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Verga e il diritto di giudicare

Verga ha un modo tutto suo (e anche vagamente contorto), per giustificare l'impersonalità che regna quasi sovrana in tutte le sue opere. Da una parte egli afferma di utilizzarla poiché ella è l'unico strumento capace di permettergli una narrazione pulita, priva di interventi esterni e di qualsivoglia parere che possa condizionare il lettore nel suo incontro con l'opera. D'altra parte, questo non è l'unico motivo: Verga infatti è anche convinto che l'autore abbia il dovere di eclissarsi, poiché egli non ha il diritto di giudicare.
Come base di fondo, c'è un forte pessimismo: Verga crede che la società sia dominata dalla forza per la vita, una vita crudele, una realtà dominata dalla legge del più forte, dove o ci si adegua o si accetta di finirne schiacciati. In tale società non vi è alcun posto per i valori ideali, per cose come 'la famiglia', 'l'affetto', 'la compassione'. E, Verga si premura di avvisarci, tale legge è immutabile, immodificabile: non esistono alternative, in alcun senso (né nel passato, che è sempre stato governato da tale legge, né nel futuro, che lo sarà per sempre, né nel trascendente).

Ed essendo la realtà fatta in questo modo, nessuno (e Verga intende proprio nessuno, nemmeno l'autore) ha il diritto di giudicare. Per lui infatti, l'unico giudizio giusto, l'unico che è degno di essere fatto, è quello correttivo: ma se non è possibile modificare il reale, esso diviene decisamente inutile, in quanto se non si può modificare l'esistenza, qualsiasi intervento risulta privo di senso.

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