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La Ginestra, o il fiore del deserto

L'epigrafe è polemica e sarcastica. Leopardi capovolge il senso della frase dell’evangelista Giovanni: il buio rappresenta per il poeta l’illusione della religione e delle menzogne, la luce la ragione.

Prima strofa. Vengono presentati i protagonisti del componimento: il Vesuvio e la ginestra, quest’ultima allegoria della natura e dell’uomo saggio, che non cede di fronte agli inganni, capace di guardare la realtà con occhio cristallino, di cogliere l’arido vero.
C’è differenza tra passato e presente, a livello culturale, di pensiero, ma anche a livello stilistico e linguistico. Il passato è rappresentato da Ercolano e Pompei, luoghi di villeggiatura degli antichi Romani, simbolo di ricchezza. Il presente è “ruina” (v.33). Leopardi subito mette in evidenza la differenza tra passato e presente per sottolineare che la natura è la vera artefice del destino dell’uomo.

Il poeta polemizza contro gli individui che si sentono al centro di tutto e artefici del proprio destino: sulle pendici del Vesuvio possono capire che l’uomo è nulla.

Seconda strofa. Vi è la polemica nei confronti del XIX secolo, definito superbo e sciocco perché ritiene gli uomini più importanti di quello che sono in realtà. Gli uomini stanno regredendo invece di progredire, perché non seguono la via tracciata dal Rinascimento e dall’Illuminismo, che prevede l’uso e l’importanza della ragione per cogliere la realtà. L’uomo invece cade nelle illusioni della spiritualità.
“Pargoleggiar” (v.59): chi non crede nella religione ritiene che essa sia una favola.
Gli intellettuali cedono anche essi alla spiritualità, benché in cuor loro scherniscano il loro tempo (v.62).
“Non io” (v. 63): Leopardi non morirà con la vergogna di aver seguito il pensiero degli uomini del suo tempo; non si preoccupa di essere dimenticato insieme al suo secolo (vv. 68-71).
Dal v. 72 (“Libertà vai sognando”) Leopardi critica il principio di autorità (ipse dixit: si ricorreva all’autorità di qualcuno per affermare una propria idea, senza che venisse cercato un fondamento di questa nella realtà). La libertà di pensiero veniva limitata.
Nel XIX secolo non si accetta la realtà (arido vero), si rifiuta il limite dell’essere umano, la sua finitezza.
Chi segue la spiritualità (vv. 85-86) o è astuto (perché è consapevole ma vuole manipolare la gente) o è folle (perché crede davvero nella religione).

Terza strofa. La nobile natura è quella che è in grado di accettare la realtà per quella che è. È ridicolo chi finge sulla sua condizione (vv. 87-93); è stolto chi fa finta di non capire in che condizione è nato l’uomo e promette felicità (vv. 103-104) a un popolo che può essere facilmente travolto dalla natura.
L’uomo di nobile natura sopporta le sofferenze, non si inimica i simili, è capace di capire che la natura è la responsabile di tutte le sofferenze (v.125). Solo l’uomo di nobile natura capisce che il genere umano deve allearsi in una catena sociale (concetto rousseauviano) (v. 149).
I valori che rendono un popolo civile sono: il consorzio civile, la giustizia, il rispetto (vv. 152-153).

Quarta strofa. E' caratterizzata da un poetare più vicino alla poetica del vago e dell’infinito, la conclusione della strofa sarà realistica.
Vi sono contrapposizioni tra la finitezza dell'uomo e l'infinità dell'universo e tra la finitezza della Terra e l'infinità dell'universo.
La violenta realtà è che l’uomo e la Terra sono nulli.
L’uomo è così presuntuoso che crede che un dio si sia fatto uomo per parlare con lui (v. 193).

Quinta strofa. Vi è una polemica celata. La natura non si occupa delle sue creature: tutti gli esseri viventi sono uguali e hanno un destino comune.

Sesta strofa. Il Vesuvio semina ancora terrore. C’è la figura poetica dell’umile contadino che teme di perdere il suo campo.
Dal v. 269 Leopardi parla di Pompei, che rischia di essere ancora travolta;
vv. 280-288: richiamo alla poesia lugubre di Foscolo (e a quella cimiteriale inglese): l'atmosfera è cupa e funerea, e su questo sfondo la lava è ancora più evidente;

v. 289: opposizione tra la vita dell’uomo e le sue opere e l’immortalità della natura;
“sta”: immobilismo natura;
“caggiono”, “passan”: movimento, caducità degli uomini.

Settima strofa. La struttura del canto è circolare: esso si conclude con la ginestra e il Vesuvio.
La “lenta ginestra” si piega ma non si spezza, si adatta alle forze. La ginestra è innocente, non si ribella, ma non è codarda né superba.

La ginestra può essere l’allegoria dell’uomo dalla nobile natura o della voce della poesia, che consola l’uomo nel deserto dell’esistenza.

Nell’opera, che costituisce il testamento spirituale e letterario di Leopardi, si individua il pessimismo storico (critica al suo secolo), il pessimismo cosmico (malvagità della natura; idea che tutte le creature sono destinate a perire), e il pessimismo combattivo (invito a una catena sociale).
La ginestra è una’allegoria moderna. Mentre nel medioevo l’allegoria era considerata la verità (Dio) coperta da bella menzogna (simboli), ora la verità non è più Dio. L’uomo si rivolge a se stesso, non più a Dio; solo in se stesso può trovare la verità (e comprendere la realtà).

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