest’anno sarà migliore del precedente. Il discorso fa trapelare il nucleo centrale del pensiero L: la felicità consiste soltanto nella vaga aspirazione ad una gioia ignota, nell’attesa che continuamente risorge (la speranza di un anno migliore del precedente) nonostante la consapevolezza amara del vero. Le due figure appaiono quasi come lo sdoppiamento dell’animo del poeta; da un lato la ragione che indaga (passante) dall’altro la vita che vuole essere comunque vissuta (il venditore). L’ironia nasce dal fatto che l’uomo pur essendo consapevole del dolore è ancora portato a sognare e a illudersi nella speranza.

Dialogo della natura e di un islandese

L. prende spunto per quest’operetta dalla storia di Jenni di Voltaire nel contesto di un discorso in cui si parla dei flagelli a cui sono sottoposti gli uomini e tra questi il pericolo costante che corrono gli islandesi minacciati dal gelo e dal vulcano Hekla. Da qui è arrivato lo spunto a L. di assumere come protagonista un islandese esempio di infelicità per i mali che la natura gli affligge.
Il racconto si apre con l’islandese che navigando in luoghi ancora sconosciuti alla sua specie si imbatte in una montagna viva che dichiara di essere quella che lui sfugge: la natura. L’islandese dunque comincia a raccontare perché la fuggiva e dice che dopo aver deciso di condurre una vita solitaria lontano da tutti gli altri uomini non riusciva a stare né in casa né a cielo aperto senza provare un eterno disagio a causa della natura (fuori troppo freddo in casa il fuoco gli inaridiva le carni e gli faceva bruciare gli occhi) e nemmeno poteva godersi con tranquillità la vita poiché a causa o delle tempeste o del vulcano hecla è sempre turbato. Così ha iniziato a girare il mondo cercando luoghi e climi in cui poter stare tranquillo. Ma dopo aver girato tutto il mondo giunge alla conclusione che nessun luogo reca tranquillità all’uomo; o per il troppo caldo o il troppo freddo, o per le belve feroci, o per le malattie, o a causa dei peggiori dei mali la decadenza fisica e la vecchiaia che non risparmiano nessuno. E mentre discuteva con la natura l’islandese in conclusione viene o mangiato da due leoni o sotterrato in un mausoleo di sabbia:l a natura ha sempre il sopravvento.
Qui L. vede la natura nemica e persecutrice, l’infelicità dipende dai mali esterni, fisici a cui l’uomo non è in grado di sfuggire. Qui L. approda una nuova concezione, ad un pessimismo cosmico, poiché invade tutti gli esseri, non solo l’uomo, e tutti i tempi non risparmiando nulla e nessuno. L’infelicità non è più dovuta a cause psicologiche ma materiali, il dolore, la morte, la distruzione sono elementi essenziali nell’ordine della natura: il mondo è un ciclo eterno di produzione e distruzione anzi la distruzione è fondamentale alla conservazione del mondo. La sofferenza è la legge stessa dell’universo e nessun luogo e nessun essere ne è immune.

Il giardino delle sofferenze

Il giardino delle sofferenze è un operetta in cui viene descritto un giardino dolorante, nessuna creatura è esente al dolore anche fiori rami foglie animali provano dolore sofferenza e morte: la rosa è offesa dal sole, il giglio è succhiato dall’ape, un albero è infestato da un formicaio, un altro dai bruchi mosche lumache o zanzare, gli steli sono infranti dai passi di una donzelletta, ecc… . Tutti gli esseri a loro modo provano dolore.

I Grandi Idilli

Nel maggio del 1828 il poeta scrive alla sorella Paolina dicendo che è risorta in lui l’ispirazione poetica.
Nei grandi idilli L. riprende la poetica del vago dell’indefinito, la rimembranza, i temi e le situazioni tipiche dei primi idilli tuttavia non vi è la solita speranza e spensieratezza poiché attraverso le “operette morali “L. ha preso consapevolezza sulla fugacità della vita umana e sull”amaro vero”: l’espressione rispetto ai primi idilli si alleggerisce e rinuncia all’aspetto autobiografico.
Il poeta non può più illudersi rispetto alla realtà perciò vi è una maggior pacatezza ed equilibrio nell’espressione del linguaggio.
Bigi:il linguaggio è più pacato e misurato rispetto ai primi idilli.

A Silvia

La tradizione ha identificato Silvia con Teresa Fattorini figlia del cocchiere di casa Leopardi morta giovanissima di tisi.
Ma Silvia in particolare assume il significato della giovinezza perduta e della speranza che cade.
La lirica si apre con un’invocazione a Silvia e una sua breve descrizione “lieta e pensosa”, poiché lei era un bellezza gioiosa ma anche ricca di presentimenti tra cui quello predominante della morte. Silvia mentre tesseva la tela cantava e il poeta come rapito dal suo canto interrompeva i suoi studi per ascoltare la sua dolce voce; allora alla mente del poeta sovvengono pensieri dolci, speranze e la vita sembra ricca di lusinghe. Tuttavia ricordare queste illusioni al L. fa male poiché la natura ha ingannato le sue più belle speranze. E' una protesta non enfatica che il poeta fa nei confronti della natura che ha portato via Silvia senza che possa godere del fiore della sua giovinezza. Così come se ne va Silvia svaniscono anche le speranze del poeta, Silvia con la mano indica la morte e svanisce così ogni illusione.
La costruzione della lirica è simmetrica. La prima strofa introduce il tema: l’immagine di Silvia che torna alla memoria; la seconda e la terza rievocando il passato propongono due situazioni parallele: le speranze giovanili del poeta e di Silvia che si contrappongono alla dura realtà quotidiana. La quarta strofa è un commento desolato alla perdita della speranza e la quinta e la sesta in parallelo con la seconda e la terza propongono un parallelismo fra il poeta e Silvia: la fanciulla è morta prima di poter godere del fiore dei suoi anni così il poeta perde ogni speranza prima della fine della sua giovinezza.
Nella lirica abbiamo poi una serie di filtri che depurano la realtà (il racconto parte da un’esperienza reale) dall’urgenza materiale propria dell’arido vero.
- filtro fisico: la finestra che impedisce il contatto immediato con la realtà stimolando così l’immaginazione;
- filtro dell’immaginazione: operazioni di immaginazione: nel rapporto col reale si determina una doppia visione. Il canto della fanciulla suscita immaginazione perché è una sensazione vaga ed indefinita
- filtro della memoria: il ricordo ha la funzione di rendere indefinite e poetiche le cose, la memoria richiama il canto della fanciulla trasfigurandolo;
- filtro letterario: l’immagine di Silvia al telaio richiama l’immagine virgiliana del canto di Circe;
- filtro filosofico: consapevolezza del vero.
De Sanctis: mentre L. canta la morte fa desiderare la vita.
E’ vero perché L. aspira alla pienezza vitale e ad aspirazioni profonde, il pessimismo nasce nel momento in cui queste aspirazioni sono state deluse, e non è mai rassegnazione lamentosa ma rivendicazione del diritto alla felicità e come protesta eroica contro tutte quelle forze che soffocano la realizzazione delle aspirazioni umane.
Livello morfologico: opposizione dei tempi verbali imperfetto e presente, l’imperfetto tempo dell’illusione del ricordo della continuità col passato domina in tutte le strofe ad eccezione della 4 e della 6 in cui il poeta non ricorda più ma trae l’amaro bilancio.
Livello lessicale: il lessico corrisponde alla poetica dell’indefinito.
Livello sintattico: la sintassi è piana e limpida fatta di periodi brevi con poche subordinate tuttavia nelle strofe. Nella 4 e 6 la sintassi si fa più mossa e tesa il momento riflessivo rompe il flusso contemplativo della memoria. Gli enjambement sono molto frequenti ma si intensificano nell’ultima strofa dove il tono è più vibrante e concitato.

Le ricordanze

Nerina come poi Silvia sono due nomi simbolici che L. riprende dall’Aminta di Tasso.
Presenta Nerina, morta ancor prima che appassisse il fiore della sua giovinezza.
Nerina potrebbe essere o Marta Bellandinelli o ancora Silvia (Teresa Fattorini), ma diversamente da Silvia lei non avverte il presagio di morte e viene strappata alle sue illusioni di fanciulla; è la personificazione della caduta inaspettata della speranza. Cantando Nerina il poeta pur negando la vita la celebra attraverso immagini solari e la poetica del non.

La quiete dopo la tempesta

La quiete dopo la tempeste e il sabato del villaggio formano un dittico poiché portano due spaccati di vita di Recanati e partendo da un quadro sereno sviluppa una riflessione sul piacere: ne “la quiete dopo la tempesta “la riflessione si concentra sul piacer figlio d’affanno, unico piacere per i mortali esiste solo dopo la cessazione del dolore. Finita la tempesta tutto risorge e allora si colgono i piaceri.
La poesia è divisa in due parti la prima (strofa 1) è descrittiva, la seconda (strofa 2e3) riflessiva.
La descrizione della prima strofa è tutta ispirata sulla poetica del vago e dell’indefinito ha poco di reale è una scena interiorizzata e trasfigurata dalla doppia visine; la seconda parte invece è incentrata sull’idea L. per cui l’uomo vive un piacere solo dopo la cessazione di un dolore. Ma nel testo vi è un’unità generale poiché il senso profondo del testo è nell’adesione al fervore della vita, alle scene animate luminose, adesione tuttavia raggelata dall triste consapevolezza del potere invincibile che nega agli uomini la felicità.

Il sabato del villaggio

La poesia si apre con un quadro di vita paesana vengono presentate subito due figure femminili contrapposte la donzelletta che immagina la gioia del dì festivo che viene e la vecchierella che ricorda la gioia delle feste nella sua giovinezza. Rappresentano rispettivamente una la speranza giovanile e una la memoria. La prima coincide con la primavera e si concretizza nel mazzolino di rose e viole e ad esso si oppone il fascio d’erba che rappresenta la realtà quotidiana con le sue fatiche.
Come nella quiete lo spaccato di vita quotidiana non ha nulla di realistico poiché su molti elementi agisce il filtro letterario che li allontana e li trasforma in realtà dell’immaginazione e in ricordo. La seconda parte riflessiva a differenza della tempesta è pacata e sobria ed occupa solo 5 versi ed è affidata al colloquio con il garzoncello che è ainvitato dal poeta a non spingere lo sguardo oltre i confini dell’illusione giovanile.

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

L’idea della tematica del canto è presa da un articolo del”journaldes savants” sui pastori erranti dell’Asia.
Il canto si apre con un invocazione alla luna e il pastore paragona la sua vita monotona al monotono nascere e tramontare della luna. La vita è dolore e l’autore paragona la vita al cammino di un vecchio, gravato da un peso, per valli scoscese o per deserti. La vita è dolore sin dalla nascita, noi veniamo al mondo piangendo e il primo gesto dei nostri genitori è di consolazione, allora che senso ha nascere per provare sofferenza e dolore da subito? Tante sono le domande che un uomo si pone e il pastore-poeta pensa che la luna guardandoci dall’alto conosca i segreti chiave della vita come la morte e il dolore e cosi comincia un colloquio ideale sulle domande fondamentali della vita tra la luna e il pastore.
Poi il pastore guarda la sua gregge con invidia perche non conosce la noia e l’angoscia di vivere il dolore e l’affanno ma poi conclude rivolgendosi alla luna e al gregge dicendo che non importa come nasci o dove nasci comunque è funesto per tutti il giorno in cui si viene al mondo.
L. può essere definito in questo caso poeta universale poiché coglie le domande più intime che un uomo nel corso della sua vita prima o poi si fa.

L'ultimo Leopardi

Dopo l’allontanamento da Recanati vi è la svolta definitiva: L. approda al pessimismo assoluto.
L. ristabilisce un contatto con gli uomini e le idee del suo tempo, appare più orgoglioso di sé e più determinato nella diffusione delle proprie idee contrapponendole alle tendenze politiche dominanti dell’epoca.
L’apertura si verifica anche sul piano umano con l’amicizia per Ranieri e l’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti. La delusione cocente di questo amore non ricambiato fa cadere anche l’ultima delle illuisioni: l’amore. Così nasce una nuova poetica lontanissima da quella degli idilli, si ha ora una poesia nuda severa priva di immagini sensibili, fatta di puro e scabro pensiero.

A se stesso

Questa lirica nasce dalla delusione d’amore che il poeta a ricevuto a Firenze da Fanny Targioni Tozzetti.
Il linguaggio è secco duro scarno senza adornamenti o immagini di vago ed illusioni.
Il poeta ordina al suo cuore di riposare per sempre perché nulla sulla terra terra è degno dei suoi dolori e dei suoi sospiri, anche l’ultima illusione, l’amore, è caduta. La vita è solo male e non vale la pena di illudersi.conclusione nichilistica il fato ci ha donato solo la morte.
Il ritmo è incalzante il ritmo forte e martellante, vi è il disprezzo per le illusioni e la consapevolezza di una natura maligna.

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