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Italo Calvino - La narrativa e le opere

Il tempo dell’impegno e del neorealismo
Calvino, con il breve romanzo “Il sentiero dei nidi di ragno”, offrì l’immagine più fresca, giovanile e vitale del neorealismo e della stagione dell’impegno politico. Si rivela nelle sue prime opere una singolare capacità di rappresentazione nitida e immediata, che tocca la realtà della Liguria durante gli anni della guerra e della Resistenza: gli schemi neorealistici ricavati da Pavese, da Vittorini e da scrittori americani.
I ricordi dell’adolescenza e le vicende della lotta partigiana appaiono qui come occasione di conoscenza del mondo, un bisogno di interrogare il significato dell’esistenza.
Mostrando alcuni episodi marginali della lotta partigiana in Liguria, Il sentiero dei nidi di ragno intende soffermarsi sulle zone d’ombra. Vi si narrano le vicende di Pin, un ragazzo povero e selvatico, che ruba la pistola a un soldato tedesco, la nasconde in un luogo che solo lui conosce, chiamato fantasticamente “sentiero dei nidi di ragno”, ed entra poi in rapporto con una banda di partigiani. Il punto di vista del ragazzo (diverso da quello dei combattenti adulti) trasposta i crudi eventi bellici su un piano avventuroso e fiabesco. La sua azione indica la ricerca di una felicità perduta, di un mondo quasi magico, inafferrabile e dimenticato.

Rimanendo nell’orbita del neorealismo, Calvino ha prodotto negli anni Cinquanta molti racconti. I Racconti sono divisi in quattro libri. Il primo, Gli idilli difficili, comprende trentadue testi brevi scritti tra il ’45 e il ’58, dedicati al mondo ligure dell’adolescenza, alla guerra partigiana, a rappresentazioni comico–fiabesche della vita cittadina. Il secondo, Le memorie difficili, comprende cinque brevi racconti tratti da Ultimo viene il corvo e i tre di L’entrata in guerra, scritti nel ’53. Il terzo, Gli amori difficili, contiene otto racconti scritti tra il ’49 e il ’58, dedicati all’”avventura” di personaggi diversi. Il quarto, La vita difficile, contiene tre racconti più ampi su caratteri e situazioni della vita sociale contemporanea.
Calvino si rivolge a un’indagine sottile sulla nuova realtà industriale, sui rapporti e condizionamenti che sostengono lo sviluppo della società italiana. Con questa sua attenzione a un mondo che si trasforma, egli rinuncia a ogni visione schematica dell’impegno intellettuale.

Il comico e la fiaba
Calvino era dotato di una singolare disposizione ad abbandonarsi al fiabesco, a trovare combinazioni di tipo comico o fantastico, e ciò lo spingeva già in quei primi anni lontano dagli orientamenti del neorealismo.

Nel 1952, Il visconte dimezzato s’impegna più risolutamente sulla via dell’invenzione fantastica; dieci racconti trovano un originale intreccio di comico e di fiabesco legato alla rappresentazione del rapporto tra una famiglia di origine contadina e la difficile vita di una moderna città industriale.
Questi racconti hanno al centro la figura del manovale Marcovaldo e i membri della sua famiglia, che agiscono come figurine uscite da giornalini per ragazzi o da comiche del cinema muto, di fronte a un’organizzazione sociale disumana e totalizzante, che schiaccia i più deboli, i personaggi si difendono con ingenuo coraggio, stravolgendo gli oggetti del paesaggio industriale in mezzo ai quali sono costretti a muoversi, tentando fughe impossibili e ridicole, facendo valere gli elementari diritti dei loro corpi.
L’interesse per il fiabesco aveva intanto condotto Calvino a un’indagine sulla tradizione delle fiabe italiane: aveva pubblicato, nel 1956, un’ampia raccolta di duecento Fiabe Italiane, trascritte in una lingua semplice e piana, in grado di trasmetterle anche ai bambini.

I nostri antenati
L’interesse per la fiaba si lega sempre, in Calvino, a una passione per la più ampia tradizione della letteratura fantastica, in primo luogo per personaggi e le avventure del romanzo cavalleresco: uno dei suoi autori prediletti è l’Ariosto.
Questo gusto per il fiabesco e il meraviglioso, accompagnato da una sfuggente ironia, trovano un singolare punto d’incontro in tre romanzi brevi (Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente). Si tratta certamente delle opere più significative della prima fase dell’attività di Calvino.

I tre romanzi furono raccolti insieme nel 1960 nel volume I nostri antenati, il cui titolo sottolinea il legame che tra le loro vicende hanno con il presente; in quelle figure artificiali si possono riconoscere “i nostri antenati”, cioè i modelli di comportamento umano e intellettuale che agiscono anche nel mondo contemporaneo. I tre romanzi possono essere letti anche come delle parabole sulla ragione, sul legame tra ragione e invenzione.
Egli non dà un messaggio fermo e rassicurante; la sua ragione e la sua morale sono essenzialmente “elusive”, non si lasciano prendere e afferrare. Si afferma in questo modo la possibilità di un pensiero e di un impegno cosciente delle loro contraddizioni, aperti verso un’ipotesi di civiltà, di giustizia, di progresso: ma nello stesso tempo si mostra che essi restano implicati nella finzione, fanno parte di un artificio mentale che non può aspirare a una presa totale della realtà.
È una ricerca illuministica che esprime tutti i limiti e le difficoltà che la ragione incontra in un mondo articolato e labirintico, in cui è sempre facile perdere la strada, essere trascinati nell’”errore”, come i cavalieri dei romanzi. Questa ricerca è sostenuta da un linguaggio narrativo lucido ed essenziale, che mette in piena luce oggetti, situazioni, rapporti, che segue gli aspetti oscuri e irrazionali dei comportamenti, che sembra voler identificare realtà e finzione. È facile parlare a questo proposito di un “classicismo” di Calvino.
Il visconte dimezzato ci trasporta nel tardo ‘500 con la vicenda (narrata da un nipote del protagonista) del visconte Menardo di Terralba, diviso letteralmente in due in seguito a uno scontro con i Turchi; da questa vera e propria scissione di Menardo sorgono due personaggi opposti e complementari, il Buono e il Gramo, che rappresentano ciascuno un aspetto parziale dell’umanità, e vivono varie avventure, fino alla ricomposizione della persona di Medardo, che diventerà giusto governatore delle sue terre.
Ma più che il tema morale, sembra imporsi qui il puro divertimento narrativo con il quale l’autore segue le combinazioni, gli scontri, gli equivoci prodotti dalle due parti separate dal visconte.
Il barone rampante è una delle più affascinanti “parabole” della ragione che siano state composte nel nostro secolo. Il barone ligure Cosimo Piovasco di Rondò, all’età di dodici anni, decide di salire su un’elce, e trascorre poi la sua intera vita in cima agli alberi, fino agli anni della Restaurazione; nel suo mondo sospeso egli si organizza in modo da vivere in rapporto con la realtà, pur rimanendo distante e separato: egli rifiuta le convenzioni della vita quotidiana, le regole e i costumi sociali, ma partecipa alla sete di conoscenza del suo tempo, alla progettazione di un mondo giusto e civile, al lavoro rivolto a migliorare la vita sociale.
Il personaggio diventa un’immagine trasparante dell’illuminista, dell’intellettuale e dello scrittore in genere, che partecipa alla storia, ma con distacco ironico, che ha una forte passione per la sua vita associata, ma tende a fuggire da essa, che lotta per una società universale, ma non concorda mai fino in fondo con le posizioni dei suoi compagni di lotta. La sua fedeltà alla vita sugli alberi resta frutto di una scelta che può anche essere difficile motivare, ma che va mantenuta e difesa fino in fondo.
Il cavaliere inesistente si confronta direttamente con il romanzo cavalleresco: siamo al tempo di Carlo Magno, in un mondo ariostesco. La storia è narrata dalla monaca Teodora e riguarda le avventure di un cavaliere, Agilulfo, di cui esiste solo l’armatura, che fascia il vuoto e da sé si muove per il mondo; una trasparente immagine della razionalità astratta che non riesce a commisurarsi con la realtà. Ma attorno al cavaliere acquistano rilievo altri personaggi, come il giovane Rambaldo, che cerca l’amore di Bradamante e un angolo giusto per capire la realtà. Alla fine non si scopre che la monaca Teodora s’identifica con Bradamante: lei esce dal convento, abbandona la scrittura e si muove sul suo cavallo verso l’indecifrabile futuro.

Letteratura e conoscenza: saggistica e posizione dell’intellettuale
Con il distacco dal Pci, Calvino abbandona i modelli dell’impegno del dopoguerra, ma continua a credere in una letteratura capace di intervenire nella realtà.
Allo scrittore non interessa ora schierarsi, quanto trovare nuove possibilità di conoscenza: compito dell’intellettuale gli appare proprio quello di entrare fino in fondo nella rete di condizioni, rapporti, sottili combinazioni su cui appare costruita la società industriale. Il racconto La giornata di uno scrutatore, che appare come ultimo, definito saluto di Calvino al neorealismo e alla tematica dell’impegno è un racconto in terza persona, sulla giornata che Amerigo Ormea, militante del Pci, passa in qualità di scrutatore, durante le elezioni del 1953, in un saggio elettorale situato in un celebre ospizio per minorati, l’Istituto Cottolengo di Torino, gestito da un ordine religioso. Di fronte alla sofferenza fisica con cui deve entrare in contatto in quell’ambiente, il protagonista s’interroga sul senso dell’azione politica: cerca ansiosamente di capire le ragioni di chi si trova a vivere nell’orrore quotidiano, e avverte la necessità di un impegno umano che tenga conto del male e della sofferenza, che riscatti in qualche modo anche chi vive in condizioni tanto drammatiche.

Fantascienza e combinatoria narrativa: Le cosmicomiche
Le nuove curiosità culturali e scientifiche di Calvino trovano espressione in una serie di racconti elaborati nella fase centrale degli anni ’70 e raccolti nei due volumi Le cosmicomiche e Ti con zero.
Il termine cosmicomiche fa pensare alle “comiche” cinematografiche: l’autore cercava un comico di movimento capace di istituire rapporti inconsueti tra le cose. Ma siamo molto lontani dal mondo comico di Marcovaldo. Le situazioni comiche nascono, infatti, da un continuo confronto con ipotesi scientifiche sull’origine, sull’evoluzione, sul destino dell’universo.
La maggior parte delle storie sono affidate alla voce di un personaggio dal nome impronunciabile, Qfwqf, che ha attraversato le più varie ere cosmologiche o è vissuto in una delle molteplici situazioni cosmiche possibili ma mai realizzatesi. Questi presenta situazioni che risultano da una combinazione d’ipotesi e che per lo più si riferiscono a configurazioni che il cosmo può aver assunto nel suo lontano passato.
È un gioco ostinato con forme della materia, del tempo, dello spazio, del movimento, della visione, estremamente diverse da quelle in cui l’umanità ha sempre vissuto: la scrittura naviga allegramente in un caos uniforme.
Il comico nasce proprio dal contrasto tra il mondo “altro” che si rappresenta e le cose anche più banali e quotidiane del nostro mondo contemporaneo di cui Calvino si serve per costruire questa rappresentazione. Esseri “impossibili” (come il protagonista Qfwqf) acquistano curiosi connotati antropomorfici, sono immersi in una strana vita familiare, in buffi rapporti con parenti o vicini di casa, in un orizzonte cosmico completamente diverso da quello usuale. Pur gettando il suo sguardo negli abissi insondabili del cosmo, Calvino non può perdere di vista i paesaggi della civiltà industriale avanzata.
Il testo intitolato Ti con zero analizza le possibilità spazio – temporali di un soggetto che ha appena scagliato una freccia contro un leone avventatosi verso di lui. Più che veri e propri racconti, i testi contengono ostinate riflessioni sull’irrazionalità del presente.

Il gioco dei possibili narrativi: Il castello dei destini incrociati
Il castello dei destini incrociati. Nel corso di viaggi che si svolgono in un universo astratto e indefinito, un gruppo di viandanti giunge nel primo testo in un castello, nel secondo in una taverna: essi sembrano aver perduto la parola, ma, seduti intorno a un tavolo, disponendo le carte di un mazzo di tarocchi in un certo ordine e seguendo i significati delle diverse figure, raccontano diverse storie: nel Castello si forma un “quadrato magico”, che permette di leggere le carte da molteplici punti di vista e di costruire così un ciclo pressoché ininterrotto di storie, nella Taverna si forma un quadrato meno rigoroso di settantotto carte.
Vi si riconoscono gli apporti della tradizione fiabesca, romanzesca, letteraria, con una particolare attenzione per le situazioni ariostesche.

Le città invisibili
Calvino sentiva il bisogno di confrontare in modo più stretto l’analisi delle possibilità con la realtà civile, con il problema dell’intervento nel mondo. Da una tensione tra gioco combinatorio e ricerca della realtà sorgono Le città invisibili, un libro sospeso fuori dal tempo e insieme carico di segni del presente, costruito secondo una struttura quasi matematica e insieme agitato da vibrazioni e inquietudini che corrodono il velo di una prosa nitida e ferma.
Il libro può sembrare una serie di brevi descrizioni di città ipotetiche, che non corrispondono in nessun modo alle città reali: ciascuna di esse è come una possibile configurazione della civiltà, un possibile modo di inserirsi nella natura, di costruire forme artificiali, di utilizzare il linguaggio, di intrecciare rapporti collettivi. Spesso esse risultano da combinazioni puramente fantastiche.
Le descrizioni delle città vengono presentate come frutto di un resoconto che Marco Polo, dopo le sue ambascerie, fa all’imperatore Kublai Kan. In tutto si svolgono diciotto dialoghi tra Marco Polo e il Gran Kan.
Il viaggiatore e l’imperatore sono trasparenti figure della conoscenza, della razionalità civile, del rapporto tra pensiero, progettazione, realtà.
Tuttavia Marco stesso non ha mai veramente visitato quelle città, che emergono piuttosto dal suo immaginario, a partire, forse, dal modello di una sola città, che per lui è Venezia.
Marco Polo è qui un viaggiatore immobile e tuttavia le città che egli descrive, contengono a volte segni molto definiti della realtà a noi contemporanea, appaiono come immagini distorte ed estreme delle città industriali, dell’inferno delle metropoli moderne.

Se una notte d’inverno un viaggiatore
Il romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore porta all’estremo il gioco sulla combinatoria narrativa, sugli scambi tra le diverse possibilità: è un vero e proprio “romanzo semiotico”.
Il libro si rivolge direttamente al lettore, che si accorge che la copia di cui dispone contiene solo le prime sedici pagine. Messosi alla ricerca del resto del libro, s’imbatte in altri nove inizi di romanzi diversi. Nel corso delle varie peripezie che lo portano a leggere questi nove inizi, il lettore incontra la lettrice Ludmilla: tra i due nasce un rapporto amoroso che si conclude con un matrimonio. Ma, tra un romanzo e l’altro, si affacciano sulla scena anche personaggi del mondo letterario e editoriale: il vecchio scrittore Silas Flannery, di cui viene riportato un diario che contiene varie riflessioni dello stesso Calvino sulla scrittura e sull’importanza attribuita agli “inizi”.
Dietro la carica gioiosa del libro si avverte però come un senso di saturazione.

Verso la fine del millennio
Palomar è un libro organizzato con un perfetto gioco numerico, con diciotto pezzi distribuiti in tre gruppi, articolati ciascuno in tre ulteriori sottogruppi. Il nome del personaggio contiene molteplici allusioni, ma in primo luogo coincide con quello di un celebre osservatorio astronomico, proprio per indicare paradossalmente la sua attitudine di osservatore del parziale e del minimo: i gesti di Palomar, la sua distaccata partecipazione alla vita del mondo, il suo continuo interrogarsi sui limiti della propria posizione e della propria esperienza, fanno di lui un vero e proprio emblema, figura esemplare e ironica dell’intellettuale che può conoscere solo collocandosi ai margini della realtà.
Il punto di arrivo di questa conoscenza non è altro che il distacco da se stesso, l’”imparare a essere morto”; e il libro si conclude proprio con Palomar che, cercando di pensare alla propria morte, “in quel momento muore”.

Significato dell’opera di Calvino
Il valore emblematico dell’opera di Calvino non sta soltanto nel fatto che essa ha rigorosamente attraversato alcune tra le esperienze essenziali della cultura del dopoguerra, dal neorealismo alla “mancanza di centro” degli anni ’80: sta soprattutto nel suo aver saputo trasferire quelle varie esperienze in una narrativa carica di passione inventiva e insieme di tensione “critica”, aperta verso il fantastico e il meraviglioso e verso un orizzonte conoscitivo e riflessivo.
Le sue opere sembrano cercare un punto di fuga, sottrarsi a ogni tentativo di ridurle in formule e modelli chiusi in se stessi.
La sua parola aspira sempre a esprimere la lucidità del pensiero e dello sguardo, la volontà di illuminare i contorni precisi delle cose, più che il loro colore e la loro fisicità.
Ha manifestato nel modo più esemplare le possibilità e i limiti della letteratura in questa fine del millennio, in cui le cose più essenziali possono dirsi solo confrontandosi con la frantumazione e la dispersione.

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