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La lirica è stata scritta subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale e si rivolge ai sopravvissuti, a coloro che avevano superato, come disse il poeta stesso , "la tragedia di questi anni". I vivi, con le loro grida dissennate di odio e di violenza, possono uccidere un'altra volta i morti (e questo già è un immagine forte quasi a sottolineare l'assenza di ogni dignità umana), impedendo di percepire la flebile voce che chiede di riscoprire la solidarietà e la pietà, cosicchè possa continuare la vita. E' l'ultimo messaggio , quello dei morti, che possa ancora rendere
testimonianza alla dignità dell'uomo, nel mondo imbarbarito dalla follia della guerra.

Non gridate più
Cessate d'uccidere i morti,
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l'impercettibile sussurro,
non fanno più rumore

del crescere dell'erba,
lieta dove non passa l'uomo.

Il peso della catastrofe della Seconda guerra mondiale trova voce nelle liriche di molti poeti del Novecento, sgomenti dinanzi all'evidenza di un dolore di tali proporzioni. In questa poesia la pena di Ungaretti da individuale si fa universale e coinvolge tutti gli uomini, ai quali il poeta rivolge i suoi vibranti inviti. Espresse sotto forma di imperativi, le esortazioni del poeta hanno il valore di preghiere indirizzate a coloro che non avendo ancora compreso il
significato della pace, gridano il loro odio reciproco soffocando la debole voce dei morti. Il poeta invita i superstiti a superare la barriera di odio perchè il sacrificio dei caduti non sia stato inutile: è da essi che proviene l'estrema lezione, l'unica che può ancora aiutare i vivi a non soccombere. Il lieve sussurro dei morti, così lontano dalle grida dei vivi, ha la dignità di un'esortazione suggerita con pudore , quasi inavvertita, come il crescere
dell'erba.

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