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Giuseppe Ungaretti nacque nel 1888 in Alessandria d’Egitto, dove la famiglia era immigrata da Lucca.
Con la morte del padre, che lavorava per lo scavo del Canale di Suez, la madre dovette mandare avanti la famiglia: aprì così un forno, con il quale garantì gli studi al figlio, che potè iscriversi in una delle più prestigiose scuole d’Alessandria, la svizzera Ecole Suisse Jacot, dove studiò francese.
Nel 1912 si trasferì a Parigi dove conobbe Apollinaire, Valery, Bergson e molte altre figure artistiche e letterarie del tempo.
Nel 1914 a Milano si arruola da volontario sul fronte del Carso, dove vive una guerra estremamente distruttiva: la vita in trincea costringe l’uomo a rintanarsi sotto terra, degradandolo a bestia.
Quest’esperienza fu il trauma principale della sua vita, espresso nella raccolta di poesie “Porto Sepolto”.
A seguito della morte del figlio di 9 anni a causa di appendicite pubblica un’altra raccolta, Il Dolore.

Vive poi a San Paolo in Brasile e, grazie al prestigio ottenuto, negli ultimi anni della sua vita tenne conferenze in tutto il mondo, in particolare in America.
Negli anni 60 fu attivissimo, nonostante fosse piuttosto malato. Morì a causa di una broncopolmonite nel 1970 a Milano.
I versi scaturiti dall’esperienza della Grande Guerra sono stati raccolti in “Porto Sepolto” e “Allegria di naufragi”, che poi confluiranno ne “L’Allegria”.
Dopo il trasferimento a Roma pubblica “Sentimento del tempo” e dopo la morte del figlio “Il Dolore”.
La scarnificazione dell’essere derivata dalla guerra si esprime nella scarnificazione della parola: il poeta, testimone degli orrori della guerra, esprime i suoi pensieri con parole con grande capacità evocativa e che creano misteriose analogie.
Per quanto riguarda la brevità e l’indipendenza dei versi, Ungaretti si rifà all’Haiku, una forma lirica giapponese di soli tre versi e di sole 17 more (sillabe) che rappresentano ognuno una cosa differente.
Le liriche di guerra riportano sempre data e luogo, come se costituissero un diario.
In “Veglia” scrive: “Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita”; in cui lo spazio bianco che isola gli ultimi tre versi contribuisce a sottolinearne meglio il messaggio: anche nell’orrore della guerra non viene meno l’amore e l’attaccamento a ciò che resta della vita. Gli spazi bianchi e le parole isolate, profonde e pure, esaltano anche la morte del compagno. “digrignata” comunica freddezza e durezza.
Ungaretti utilizza spesso enjambement, qui in particolare per evidenziare il passato, la morte, il gelo, la condensazione atemporale.
In “Sono una creatura”, Ungaretti ripete insistentemente “così” per ben cinque versi (anafora), ribadendo il concetto della vita prosciugata ridotta al minimo. (Come Montale in “Ossi di seppia”, forma di vita più disseccata, testimonianza della vita che era).
In “San Martino del Carso” scrive “è il mio cuore/ il paese più straziato” in modo estremamente epigrammatico. Poi in “Mattina”, scritta in piena guerra, esprime il sole che sorge in modo efficace. Il tema della cultura che restituisce umanità (Primo Levi, VI canto dell’Odissea).
In “Soldati” dice che le foglie cadono e rinascono ad perpetuam, come gli uomini, eterno cielo di rinnovamento (Inno a Venere di Lucrezio). È un uomo pronto a cadere, per una morte non naturale.
“Memoria” è dedicata ad un suo amico, arabo di nome Moammed Sceab, trasferitosi in Francia che, non essendo riuscito ad adattarsi, si suicida (tema dello sradicamento). Dice “Fu Marcel ma non era francese”: tentativo di integrazione. Il nome diverso indica alterità, diversità (come le Amazzoni che si privavano di un seno, senso di precarietà per l‘uomo [Pirandello, Uno Nessuno Centomila; Kafka, Metamorfosi]).
“I fiumi” rappresenta la scarnificazione dell’anima durante la guerra, è espressivo, arido, aspro, pietroso.
Lui ha l’identità del mirante oltre alle identità sue nazionali.
I fiumi che cita sono:
- l’Isonzo, che rappresenta l’esperienza della guerra, si descrive come una “docile fibra dell’universo”, senso di spersonalizzazione (“Niente di nuovo sul fronte occidentale” E. M. Remarque), il singolo in guerra non conta nulla. L’Isonzo è quasi una bara d’acqua;
- il Nilo, che rappresenta l’esperienza in Egitto quindi l’infanzia e la giovinezza;
- la Senna che rappresenta gli anni della consapevolezza (Bergson, l’uomo è il risultato di tutte le sue esperienze);
- il Serchio rappresenta le origini, l’identità italiana, la tradizione.
Nel finale l’uomo è il risultato delle proprie esperienze. Viaggio fisico e della memoria.

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