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Giovanni Verga

Verga è il primo scrittore che non scrive versi, ma si confronta con la contemporaneità. Il romanzo secondo lui deve studiare la contemporaneità e capirla. Verga non parte da modelli classici, ciò che è tramandato non serve più a raccontare il presente. La letteratura è ricerca e strumento di conoscenza, in Italia questo è nuovo. L’atteggiamento di Verga verso la società contemporanea è ostile. Durante la sua epoca c’è tensione etica. Verga si contraddistingue per la sua ricerca sullo stile, quello che si fa è prima di tutto arte, la letteratura è conoscenza funzionale solo se si trova lo stile giusto. La ricerca dello stile giusto è CONTINUA, si sa che il compito è complesso. Verga vuole capire le passioni degli uomini. Svevo e Pirandello partiranno da dove Verga si ferma, cioè dall’IMPOSSIBILITA’ di decifrare la borghesia.

Verga è uno dei primi scrittori che scrive per VIVERE, cosa strana a quei tempi.
Verga sostiene le idee nazionaliste e la I guerra mondiale; parteciperà alla guardia nazionale. Dopo l’unità, della quale è a favore, fonda con degli amici la rivista Roma degli italiani che ha vita breve. Dal 1860 al 1880 si è impegnati a fare l’Italia, si diffondono immagini di eventi e di personaggi che hanno contribuito all’unità (Mazzini, Garibaldi, ecc.). Verga però fa una lettura degli eventi che contrasta, guarda con occhio critico e disincantato agli avvenimenti storici più importanti. Nei suoi testi ambientati in questo periodo, Verga non celebra gli eventi gloriosi, ma le pagine nere del periodo, ad esempio la battaglia di Lissa, dove muore Luca dei Malavoglia, battaglia che è come una ferita aperta. In Mastro don Gesualdo c’è la rappresentazione dei moti del 1820 e del 1848, visti dall’occhio popolare.

Quadro sociale e culturale

Con l’opera di Verga siamo nel periodo della II rivoluzione industriale. Si fanno progressi in tanti campi (cinema, siderurgia, ecc.). In Italia c’è arretratezza, la prima vera industrializzazione sarà solo al nord. Soprattutto Milano è molto attrattiva, le persone si trasferiscono lì (urbanizzazione).
All’industrializzazione è legata la questione sociale: le classi operaie prendono coscienza della loro situazione (nel 1864 c’è la I internazionale e nel 1871 la Comune di Parigi). Nel 1892 nasce in Italia il partito dei lavoratori (poi Partito Socialista Italiano) e la CGL.
La produzione di Verga si colloca nel periodo dell’Italia post-unitaria.

Date fondamentali

1859: II guerra d’indipendenza (annessione Lombardia);
1860: Spedizione dei Mille e annessione Toscana ed Emilia Romagna;
1861: Proclamazione Regno d’Italia;
1866: III guerra d’indipendenza (annessione Veneto);
1870: Presa di Roma
Mancano Trento e Trieste, annessi poi con la I guerra mondiale.

La delusione postunitaria

Il territorio italiano è sempre stato diviso, e adesso è problematico dare istituzioni a tutti; l’Italia è arretrata e per la maggior parte agricola (al sud c’è ancora il latifondo). Le infrastrutture (ponti, ferrovie ecc.) sono inadeguate o inesistenti. Altro dramma è l’analfabetismo, nel 1860 al sud il 90% è analfabeta. Lo squilibrio nord-sud è abissale, alcuni scrittori imiteranno Verga per far conoscere la realtà del proprio paese.

Politica italiana dopo L’unità

La Destra è al potere fino al 1876, al politica è conservatrice e tutela i privilegi delle classi dirigenti. C’è la tassa su macinato (ci sono proteste da parte dei più deboli) e l’obbligo di leva. C’è malcontento popolare. Le classi più abbienti possono evitare il servizio di leva pagando. Il primo ciclo scolastico diventa obbligatorio, e si allarga il diritto di voto (solo agli uomini con un certo reddito). C’è la volontà di espandere le colonie, infatti si conquista l’Etiopia nel 1890. Al sud c’è i fenomeno del Brigantaggio (1860-1865), una sorta di guerra civile contro lo Stato, visto come estraneo. C’è malessere, proteste e disordini: nel 1898 oltre cento morti durante la protesta per il rincaro del pane. Nel 1900 viene ucciso il re Umberto I.

La filosofia positivista

Domina il Positivismo (nato con Comte). Si va contro a tutto ciò che è astratto, conta il materiale, il concreto e il razionale. Si ha fiducia nella razionalità del reale e nella sua conoscibilità. La scienza è il principio fondamentale insieme al metodo sperimentale. Il Determinismo di Zola in Francia (race, milieu, moment sono i tre fattori con i quali si può capire come una persona si comporta), è la chiave di lettura, c’è fede nel progresso.

Il Darwinismo

Non è solo una teoria scientifica, ma è anche una rivoluzione culturale. L’uomo come l’animale è frutto di evoluzione (dalla scimmia all’uomo). Le nozioni di evoluzione, lotta per la vita, selezione naturale vengono grossolanamente applicate altrove (in filosofia, in religione, ecc.).

Editoria e Pubblicistica

All’inizio la diffusione di testi era difficile, colpa della censura e dei cambi di moneta. Con l’Unità queste barriere cadono. C’era anche il problema del diritto d’autore: i diritti d’autore al di fuori del proprio stato non c’erano (ex: Manzoni ci perse perché i suoi Promessi Sposi vennero stampati oltre che a Milano, anche altrove, ma lui per le copie stampate non a Milano non ci poté guadagnare. Con L’Unità si tutela il diritto d’autore, nel 1886. Nasce la prima industria editoriale: si cominciano ad investire capitali e si pensa alle strategie per raggiungere nuovo pubblico attraverso i testi (donne, bimbi e borghesia). Boom di periodici e riviste; si diffonde con successo la narrativa d’appendice.

Il primo Verga

1857: Amore e patria (non pubblicato);
1860-61: I carbonari della montagna;
1863: Sulle lagune;
1871: Storia di una capinera;
1873: Eva;
1874: Nedda e Eros;
1875: Tigre reale;
1876: Primavera (raccolta di novelle);

Verga – Vita e opere

Nasce nel 1840 da una famiglia di proprietari terrieri. Frequenta un istituto a Catania, diretto da Antonino Abate, poeta che diventa il primo modello di Verga. Nel 1857 Verga scrive Amore e patria e lo fa leggere ad Abate, che gli consiglia di non pubblicarlo. Risale al 1860-61 I carbonari della montagna, che parla di un episodio storico di lotta allo straniero. La formazione di Verga non è tradizionale, lui non studia latino e greco. Verga conosce molto bene Manzoni, ma anche altri, soprattutto gli scrittori più in voga del suo periodo, ad esempio i due Dumas, padre e figlio (il primo autore de I tre moschettieri e il secondo de La signora delle camelie). Verga comincia come romanziere storico, ma presto si accorge che non è più il tempo adatto per il romanzo storico, manca ormai lo stimolo per scrivere. Si interessa subito al romanzo e al teatro di prosa. E’ sia scrittore che drammaturgo. Del 1863 è Sulle lagune, breve romanzo pubblicato sui quotidiani per capitoli (in appendice). La trama è basata su colpi di scena e suspense; è ambientato in epoca contemporanea, a Venezia ancora sotto l’influenza austriaca. E’ un romanzo di denuncia contro l’Austria, oltre ad essere d’amore. Il finale è aperto, ci sono tre possibili finali. L’opera Una peccatrice è di ambientazione contemporanea, è un’esasperata vicenda d’amore e morte. L’amore è tra uno studente e una nobildonna, che si accorge di lui solo quando diventa qualcuno. Il loro amore non è però possibile, e lei alla fine si ucciderà.

Durante il soggiorno a Firenze Verga viene a contatto con il Positivismo, ci sono discussioni sull’uomo e la scimmia; Verga si interessa di teatro. E’ a Firenze che scrive Storia di una capinera, che uscirà a puntate su di una rivista di moda femminile. Viene fatta una presentazione al romanzo. E’ un romanzo epistolare, sono lettere scritte da una ragazza ad una sua amica. La ragazza è costretta dalla famiglia a farsi monaca; cresce in convento, poi però a causa del colera è costretta a tornare a casa. Tornata a casa, conosce un ragazzo di cui si innamora, lui però è il promesso sposo di sua sorella.
La protagonista diventerà monaca, finché non morirà di disperazione.
L’interesse in quest’opera sta nella descrizione dei sentimenti, descrizioni molto efficaci.
Nel 1872 si reca a Milano, capitale economica della nazione. Riesce ad inserirsi bene nella città, soprattutto nei salotti culturali. A Milano Verga fa amicizia con gli Scapigliati (Boito, Praga) e insieme vanno nei caffè letterari. Approfondisce l’amicizia con Capuana, che lo supporta.
L’editore famoso del periodo è Treves, ed è con lui che Verga pubblica Eva e la seconda edizione di Storia di una capinera.
E’ il periodo delle novelle, fra cui Nedda, che saranno poi raccolte nella raccolta Primavera. Le novelle di questa raccolta sono pubblicate dall’editore Treves, gli argomenti sono intrecci d’amore, colpi di scena, fascino delle leggende medievali. Sono scritte per ragioni di guadagno (attirare pubblico). Primavera è anche il titolo di una novella che tratta l’amore tra un musicista e una sarta. Non c’è più l’amore distruttivo, i due si amano senza grandi entusiasmi. Si lasceranno, ma non si sta male; l’amore è smitizzato, è più normale. La prosa è semplice, legata a Milano.
Eva e Storia di una capinera fanno diventare Verga alla moda.
Trama Eva  Narra la storia d’amore tra un artista e una ballerina. Lei lascia il suo lavoro e va a vivere con lui. Quando poi però si ritrova a vivere in una soffitta fredda, torna dai suoi amanti, lasciandolo. Un altro racconto sullo stesso tema è Tigre reale.
Eros è invece un racconto di formazione al contrario: il personaggio va verso la rovina, è la denuncia alla società corrotta. Anche questo finisce con la morte.
I toni dei romanzi sono sempre enfatici, si utilizza la lingua del periodo.

Analisi prefazione di Eva

Verga è aggressivo verso il pubblico, il lettore è un nemico, accusato di ipocrisia e altro. Questo atteggiamento è tipico della scapigliatura, movimento nato dopo l’Unità. Gli autori scapigliati sono nati in tempo per vedere la delusione post unitaria. La generazione degli scapigliati soffre per la decadenza degli ideali. Il movimento della scapigliatura è importante per l’apertura letteraria, si è per il nuovo. Nella prefazione ad Eva c’è un appello al fatto che la realtà dev’essere verosimile. L’arte deve rispecchiare la vita contemporanea. Verga sapeva che per Eva sarebbe stato criticato, e mette le mani avanti. Verga sostiene che ora l’arte è un lusso per chi non ha niente da fare. L’arte ha il compito di rivolgersi ai dolori e non ai successi.

Nedda (1874)

Composta a Milano. Viene pubblicata su La rivista italiana. Anni dopo verrà unita a Vita dei Campi.
Verga non ci tiene molto, lui punta a fare successo con i romanzi, ma poi è proprio con Nedda che verrà conosciuto. Anche la contessa Clara Maffei (famosa per i salotti letterari) è compiaciuta da Nedda.
Nedda è l’abbreviazione di Bastianedda. Il sottotitolo della novella è Bozzetto siciliano, Verga infatti la considera una prova a qualcosa di più grande, lui stesso in una lettera a Capuana la definisce uno schizzo di costumi siciliani. Dopo Nedda Verga comincerà un altro bozzetto, Padron ‘Ntoni, che però non finirà mai (sei anni dopo diventerà il personaggio dei Malavoglia). La parola bozzetto sparirà per sempre.

Trama

Ambientato tra Catania e Siracusa, ambiente reale e preciso. Le condizioni economiche sono illustrate in maniera precisa. C’è una denuncia precisa alle ingiustizie sociali. Nedda è detta la Varannisa = originaria della via grande. Nedda è disprezzata da chi ha intorno perché è povera, l’unico che la sostiene è Zio Giovanni (uomo autorevole, non ha legami di parentela con Nedda). Si innamorerà di Jano, un bracciante, però le disgrazie si accaniranno su di lei: Jano muore lasciandola incinta, la bimba che nasce morirà di stenti.
L’impianto della novella è classico: il tipo di narratore è onnisciente e guida il lettore, mirando al patetico e al sentimentale. Leggendo l’introduzione si nota che, al contrario della prefazione di Eva, il narratore cerca una sintonia con il lettore. La lingua è nobile, con qualche inserto letterario in corsivo. Nedda è una vittima, ha valori diversi da coloro che la circondano, il narratore è dalla sua parte. Secondo Verga però l’autore deve far tacere la sua voce e lasciar parlare da sé i personaggi, cosa che non succede in Nedda.
Narrativa campagnola  Verga non è il primo che la fa; il modello che si segue è quello dei romanzi del francese George Sand. Si vuole ritrarre la vita delle famiglie di campagna, c’è un intento documentaristico ma anche di intrattenimento. Ci si rivolge al pubblico delle classi benestanti, l’idea di fondo è l’opposizione tra città e campagna. La campagna è ricca di valori che la città deve recuperare. Il lettore si deve commuovere e soccorrere facendo la carità questi personaggi poveri ma buoni.

Nel 1877 viene pubblicato L’assommoir (il mattatoio) di Zola, che ha molto successo. L’assommoir è il luogo dove i poveri vanno a bere. E’ il periodo del dibattito sul Naturalismo francese, si occupano di questo anche Capuana e De Sanctis. Il Naturalismo indaga tutta la società con occhio critico. Vengono pubblicate delle inchieste parlamentari sul sud, e viene alla luce la miseria del paese. Per questo si capisce che non si può più raccontare storielle idilliche sui contadini. Verga pensa che oltre a parlare della realtà in modo oggettivo bisogna cambiare lo stile, dare l’illusione della realtà. Verga è in dialogo con il Naturalismo; l’Italia è legata in questo alla Francia. Verga condivide tutte le idee del periodo (positivismo, darwinismo, determinismo). In Francia oltre a Zola ci sono i fratelli Goncourt, con il romanzo Germinie Lacerteux del 1865. Questo romanzo vuole occuparsi delle classi inferiori. Zola comincia ad essere conosciuto con L’assommoir, e tratta l’abbruttimento della famiglia di Germinie. Fa anche una prefazione al romanzo, dove si difende dagli attacchi che ha ricevuto, perché accusato di oscenità, anche nella lingua. L’assommoir fa parte di un ciclo di 20 romanzi, che vanno dal 1871 al 1893. Verga prende l’idea del ciclo di romanzi da Zola. Nel 1880 esce Il romanzo sperimentale di Zola, dove si dice che la letteratura deve fare proprio il metodo scientifico che si userebbe per i fenomeni fisici. Il letterato è come uno scienziato.
In Italia è De Sanctis a dedicare tre interventi al dibattito sul metodo sperimentale. Secondo lui è un dibattito un po’ esagerato, però Zola riesce a non renderlo tale, essendo un artista. Sia per Verga che per Capuana L’assommoir è un capolavoro e Zola un maestro. Per loro la scienza è una chiave di lettura del reale, la letteratura è uno strumento per conoscere la realtà. La prefazione ai Malavoglia prende spunto dai fratelli Goncourt. Lo studio alla realtà politica, economica e sociale si allarga. Ciò che interessa sono le prime inquietudini pel benessere. Si studia come il mondo arcaico viene a contatto con il progresso. L’idea del ciclo dei vinti risale già al 1878. Balzac aveva già avuto l’idea di un ciclo di romanzi (La comédie humaine), però per Verga il modello più vicino è Zola. I personaggi di Zola hanno die fili conduttori: ereditarietà dei caratteri e insoddisfazione economica. Verga concorda con l’insoddisfazione economica, ma non con l’ereditarietà dei caratteri. C’è l’idea che i personaggi delle classi più basse sono più facili da rappresentare, idea che ricorre già nel Naturalismo e nei fratelli Goncourt (prefazione al romanzo I fratelli Zemganno). La seconda parte della prefazione ai Malavoglia torna a parlare del progresso. Verga sostiene che il progresso è inevitabile, ed è positivo; come la natura anche la società è soggetta ad una lotta per la vita e si ha una selezione naturale. Lo scrittore ha il ruolo di osservatore, travolto anche lui dalla fiumana. C’è chi soccombe, e chi ce la fa. Lo scrittore può dare un’opinione, ma non giudicare; il suo compito è quello di lavorare per il bene dell’umanità. E’ un testimone del caos per la lotta per il progresso, ma non sta a lui mettere ordine (metodo dell’impersonalità).

Vita dei campi (1880)

Si forma di otto racconti già pubblicati in rivista. Tra questi racconti si distingue Fantasticheria, che ha uno stile diverso, è un racconto meta letterario. Nel 1897 l’ultima pubblicazione vede l’inserimento di Nedda.
Il titolo Vita dei campi è mutuato da un racconto di un autore tedesco che scrive racconti campagnoli. In questa raccolta cinque racconti su otto hanno come titolo il nome dei protagonisti, questo per dar loro risalto. La modernità per Verga porta alla ricerca del benessere, ma i personaggi delle novelle sono ancora portatori di valori.
Nella raccolta Novelle rusticane invece, gli unici personaggi che spiccheranno saranno quelli che hanno accumulato più roba.

Rosso Malpelo (1878)

Pubblicato sul quotidiano Fanfulla della domenica. Due anni dopo viene pubblicato in opuscolo, con il sottotitolo (in realtà sopra titolo) Scene popolari. La novella si colloca in un contesto impegnato, infatti è legata all’inchiesta La Sicilia nel 1876, che descrive le condizioni economiche in Sicilia. Verga prende informazioni da quest’inchiesta, infatti l’ambiente dei minatori è descritto molto bene. Nelle cave di rena rossa ci lavorano i bambini, dati i corridoi molto bassi. Sono spariti i toni consolatori di Nedda. L’intento però, pur partendo da dati reali, non è un intento di lotta per le riforme, a Verga interessa indagare la società contemporanea. In Rosso Malpelo c’è l’infanzia devastata, mentre invece di solito è il regno dei sentimenti; in questa novella l’infanzia è segnata dalla fatica, chi picchia di più vince. La presenza incombente nella novella è la morte, non ci sono solidarietà e compassione, non c’è più lo sguardo compassionevole sulla miseria. Con l’espediente del narratore popolare, la prosa guadagna forza, poi è il lettore che deve capire da solo quello che accade. Per esempio Malpelo non è cattivo come potrebbe sembrare, sono gli altri ad esserlo.
Filippo Filippi si lamenta di Rosso Malpelo, perché accusa Verga di aver usato troppi imperfetti, e non gli piace l’incipit della novella. Filippi però non ha capito la differenza tra scrittore e voce narrante. Verga gli risponde dicendogli che gli imperfetti nel testo sono voluti, e che il suo obiettivo è far sparire lo scrittore, l’autore non si deve mescolare. Verga vuole dare l’illusione di aver di fronte un pezzo di realtà, e non deve mostrare di avere interesse per i suoi personaggi.
In Rosso Malpelo la struttura è nebulosa, non c’è il solito rigore narrativo (inizio --> fine), si passa da un argomento all’altro senza seguire un ordine preciso. Nel testo ci sono modi di dire anche coloriti, oltre al costante impiego del discorso indiretto libero, parole inserite direttamente nella narrazione, in terza persona.


Cavalleria rusticana

Pubblicata nel quotidiano Il Fanfulla della domenica. Nel 1884 Verga ci ricaverà un dramma teatrale di successo.
Trama
Turiddu torna al paese dopo il servizio di leva, trovando l’antica fidanzata che si è messa con un uomo ricco. Turiddu la riconquista facendola ingelosire con un’altra, la quale poi rivelerà al nuovo fidanzato la loro tresca. Turiddu e il futuro marito si sfideranno, Turiddu muore. Il titolo infatti è riferito al duello tra i due, però è anche ironico, perché lo sfidante di Turiddu vince con l’inganno, accecando l’avversario con la polvere. (Analogia con il capitolo 6 dei Malavoglia, dove la situazione è simile). Il racconto è probabilmente ambientato a Vizzini, però il narratore popolare non ce lo specifica.

Sequenze

1. Descrizione di Turiddu Macca, figlio della Gnà Nunzia (il narratore popolare non ci dice chi è la Gnà Nunzia, ma dà per scontato che noi lettori lo sappiamo già); Turiddu è identificato dal suo berretto rosso. Verga lo paragona ad un ciarlatano. Turiddu si pavoneggia con l’uniforme e il gesto di accendere la pipa. Turiddu viene a sapere che Lola si è messa con Alfio  esempio di indiretto libero: Voleva trargli le budella dalla pancia, voleva trargli!

Turiddu è un pallone gonfiato, il narratore ha un atteggiamento denigratorio nei suoi confronti. La sua descrizione non è tanto fisica, quanto concentrata sui gesti e sui modi.

Felice Cameroni, critico che recensisce i Malavoglia rimprovera a Verga il fatto che affida la descrizione dei personaggi solo ai gesti, invece secondo lui un personaggio dev’essere descritto per bene, altrimenti il lettore si trova in difficoltà nella lettura. Verga invece gli risponde dicendo che il lettore viene portato in mezzo ai personaggi, quindi non c’è bisogno di descrizioni dettagliate. Il lettore deve vedere il personaggio “da dieci parole, e da come si soffia il naso”.

2. Turiddu è più povero rispetto agli altri personaggi, quindi è visto come uno da non prendere sul serio. Alfio invece è ricco, infatti si nomina sempre la sua roba (Alfio e i suoi 4 muli in stalla). Dialogo tra Turiddu e Lola.

3. Vendetta di Turiddu verso Lola.

4. Lola si ingelosisce, e comincia a vedersi di nascosto con Turiddu.

5. Vendetta di Santa (ragazza con cui Turiddu fa ingelosire Lola). Siamo a Pasqua ed è proprio mentre aspetta di confessarsi che la ragazza matura l’idea di vendicarsi. (Religione svuotata di senso)

6. Si saltano dei passaggi narrativi (ellissi narrativa). Vigilia di Pasqua all’osteria. Turiddu e Alfio si incontrano, Alfio sa tutto. Bacio della sfida. Dialogo tra i due e uccisione a tradimento di Turiddu.

Turiddu è ancora portatore di sani valori, al contrario della gente del paese, anche se il narratore cerca di metterlo in cattiva luce.

Lingua e stile della novella

E’ scarna, le fasi della vicenda si accostano bruscamente le une alle altre. Frasi sgrammaticate, senso di straniamento, il racconto sembra si sia fatto da sé. Fenomeno della ripetizione Voleva trargli le budella dalla pancia, voleva trargli!

La lupa

Pubblicata su La rivista nuova di scienze, lettere e arti del 1880. Il personaggio della lupa viene ingigantito. Il fatto della novella trae ispirazione da un fatto vero, successo a Mineo, luogo di origine di Capuana. Il personaggio della lupa si impone, non c’è mai uno scambio con gli altri personaggi. La voce narrante nega ogni sorta di umanità in lei. La lupa è un personaggio reale, viveva nelle terre di Mineo. E’ Verga stesso che lo ricorda, a proposito della morte di Capuana. Quest’ultimo fa una recensione di questa novella, e sostiene di considerare più viva la lupa letteraria che quella reale. Verga secondo lui ha trovato il modo giusto per rappresentarla e raccontarla.
La lupa è ossessionata da Nanni, e il narratore la deforma; comunque sia lei è davvero innamorata di lui. La sua è una passione integra, sincera, ma non per le leggi umane, che la definiscono scellerata. Per la società la donna dev’essere riservata e sottomessa al controllo maschile; la lupa è invece colei che predomina, minacciando il predominio maschile.
Verga fa anche un dramma teatrale sulla novella, dove approfondisce molto il carattere della lupa; si cerca di rendere accettabile la sua storia, e adeguarla ai canoni del tempo.

Caratteristiche della novella:
- Rapporto tra eros e morte: tensione tra la condanna moralistica e fascino dell’eros trasgressivo che si trasforma in pulsione di morte;
- Femme Fatale: di solito è una donna borghese, non contadina come ne La lupa;
- Connotazione demoniaca: la lupa come divoratrice di uomini.


L’amante di Gramigna (1880)

Il titolo originario era l’amante di raja. La raja è una pianta spinosa, ma vuol dire anche rabbia. Successivamente si cambia con gramigna, che fa riferimento ad una parabola evangelica; la gramigna la pianta il diavolo e sono le erbacce che rischiano di soffocare il grano. Gramigna è un nome maledetto, il protagonista della novella ha tratti demoniaci. Verga scriverà una lettera a Farina a proposito di questa novella, e Farina dimostrerà di non aver capito nulla. Secondo Capuana Gramigna è un altro personaggio reale, ne parla ad un incontro sulla Sicilia. Il personaggio reale di Gramigna ha ucciso il suo tutore tiranno, per poi diventare latitante. Peppa, altro personaggio della novella, è in realtà la serva di casa Capuana. Ci sono analogie tra il personaggio di Gramigna e quello della lupa: anche Gramigna è ingigantito, ha sete come lei, è una sorta di corrispettivo maschile della lupa. E’ considerato un demonio, che strega una brava ragazza pur non volendo.

Fantasticheria (1879)

Pubblicata su Il Fanfulla della Domenica. E’ una sorta di racconto programmatico che fa da prologo e si trova all’inizio. Il narratore è colto e non popolare.

Pentolaccia (1880)

Pubblicato su Il Fanfulla della Domenica. Pentolaccia è il soprannome del protagonista, cornuto e contento. Non sappiamo il suo vero nome.

Produzione novellistica di Verga

1880: 6 novelle di Vita dei campi + 1 delle Rusticane;
1881: 5 Rusticane;
1882: 5 Rusticane + 5 di Per le vie + 1 di Drammi intimi;
1883: 5 di Per le vie + 5 Drammi intimi + 1 di Vagabondaggio;
1884: 4 di Vagabondaggio;

Da Vita dei campi a Novelle Rusticane

Nelle novelle La roba, Cos’è il re, Storia dell’asino di S. Giuseppe, che fanno parte delle Novelle rusticane si vuole fare una ricognizione della società che si espande. Il narratore non può più essere onnisciente, non c’è più fiducia verso di lui. Novelle rusticane prima si chiama Bozzetti siciliani, poi Racconti rusticani che è troppo simile ad un altro libro diffuso in Italia, ed infine con il nome che conosciamo. Le novelle sono 12, ma non pubblicate con Treves, perché offre poco compenso a Verga (1500£), perciò lui si rivolge a Casanova, che gli offre 2000£ e lui ci sta. Casanova spesso gli chiede di aggiungere o togliere pezzi alle novelle, per dare spazio ai disegni; infatti l’edizione è illustrata, anche se Verga e Capuana non sono soddisfatti dei disegni.
L’ambientazione delle Novelle rusticane è la Sicilia. Tornano un po’ gli stessi personaggi, però non ci sono più quelli di Vita dei campi. I personaggi adesso sono conformisti, hanno la mentalità di accumulare ricchezze. L’ambiente è degradato, il mondo non è più umano. I personaggi non sono cattivi, ma pensano inevitabilmente ai beni materiali.
In vita dei campi i finali delle novelle sono spesso tragici (in 5 novelle su 7); in novelle rusticane invece non ci sono più eventi tragici, non c’è eroismo, c’è solo l’interesse economico.
Con Novelle Rusticane l’orizzonte si allarga; il contesto sociale è più ampio; c’è un legame tra roba e morte, passione per il possesso. Verga non giudica mai in queste novelle. C’è la presenza di toni comici, le battute non sono però volute, è la realtà grottesca che le fornisce: ad esempio Il reverendo ha un comportamento comico. La prosa è spesso sgrammaticata, con la presenza di anacoluti (si parte con un soggetto per poi passare ad un altro). Verga però vuole questa prosa aspra, perché per raccontare una realtà disgregata e dura come quella che racconta lui anche la prosa lo deve essere. Nel periodo storico in cui siamo, si cerca di trovare una lingua unitaria (su modello di Manzoni), quindi Verga viene criticato per questo suo modo di scrivere.

Di là dal mare

Testo saggistico, diverso dagli altri. La prosa è colta, perché è il narratore ad esserlo. E’ un testo scritto apposta per essere inserito in volume. Protagonisti un uomo e una donna benestanti, lui è uno scrittore. Non stanno insieme. Nei due personaggi si è tentato di identificarci Verga e Giselda Foianetti, la quale sposerà un altro, ma quando rivedrà Verga ci intreccerà una relazione. La donna del testo vuole stare con lui, sono amanti. Fuggono insieme, ma poi si separano per rivedersi anni dopo. Il loro amore non è travolgente, c’è nostalgia perché loro non possono stare insieme.


La roba

Compare sul La rassegna settimanale di Sonnino e Franchetti (autori dell’inchiesta sul sud). In questa rivista si pubblica molta narrativa regionalista. Anche le novelle Malaria, Il reverendo, Don Licciu Papa sono pubblicate qui. Il titolo non è il nome del protagonista come di consuetudine, perché il protagonista che è Mazzarò, si identifica con la sua roba (roba nel testo compare 23 volte). Di solito l’incipit della novella ha lo scopo di presentare il protagonista, qui invece si presenta tutta la roba che possiede. Si utilizza l’accumulazione descrittiva, infatti tutte le proprietà di Mazzarò sono aggiunte tramite coordinate (e, e). Le coordinate in un testo sono anche un tratto favolistico (E cammina cammina…). Il narratore è colto, lo si capisce dalla presenza di aggettivi nella descrizione (il cielo fosco dal caldo). Le ricchezze di Mazzarò sono amplificate, il magazzino è paragonato ad una chiesa. Il narratore popolare ci informa che invece Mazzarò era un omiciattolo. C’è ammirazione incondizionata verso di lui, il narratore ragiona come lui e non lo condanna nonostante Mazzarò abbia spesso raggirato le persone per arricchirsi. L’unico limite di Mazzarò è che dovrà morire e lasciare la sua roba. Mazzarò è un po’ quello che sarà Mastro Don Gesualdo nel romanzo. Al contrario di Mazzarò però, Gesualdo si accorge che questa bramosia di roba gli ha creato vuoto intorno, non ha affetti. In Gesualdo c’è un po’ la stessa scena finale che c’è nella roba (bastonare gli animali), però Gesualdo è un personaggio più complesso; morirà da solo in una soffitta, sconfitto negli affetti, anche se vincitore per essersi arricchito.

Libertà (1882)

Esce su La domenica letteraria. Racconta un fatto storico a sua maniera, che è quello della rivolta di Bronte (1860) con conseguente repressione. Altre novelle di questo tipo sono Camerati (nella raccolta Per le vie), Carne venduta (inclusa a volte nelle novelle sparse). L’ottica che si assume nel descrivere la guerra è straniante, i personaggi sono sbalzati in qualcosa che non sanno. Garibaldi assume il potere in Sicilia, sostenendo il movimento contadino; quando non serve più però viene represso. Bronte era un feudo del capitano Nelson, donatogli dal re di Borbone. Il confronto con le fonti storiche fa capire che Verga non fa una ricostruzione fedele di ciò che accade; su questo si è soffermato nel 1960 Sciascia, che in alcuni scritti lo ricostruisce fedelmente. In un saggio del 1963 Sciascia si chiede perché Verga non ha descritto tutto per bene, e arriva alla conclusione che non lo abbia fatto perché conservatore, e per mostrare quanto la rivolta fosse inutile di per sé, dato che un cambiamento sociale non è possibile. Il motto della rivolta è Viva Garibaldi, a morte i cappelli! I cappelli sono i signori, mentre i contadini sono i berretti. Nella novella il tutto dura 3 giorni (sabato, domenica, lunedì); in realtà tra rivolta e repressione ne sono passati almeno 6. Ciò che muove i contadini è la terra, la roba. Come sempre leggendo la novella, non sappiamo dove siamo, né l’identità dei personaggi, ma li conosciamo solo per nomignoli. E’ il lettore che deve capire da sé il tutto.


I Malavoglia

Sono una sorta di sopravvissuti, ancora portatori di valori. Siamo ad Acitrezza, la famiglia è quella dei Toscano con capofamiglia padron ‘Ntoni. Si narra la loro progressiva decadenza, da famiglia benestante a poveraccia, dopo una serie di disgrazie. L’arco temporale è quello che va dal 1863 al 1878. I Toscano sono destinati a soccombere, Verga non li idealizza, anzi: è colpa loro se per arricchirsi sono voluti diventare commercianti da semplici pescatori, quindi se la sono cercata, anche loro vittime del progresso.
Del 1882 è Il marito di Elena. Poco letto, è completamente diverso dal progetto solito di Verga. L’ambiente è piccolo-borghese. Tratta della rovina di questa donna che voleva diventare aristocratica.

Per le vie (1883)

Esce con l’editore Treves. Doveva chiamarsi vita d’officina, in contrapposizione con vita dei campi, però il titolo Per le vie è più adatto a descrivere il girovagare dei personaggi nei luoghi di Milano. I personaggi sono popolari, per esempio operai, camerieri, ballerine, prostitute. Torna la rappresentazione della quotidianità, una quotidianità grigia, la folla è alla ricerca dell’utile, è proprio la Milano del tempo. Tra i personaggi nessuno spicca, non ci sono più i sentimenti, solo l’obiettivo di accumulare roba. L’individuo è solo, non c’è solidarietà gli uni con gli altri. La ricchezza corrompe (le donne scelgono sempre il ricco); non c’è speranza di miglioramento. I due principali filoni tematici sono:
- Degradazione dei personaggi, i quali non ne avvertono la gravità e la drammaticità; morti sminuite;
- Sentimenti come inganno e debolezza, portano ad una sconfitta, sono finti e recitati.

L’intento di Verga è disumanizzare, rappresentare con lo sguardo rivolto alle vittime del progresso. Le modalità linguistiche ed espressive devono essere adeguate. Si dà più peso ai personaggi, si usa il monologo (già usato da Flaubert e Zola), il che farebbe pensare ad un ritorno al passato, ma non è così perché Verga vuole trovare i giusti mezzi per rappresentare. Affiora il male di vivere dell’uomo. Uso del discorso indiretto libero e di una sorta di correlativo oggettivo: lo sguardo serve a farci capire cosa davvero i personaggi sentono. Il lettore ha un ruolo attivo, perché deve interpretare. Il racconto ha una struttura debole, non ha né una vera fine, né un vero inizio, anzi il finale è in sordina: le tinte piano piano si sfumano, cala il sipario e si ritorna al grigiore collettivo. La solitudine dell’uomo è generale, non propria di Milano, verso il male c’è impotenza, perché è legato alla condizione umana

L’ultima giornata

Esce ne Il Fanfulla della domenica. Il protagonista è un suicida venuto dalla campagna per cercare fortuna in città; la città lo delude e lui sceglie il suicidio. Il vero protagonista però non è il suicida, bensì la folla, che commenta il suo suicidio. Di lui non sappiamo nulla, è segnato dal pregiudizio. La narrazione si articola su più punti di vista, ed è ricostruita per frammenti, per salti temporali. Il dramma della morte non è enfatizzato, le voci della folla commentano.
Il volto del suicida non è riconoscibile, ci si concentra sulle scarpe (tratto distintivo), scarpe che lo rendono sospettoso, quindi da scacciare.
Nel finale si parla del suo suicidio, ma solo per avere qualcosa da dire; uno dei ragazzi usa l’argomento per farsi notare dalle ragazze. L’interesse è mosso da ragioni personali.

Tentazione (1884)

Novella della raccolta Drammi intimi. Questa raccolta si compone di 6 novelle, che Verga smembrò. Esce con l’editore Sommaruga. E’ ambientata a Milano. Suscita polemiche perché è scabrosa. La voce narrante considera i tre amici come bravi ragazzi, nonostante ciò che hanno fatto.

Lacrimae rerum

Novella programmatica della raccolta Vagabondaggio pubblicata a Firenze nel 1887. Il termine vagabondaggio si riferisce all’almeno apparente muoversi dei personaggi, ma in realtà l’unica cosa che si constata è il logoramento dello scorrere del tempo sulle cose. Lacrimae rerum (le lacrime delle cose) è un’espressione tratta dall’Eneide. Enea vede le immagini della distruzione di Troia, e le sventure provocano il pianto. Secondo Verga le lacrime “sgorgano” dalle cose. L’espressione è anche usata da De Sanctis, che nell’arte invita a dare le lacrime delle cose, e risparmiateci le lacrime vostre. C’è una pura e semplice descrizione, non si vuole spiegare o interpretare, lo deve fare il lettore. Nei testi programmatici la voce narrante è colta, distaccata rispetto alle novelle. In Vita dei campi il narratore parla in prima persona, in Di là dal mare il narratore invece parla in terza persona.

Il bastione di Monforte

Si dice ciò che si vede dalla finestra, persone e cose. L’autore stesso si include nella novella. C’è meno coinvolgimento emotivo, la sua prospettiva è più lontana.

I ricordi del capitano D’Arce

Raccolta che esce nel 1891. Sono tutti racconti di ambientazione nobiliare. Per rappresentare i nobili non basta più basarsi su come si soffiano il naso (come si faceva per i contadini), perché c’è l’educazione che impone dei comportamenti standard, cosicché i sentimenti sono falsati. In questa raccolta è il capitano d’Arce che narra le cose, però lui è molto vicino a Verga, quindi è complicato mantenere il distacco. Inoltre la lingua da adottare va a coincidere con quella lingua letteraria abitualmente impiegata. Le buone maniere ed il conformismo impediscono di cogliere la realtà.

Don Candeloro e C.i. (1894)

In questa raccolta che esce a Milano, si arriva a scontrarsi con il fatto che non si può scindere la realtà dalla finzione, sia a livello popolare che a livello nobiliare. Il tema conduttore è quello della maschera. Il testo programmatico di questa raccolta è Fra le scene della vita, utilizzabile anche per la raccolta I ricordi del capitano D’Arce. Il protagonista dei primi due episodi è Don Candeloro, un puparo. Le prime 5 novelle riguardano il mondo del teatro. Verga non riesce più a trovare “il fatto nudo e schietto”, la verità non si può sapere.

Epopea spicciola (1893)

Si chiamava Sul passaggio della gloria. Gli eserciti arrivano nelle campagne e poi c’è la battaglia, vista dagli occhi dei contadini (soprattutto i danni). L’episodio raccontato segna la fine della rivolta catanese del 1848. Verga è piccolo, però la conosce bene perché Abate, suo maestro ne è stato protagonista. Verga qui non inventa niente, racconta dal punto di vista dei contadini.
Un’altra novella sulla guerra è Carne venduta. Parla dell’ingresso dei garibaldini a Palermo, a modo suo. Era un bozzetto comparso per la ricorrenza dell’ingresso dei garibaldini. Doveva essere celebrativo, ma non lo è. Si assiste ai danni che il passaggio provoca sui possedimenti dei contadini.

La caccia al lupo

Il titolo è una metafora utilizzata dal protagonista. Non si sa se c’è davvero una caccia al lupo, la moglie del protagonista però sospetta che lui abbia capito che lei ha un amante, che si trova nascosto in cucina, e che quindi voglia vendicarsi. Il lupo sarebbe l’amante; la moglie sarebbe l’agnello che tenta il lupo, così da farlo cadere in trappola). C’è tensione drammatica, il protagonista alla fine ha ragione, l’amante è davvero in cucina. Gli affetti sono finti, l’amante incolperà la moglie per essere caduto in trappola. Verga ci ha ricavato un dramma teatrale. I suoi ultimi anni di vita sono dedicati ad una trasposizione di generi: una novella diventa dramma teatrale, poi arriva al cinema; oppure un dramma teatrale diventa novella.

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