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Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti nacque nel 1888 ad Alessandria d’Egitto da genitori di origine lucchese, che manterranno vivo il ricordo delle origini nei figli, recitando il rosario dopo cena e parlando di quei posti. Il padre di Ungaretti, emigrato per fare lo sterratore durante i lavori per la costruzione del canale di Suez, morì ben preso, nel 1890 e il poeta crebbe con la madre, che si occupò della gestione di un forno di proprietà della famiglia.
La luce, gli odori e i suoni del luogo nativo lasciarono un segno indelebile nella personalità e nella poesia dell’autore.
Da piccolo, Ungaretti, visse in una casa alle porte del deserto e dalla visione della misteriosa distesa del Sahara, infinita e silenziosa, nacque così in lui la scoperta del proprio esistere interiore.
In Egitto frequentò le scuole francesi, dove conobbe le opere poetiche di Baudelaire e la filosofia di Nietzsche e iniziò a leggere con passione Leopardi e le liriche del poeta simbolista Mallarmé, sedotto dalla musicalità dei suoi versi. In quegli stessi anni diede vita a un profondo sodalizio umano e culturale con il compagno di scuola Moammed Sceab e con Enrico Pea, anarchico emigrato dalla Versilia, e iniziò un proficuo rapporto epistolare con gli intellettuali, in particolare con Jahier e Prezzolini.

A 24 anni, Ungaretti si recò a Parigi per perfezionare gli studi. Si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’Università della Sorbona e fu allievo del filosofo Henri Bergson, che influenzerà profondamente il suo sentimento del tempo e l’approccio conoscitivo nei confronti della realtà. A Parigi frequentò i caffè letterari, dove conobbe i rappresentanti delle Avanguardie. In particolare, strinse amicizia con numerosi pittori, come Pablo Picasso, con il poeta surrealista Guillaume Apollinaire e con gli intellettuali futuristi Giovanni Papini e Ardengo Soffici.
Fu proprio nella capitale francese che Ungaretti sentì in modo chiaro e definitivo il richiamo della vocazione poetica e fu lì che scrisse i primi versi. Durante il soggiorno parigino, ricco di stimoli umani e culturali, il poeta però fu colpito anche dal primo dei tanti lutti che costellarono la sua esistenza. L’amico fraterno Moammed Sceb, che lo aveva raggiunto nell'alberghetto in cui Ungaretti viveva, si suicidò dopo pochi mesi, annientato dallo sradicamento e dall'incapacità di costruire una nuova identità.
Nel 1941, allo scoppio della Prima guerra mondiale, Ungaretti tornò in Italia e si schierò fra gli intervenisti. Anche se condannò la guerra, la ritenne indispensabile per difendersi dalle mire dell’espansionismo tedesco.
Qualche anno dopo spiegò la sua scelta dicendo di essere un uomo pacifico, ribelle, non amava la guerra ma in quel caso era necessaria, pensando che la colpa della guerra fosse tutta della Germania. Partì come volontario e combatté prima sul Carso, poi in Francia con le truppe del corpo d’armata italiano. In trincea scrisse le liriche Porto sepolto, poi confluite nella raccolta Allegria di naufragi. L’esperienza della guerra fu determinante per la presa di coscienza di una nuova dimensione esistenziale. Lo sconvolgimento emotivo provocato dagli avvenimenti bellici, dalla vita disumana in trincea, spinse con urgenza e drammaticità Ungaretti anche verso una precisa concezione stilistica.
Terminata la guerra, nel 1919 Ungaretti si sposò con Jeanne Dupoix, che restò al suo fianco fino alla morte nel 1958. Dopo un breve soggiorno a Parigi, la coppia si stabilì a Roma ed ebbe due figli, Anna Maria e Antonietto.
Nel frattempo, Ungaretti aderì al fascismo, che era salito al potere nel 1922, e ottenne un modesto impiego al Ministero degli Esteri. Ma, come egli scrisse, il burocrate non uccise il poeta: riscoprì Petrarca, Leopardi, Dante e, grazie ai contatti con gli ambienti culturali della Ronda, pubblicò una nuova raccolta poetica, Il sentimento del tempo, in cui raggruppò le poesie scritte tra gli anni Venti e il 1932.
Altri due avvenimenti importanti segnarono questo primo soggiorno romano: nel 1928, dopo un lungo e tormentato percorso, al termine di una crisi religiosa, la ricerca esistenziale del poeta trovò conforto nella adesione definitiva alla religione cattolica; nel 1930 morì la madre, che Ungaretti ricorderà per la forza e la fede incrollabili.
Nel 1936 Ungaretti fu invitato dal governo brasiliano a insegnare Letteratura italiana all'Università di San Paolo. Grazie alle favorevoli condizioni economiche proposte, tali da garantire finalmente un discreto benessere alla famiglia, accettò l’incarico e lasciò l’Italia.
In Brasile il poeta visse sette anni di lavoro intenso, ma funestati da due gravi lutti familiari. Nel 1937 morì il fratello affezionatissimo Costantino, ma la perdita più grave è provocata nel 1939 dalla morte del figlio Antonietto, di nove anni. La tragedia, provocata da un banale attacco di appendicite e dall'incuria dei medici, segnò in modo indelebile la vita del poeta.
L’entrata della Seconda guerra mondiale del Brasile contro l’Italia, nel 1942, costrinse Ungaretti al rientro in patria.
Giunto a Roma, venne nominato Accademico d’Italia e gli fu offerta la cattedra di Letteratura moderna e contemporanea, che conserverà fino al 1958, quando andrà in pensione. Nel dopoguerra uscirono di seguito Il dolore, La terra promessa, Un grido e paesaggi e Il taccuino del vecchio. L’intensa attività didattica e artistica venne turbata da un nuovo lutto: nel 1958, dopo una lunga malattia, morì la moglie, Jeanne, di cui resterà sempre viva la nostalgia nel poeta.
La sua fama in costante ascesa gli procurò riconoscimenti internazionali: dall'elezione a presidente della Comunità europea degli scrittori, al Premio internazionale Etna-Taormina, alle onoranze in Campidoglio per il suo ottantesimo compleanno. Nel 1969 diede alle stampe presso Mondadori l’edizione completa della sua opera poetica, Vita di un uomo.
Ungaretti morì nel 1970 a Milano.

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