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Verga-novelle

La lupa
La lupa era una donna, chiamata così nel suo villaggio perché non era mai “sazia” delle relazioni che aveva con gli uomini. Inoltre le altre donne avevano paura di lei, perché poteva attirare con la propria bellezza i loro mariti e i loro figli, anche solo guardandoli.
Sua figlia, Maricchia, sapeva che non avrebbe trovato un marito per colpa della madre.
Una volta la Lupa si era innamorata di un giovane, Nanni, e continuava a seguirlo. Una sera gli dichiarò il suo amore e lui la rifiutò dicendo di voler sposare Maricchia.
La Lupa se ne andò via, ma si ripresentò per la spremitura delle olive e gli offrì in sposa Maricchia. Nanni accettò e la figlia fu obbligata dalla madre a maritarsi; in cambio chiese solo un angolod ella cucina in cui dormire.
Dopo il matrimonio della figlia e la nascita di nipotini, la Lupa se ne stava sempre in casa, non usciva più e tentava continuamente Nanni che però rideva e resisteva.
Un pomeriggiola donna svegliò Nanni e gli offrì del vino; egli la pregò di andarsene via, ma intanto cedette alla sua corte, pentendosene poi amaramente. La Lupa, da allora, tornò altre volte nell'aia da Nanni. Maricchia era disperata, perché sapeva che la madre voleva rubarle il marito, quindi andò anche dal brigadiere e Nanni, chiamato a testimonare, chiese di essere messo in prigione per non rivedere più la Lupa, che continuava a non dandosi per vinta.
Una volta Nanni stava quasi per morire, perché un asino gli aveva un calcio sul petto. Il prete si rifiutò di confessarlo se la Lupa fosse stata là vicino a lui. Ella se ne andò, il prete venne e Nanni sopravvisse, ma lei continuò a tormentarlo e lui la minacciò di ucciderla.
La Lupa non voleva darsi per vinta, così un giorno gli si presentò davanti: Nanni la uccise e lei non oppose resistenza.

Libertà
In questa novella viene narrata la vicenda di Bronte, un piccolo paese della Sicilia, dopo la rivolta della gente povera, che voleva dividere le terre dei ricchi: alcuni di questi sventolavano un fazzoletto rosso e altri gridano la parola "Libertà".
Durante la rivolta, ci furono molte vittime: Don Antonio viene ucciso, mentre cercava di fuggire. Anche Don Paolo fu ucciso davanti casa, sotto gli occhi della moglie che lo aspettava.
Neddu, il figlio del notaio, un ragazzino di 11 anni, fu ucciso nel modo più terribile possibile: calpestato dalla folla e finito con un clpo di scure. Supplicò i contadini di non ucciderlo, ma un boscaiolo lo ammazzò e si giustificò dicendo che anche lui sarebbe diventato un notaio.

Veniva ucciso chiunque fosse ricco, perciò la baronessa aveva fatto fortificare la sua abitazione. Infine fu scovata con i suoi tre figli e tutti furono trucidati.
L’esaltazione della gente si placò verso sera, quando la folla cominciò a diminuire.
La Domenica successiva al fatto non fu celebrata messa e si pensò a come dividere le terre, ma non sapevano come fare, perchè non c'erano periti per misurare la grandezza dei lotti di terreno, notai per registrare la proprietà… Il giorno successivo si seppe, che il generale Nino Bixio stava venendo a fare giustizia; molti scapparono e appena arrivò fece fucilare alcuni rivoltosi.
Le cose in paese tornarono come prima, infatti i ricchi avevano le loro terre e i poveri dovevano lavorarvi per guadagnare.
Al termine dei vari processi, tutti gli imputati furono ascoltati da una giuria composta dai ricchi e dai nobili. Infine fu pronunciata la sentenza e un carbonaro a cui erano state rimesse le manette rimase sbigottito perché non era stato liberato.

Cavalleria rusticana
Appena tornato da militare, Turiddu,figlio di Nunzia, si pavoneggia con la divisa davanti a tutte le ragazze, che stanno andando a messa.
A Turiddu erano però arrivate strane voci su Lola, la sua fidanzata: lì a poco avrebbe dovuto sposarsi. Turiddu sentendo questo, decise di andare ogni sera sotto la finestra di Lola ad insultarla.
Il giorno dopo il matrimonio, Lola andò in piazza a mostrare gli anelli regalategli dal marito, Compare Alfio, facendo finta di non vedere Turiddu.
Turiddo così si fidanzò con Santa, un’amica di Lola. A ella non sembrava darle fastidio e Turiddu faceva di tutto per farla ingelosire. Appena Alfio partì per le fiere, Lola chiamò Turiddu e riappacificarono le cose. Turiddu così andò a casa di Lola ogni giorno, finché Compare Alfio non tornò in paese. Santa così raccontò ad Alfio della relazione tra Lola e Turiddu. Allora Compare Alfio chiese a Turiddu di incontrarsi nel campo vicino al paese, dicendogli che doveva parlargli di un fatto che già lui era al corrente.

Turiddu accettò l’invito e sapendo già quali sarebbero state le sue reazioni, portò con se un coltello. Arrivati nel campo cominciarono a picchiarsi, fino a quando Compare Alfio gettò della terra negli occhi di Turiddu e cominciò a prenderlo a pugni.
Finché Turiddu si getto a terra dicendo di essere morto.

Nedda
Questa novella si apre con una descrizione da parte di Verga del caminetto di fronte al quale è seduto, che gli ricorda quello della fattoria del Pino. In questa fattoria, lavorano le raccoglitrici di olive, tra cui anche Nedda.
Nedda è una ragazza bruna, vestita miseramente e timida. È costretta a lavorare perché deve curare la madre malata, da cui si reca ogni sera mentre le altre raccoglitrici cenano.
Insieme a lei, ad aiutarla, c’è lo zio Giovanni, che le da una mano perché la madre è morente.
Nedda però conosce Janu, un ragazzo povero ed è affetto di malaria. Non può sposarlo a causa del lutto e della propria povertà. Poco dopo Janu cade da un albero e muore.
Nedda, rimasta in cinta del ragazzo, viene esclusa dalla società, perché considerata una peccatrice.

La bambina nasce però rachitica e muore dopo pochi mesi: così Nedda rimarrà da sola per il resto della sua vita.

Gli orfani
Le comari stavano impastando il pane quando la figlia di Meno arrivò dicendo che doveva andare da Comare Sidora.
Comare Sidora la chiamò e si mise a preparare una focaccia per la bambina. Le altre pensarono che la matrigna della bambina, comare Nunzia, stava ormai per morire e perciò le avevano portato l’ultima comunione. Le donne commentavano il fatto che, se il padre si vedesse poco in giro avesse perso anche la sua seconda moglie e sarebbe andato in rovina. Una donna si affacciò sulla porta e disse che comare Nunzia era morta e i beccamorti la stavano andando a prendere. Comare Sidora sfornò la focaccia e la diede alla bambina. L’orfanella voleva portare la focaccia alla madre ma venne fermata e si mise seduta su di uno scalino. Poi arrivò compare Meno, disperato per la perdita della moglie e, con le comari, cominciò ad esaltare le migliori qualità della povera moglie.
Le altre comari consolarono Meno offrendogli da mangiare e da bere e dicendogli di non affliggersi ma di pensare a comare Angela che dopo aver perso il marito e il figlio le stava morendo anche l’asino. Compare Meno disse che non si sarebbe più risposato perché una moglie come quella non l’avrebbe trovata mai più. Le comari dissero a compare Meno di andare da comare Angela perché forse avrebbe potuto trovare una cura per salvarle l’asino, ma per l’animale non c’era più nulla da fare.
Nino, il padre delle due mogli di Meno, disse che non gli avrebbe mai dato in sposa la terza figlia quindi compare Meno mise gli occhi sulla cugina Alfia. Poi, vedendo l’asino morente che si agonizzava a terra disse ad Angela di scuoiare subito la pelle dell’asino, per guadare un po’ di denaro.

Cos'è il re?
Compare Cosimo, il lettighiere, aveva legato le sue mule nella stalla e si era fermato davanti alla porta ad osservare la gente che era andata a Caltagirone per vedere il Re. Ad un tratto venne un funzionario del Re per dirgli che Sua Maestà voleva noleggiare la lettiga per andare a Catania. Compare Cosimo si preoccupò perché aveva paura che durante il viaggio qualcosa andasse storto e che il re gli avrebbe tagliato la testa con una delle tante sciabole appese ai muri. Cosimo diede altro orzo alle sue mule e durante quella notte non dormì.
Prima dell’alba le trombe della cavalleria lo sveglirono dal dormiveglia; uscì e vide che la gente ancora girava per le strade del paese e sentì che le campane di San Giacomo suonavano a festa. Cosimo preparò la lettiga e si diresse verso il palazzo del Re. La cavalleria fece largo tra la folla per far passare compare Cosimo ma il Re si fece aspettare molto. Sua Maestà arrivò e battendo la mano sulla spalla di compare Cosimo disse che doveva portare la regina.
Ad un tratto venne una ragazza che chiese al re la grazia per suo padre perché era stato condannato a morte. Il Re l’accontentò e Cosimo venne preso dal terrore che Sua Maestà l’avrebbe condannato se fosse accaduto qualcosa durante il viaggio. Il viaggio andò bene anche se Cosimo era sempre preso dal terrore che la lettiga si rovesciasse. Dopo molti anni gli vennero confiscate le mule perché non poteva pagare un debito, dato che ormai le strade erano carrozzabili e nessuno aveva bisogno della lettiga. Quando poi gli venne portato via il figlio Orazio per farlo artigliere compare Cosimo ripensò alla ragazza che chiedeva la grazia e disse che se il re fosse stato lì avrebbe aiutato anche lui e la sua famiglia; ma, ormai, il re era cambiato.

Rosso Malpelo
Rosso malpelo aveva i capelli rossi, e chi ha i capelli rossi era ritenuto malvagio e preso in giro da tutti. All’inizio è protetto dal padre, ma, quando questi muore in un incidente sul lavoro, resta solo e indifeso. Egli lavorava duro anche se il suo padrone lo teneva quasi per pietà, visto che suo padre era morto nella cava di rena. Inoltre veniva maltrattato dalla sorella se non avesse portato a casa l’intero stipendio.
Rosso Malpelo era chiamato anche così dai suoi colleghi di lavoro alla miniere perché aveva i capelli rossi e ricollegavano questa caratteristica alla sua cattiveria; anche essi lo maltrattavano.
Rosso Malpelo era chiamato anche così dai suoi colleghi di lavoro alla miniere perché aveva i capelli rossi, e anche essi lo maltrattavano; per questo che ogni volta che c'era la pausa mangiava sempre da solo.
La morte di mastro Misciu Bestia, il padre di Rosso Malpelo, avvenne in presenza del figlio.
Misciu rimase a lavorare anche dopo che i compagni andarono a casa; però gli cadde addosso una trave proprio dove stava scavando. Malpelo cominciò a disperarsi e fu portato via con la forza.
Dopo la morte del padre, tutti dicevano che sembrava che gli fosse entrato il diavolo in corpo e lavorava come un matto. Non fu confortato da nessuno, ma lo continuavano a prendere a sberle; inoltre Malpelo trattava tutti male, sia uomini che animali.
Rosso assimilava la violenza subita all’unico amico che aveva, Ranocchio.
Ranocchio era un ragazzino che lavorava da poco nella cava; era chiamato così per il suo problema, perché si era rotto un femore.
Un giorno venne ritrovata una scarpa del padre e Malpelo andò a lavorare in un altro punto della miniera. Qualche giorni dopo venne alla luce il corpo intero del padre e per la prima volta indossò scarpe e pantaloni nuovi, quelli del padre.
Una bella notte d’estate guardava le stelle insieme a Ranocchio; quest’ultimo gli aveva detto che quello era il paradiso, dove andavano le persone buone. Malpelo pensò che se anche suo padre era stato buono, si trovava ancora sotto terra.
Un giorno Malpelo tirò un pugnò a Ranocchio e questi sputò sangue. Scoprì poi che si era ammalato e lo curò con i pochi soldi che aveva. Qualche giorno dopo Ranocchio morì.
Dopo poco arrivò un nuovo dipendente, che era scappato di prigione. L’ex detenuto diceva a Malpelo che era meglio la prigione che lavorare in quella miniera, ma di non temere perché ci sarebbe andato presto.
Visto che la madre e la sorella non lo volevano più a casa, Malpelo un giorno si propose per una missione rischiosa per un nuovo passaggio, ma non fece più ritorno.
I lavoratori della cava da quel giorno non nominarono il suo nome per paura di trovarselo davanti con i capelli rossi e gli occhi indiavolati.

Il mistero
Verga introduce questa novella dicendo che ogni volta che lo zio Giovanni la raccontava gli venivano le lacrime agli occhi. In paese il teatro era stato allestito nella piazza della chiesa e intanto il sagrestano stava tagliando un grosso ramo di ulivo con la scure.
Zio Memmu rimproverò il sagrestano per quello che stava facendo, ma la moglie lo calmò perché quell’ulivo serviva per il Mistero, perciò il Signore avrebbe dato una buona annata.
Il Mistero rappresentava “La fuga in Egitto”: la Madonna era interpretata da compare Nanni mentre la parte di Gesù bambino era stata assegnata al figlio di comare Menica. I ladri erano interpretati da Janu e mastro Cola, i quali dovevano rincorrere la Madonna e San Giuseppe.
La scena fece tornare in mente a comare Filippa l’arresto del marito perché aveva ammazzato a colpi di zappa il vicino della vigna.
I ladri raggiunsero San Giuseppe, e, la folla, prese dei sassi per lanciarli a Janu e mastro Cola nel caso in cui facessero del male a San Giuseppe. Don Angelino li calmò dicendo che la scena doveva essere così. Don Angelino era un prete che pensava molto ai soldi; infatti, una volta, si rifiutò di fare il funerale a compare Rocco perché la famiglia del defunto non aveva soldi.
Un anno dopo compare Nanni si incontrò con Cola nello stesso luogo. Nanni era appostato davanti al campanile per vedere chi andava da comare Venera, la quale gli aveva assicurato che non si era mai vista con nessuno all’infuori di lui. Venera, però, si incontrava con Cola, il quale fu avvertito che Nanni aveva scoperto qualcosa dei loro incontri. Cola non andò più da Venera, quando una sera uscì di casa e si diresse verso l’abitazione della vedova. Bussò alla porta, l’uscio si aprì e si udì una schioppettata. Cola, gravemente ferito, venne portato a casa, dove lo attendeva la madre, la quale pregò moltissimo per avere salvo il figlio. Comare Venera era andata via dal paese e si era salvata ma ciò non accadde a Nanni, che venne arrestato e condotto in prigione.


Don Liuccio Papa
La novella si apre con la descrizione delle galline che corrono davanti alle case.
Ad un tratto, arrivò zio Masi, incaricato dal sindaco di catturare le galline e i maiali che erano in contravvenzione. Come zio Masi vide una porcellina davanti ad una porta di casa le mise al collo una fune e la catturò. Comare Santa, disperata, tentò di fermarlo ma non ci riuscì; allora, per salvare la sua porcellina diede un calcio a zio Masi che cadde a terra. Le altre donne volevano picchiare zio Masi per tutte le galline che aveva sulla coscienza, ma, in quel momento, arrivò don Licciu Papa. Don Licciu Papa chiarì subito la situazione: Comare Santa si prese la multa ma non andò in carcere perché il barone aveva visto che zio Masi non portava il cappello con lo stemma del municipio.
Don Licciu Papa si era interessato anche del pignoramento della mula di mastro Vito assieme all’usciere. Quando mastro Vito era stato citato da mastro Venerando per un debito non aveva potuto rispondere, la mula venne venduta e mastro Vito disperato disse che non poteva più lavorare e quindi non avrebbe mai potuto estinguere il debito. Mastro Vito disse male parole verso mastro venerando e se non fosse stato per don Licciu Papa sarebbe andata per il peggio.
Un giorno curatolo Arcangelo si mise in causa con il reverendo, consapevole di ciò a cui andava incontro perché il reverendo aveva i migliori avvocati. Il prete, arricchitosi, aveva allargato la casa paterna e voleva costruire la cucina sopra la casa di curatolo Arcangelo; perciò, voleva costringerlo a vendere. Curatolo Arcangelo si rifiutò e il reverendo, per dispetto, gli buttava sul tetto dell’acqua sporca, dicendo che era acqua che serviva per innaffiare i fiori. Curatolo Arcangelo fece venire il giudice e don Licciu Papa ma il reverendo eliminò ogni prova. A furia di spese giudiziarie arcangelo rimase senza un soldo vendette metà casa al reverendo e metà al barone che voleva allargare la dispensa. La figlia di Arcangelo non voleva andarsene ma solo le vicine sapevano il perché. Nina, infatti era solita incontrarsi con un signorino che le abitava di fronte ma non ne voleva sapere di sposarsi; il signorino l’avrebbe mantenuta. Come lo seppe, Arcangelo, chiamò don Licciu Papa per convincere la figlia a partire; ma, il giudice, disse che Nina aveva l’età per decidere. Quando Arcangelo vide il signorino gli diede una randellata in testa, ma, dopo che i passanti lo avevano legato accorse don Licciu Papa dicendo di farlo passare.
Ad Arcangelo venne dato un avvocato che riuscì a farlo condannare a soli 5 anni.
Tutte le storie che si intrecciano in questa novella si ricollegano tutte al problema comune del rapporto tra gli "umili" e la "giustizia": nel caso della zia Santa, quest'ultima vede sottrarsi il suo maialino per il semplice fatto che sostava in mezzo alla strada; nel caso di massaro Vito che si era visto pignorare la sua mula da don Licciu Papa; nel caso poi di curatolo Arcangelo, quest'ultimo doveva subire "l'innaffiamento dei fiori" da parte del Reverendo.


Di là del mare
I marinai udivano il rumore delle onde e una voce lontana cantava una canzone popolare accompagnata dall’organetto. Rimasero ancora un po’ sulla porta della cabina prima di separarsi, poi si rividero sul ponte all’alba. Quella mattina videro lo stretto di Messina aprirsi lungo la costa, videro il litorale della Calabria, la Punta del Faro, Cariddi. Una ragazza volle che le indicassero le montagne di Licodia, la piana di Catania... Ad un tratto lei lo indicò. Si salutarono e lei si diresse verso l’uomo che le era venuto incontro. Passarono alcuni mesi e gli scrisse che poteva andarla a trovare: si sarebbero incontrati in una casa in mezzo alle vigne riconoscibile da un segno fatto sulla porta. Pioveva come se fosse inverno, egli si riparò all’interno della casa e si mise ad aspettare. Sentiva il tempo passare dai rintocchi dell’orologio del paese vicino ma lei ancora non arrivava. Ad un tratto la pioggia cessò, poco dopo lei arrivò e abbracciandolo gli disse che non lo avrebbe mai più lasciato. Rimasero a lungo dentro la casa, poi si diressero verso la stazione più vicina. Partirono e andarono lontano, in mezzo alle montagne di cui egli le aveva tanto parlato.
Si alzavano come faceva giorno e trascorrevano le varie giornate nei campi o all’ombra degli abeti. Al tramonto si vedevano le rovine dell’osteria di "Ammazzamogli", le vigne di Mazzarò, il Biviere di Lentini. Un giorno giunse una notizia molto triste: ella sarebbe dovuta ritornare in città.
Si rincontrarono durante il carnevale e anche il giorno dopo, ma, l’indomani ella sarebbe dovuta ripartire con il primo treno. Anche lui doveva partire: era arrivato un telegramma che lo chiamava lontano. La sera seguente partì anche lui. Su un muro di una stazione vide i nomi di due innamorati scritti con il carbone. Ricordò di tutti i momenti passati insieme a lei e avrebbe voluto incidere su un sasso il nome di lei.

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