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O notte

L’autore della poesia “O notte” è Giuseppe Ungaretti (1888 – 1970). Lo stesso Ungaretti precisò il tema di questa lirica, ovvero, lo scorrere del tempo, il mutare del tempo, la brevità di durata del tempo e ciò che rimane del tempo.
Il testo si apre con un’immagine dell’alba e si chiude con un’invocazione alla notte, che rimanda al titolo del componimento. Dal buio notturno emergono immagini che rivelano aspetti del reale, privi di precisi riferimenti spazio-temporali e associati alla soggettività dell’io lirico al suo sentimento della vita.

Dall’ampia ansia dell’alba
Svelata alberatura.

Dolorosi risvegli.

Foglie, sorelle foglie,
Vi ascolto nel lamento.

Autunni,
Moribonde dolcezze.

O gioventù,

Passata è appena l’ora del distacco.

Cieli alti della gioventù,
Libero slancio.

E già sono deserto.
Perso in questa curva malinconia.

Ma la notte sperde le lontananze.

Oceani silenziosi,
Astrali nidi d’illusione,

O notte

La luce dell’alba mostra la realtà esterna nella sua vera dimensione, allo stesso modo la coscienza, emergendo dal sonno notturno, riporta la consapevolezza e con essa il dolore.
La parola ansia fa esplicito riferimento alla dimensione dell’io lirico, nel quale si ridestano le angosce che accompagnano l’esistenza dell’uomo.
La dimensione del dolore non è soltanto negli esseri umani, ma coinvolge la natura stessa e tutte le forme dell’esistenza: è richiamata anche dal debole rumore delle foglie mosse dal vento, che assumono caratteristiche umane (lamento).
La condivisione della sofferenza trasforma l’ansia iniziale in morbide dolcezze: non è soltanto la stagione autunnale ad andare verso il sonno dell’inverno, ma è la vita stessa dell’uomo che, come quella di tutte le creature, declina verso la morte attraverso un distacco dolce e graduale.
La morte richiama per contrasto l’idea della gioventù, che sembra finita da poco, espressa dall'immagine dei cieli alti e illimitati, metafora degli slanci giovanili animati da una speranza senza confini. Slanci ed entusiasmi che non esistono più, poiché hanno lasciato il posto alla solitudine, dimensione dolorosa anche se condivisa con gli altri esseri umani. L’aggettivo curva evoca il ripiegamento interiore dell’io su se stesso e si contrappone per antitesi al libero slancio della giovinezza.

Unica salvezza è la notte, poiché annulla tutto nel buio senza confini. Le espressioni Oceani silenzi, Astrali nidi d’illusione richiamano, con un procedimento analogico, una dimensione assoluta infinita e consolatoria: il silenzio senza limiti è il tacere della coscienza, dimensione nella quale possono crescere ancora le illusioni, esse trovano la forza di manifestarsi, quasi fossero custodie all'interno dello spazio caldo di un nido proiettato oltre il tempo e lo spazio.

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