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Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Canzone scritta durante la seconda fase della poetica leopardiana, rientrante nei “Grandi Idilli”.
Leopardi era stato suggestionato da una notizia di una rivista francese che descriveva l’usanza dei pastori nomadi asiatici di rivolgersi alla luna intonando tristi canti. Interlocutrice è la luna “silenziosa” (v.2), in seguito indicata con numerosi epiteti.

Prima strofa. La luna è “vergine” e “intatta”, non è toccata dalla miseria della condizione umana. Essa è “solitaria” e “pensierosa”, il che indica la distanza dal pastore. È “candida”, ossia pura. La luna è anche immortale. La luna rappresenta l’ostilità della natura (immortale) nei confronti dell’uomo (mortale). La natura non si occupa delle sua creature, e infatti la luna silenziosa.

Il poeta individua un tratto di somiglianza tra la luna e il pastore: entrambi fanno sempre le stesse cose.
Già alla fine della prima strofa si nota la distanza abissale: al vagare breve dell’uomo è contrapposta l’immortalità della luna.

Seconda strofa. riferimento a Petrarca (canzone L).
Se per Petrarca il vecchietto era un pellegrino in cerca di pace (alla fine trovata), per Leopardi il vecchio pastore è l’immagine della condizione umana, che si affanna per poi giungere a una morte annunciata.
Nella seconda strofa c’è una punteggiatura fitta, che rappresenta la corsa del vecchio.

Terza strofa. Leopardi spiega che tutta la vita dell’uomo può essere compresa sin dalla nascita. La nascita è un momento di sofferenza e pericolo. Anche crescendo, il bambino viene sorretto dai genitori.
vv. 50-51: incoraggiare è la cosa migliore che i genitori possano fare.
v. 60: la luna si disinteressa dello stato degli uomini.

Quarta strofa. Più densamente poetica, con espressioni più vicine alla poetica del vago e dell’infinito. Quando il pastore si pone domande esistenziali, ontologiche, la poesia diventa sentimentale e filosofica.
vv. 61-85: parte poetica.
vv. 85-104: parte filosofica, con in conclusione la riscoperta del’arido vero.
v. 72: dimensione temporale dell’infinito.
vv. 87-89: dimensione spaziale dell’infinito.
Ora l’infinito ha un’accezione negativa. I termini usati e il concetto sono quasi gli stessi, ma nell’”Infinito” la percezione che si ha di esso è positiva; con il pessimismo cosmico l’infinito rappresenta lo smarrimento esistenziale.

Dal v. 86 il poeta si pone domande esistenziali.

Sesta strofa. L'interlocutore del poeta diventa il gregge.
Il tema centrale è la noia. Leopardi riprende la teoria di Schopenhauer: la vita è un pendolo tra noia e dolore. L’uomo prova piacere, secondo Leopardi, solo negli intervalli.
Leopardi paragona la noia degli uomini alla condizione degli animali: ritiene essi fortunati, in quanto sono privi di ragione.

Settima strofa: “forse” (v.133), se si potesse nascere in una condizione diversa da quella umana, si potrebbe vivere felici (tema della speranza).
vv. 137-138: chiasmo rispetto agli interlocutori (nel testo prima si parla con la luna e poi con il gregge).
Il “forse” al v.139 insinua il dubbio.
Il “forse” al v.141 segna la caduta della speranza.

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