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La donna fatale nelle opere di Giovanni Verga

I romanzi giovanili del Verga, scritti tra il 1865 e il 1875, risentono fortemente degli autori francesi di grande popolarità in quegli anni (Dumas, Prever, Feuillet) e dell'ambiente della Scapigliatura con il quale viene in contatto a Firenze.
Da un lato, dunque, ritroviamo il gusto per storie sentimentali dall'altro la rappresentazione del mondo borghese, corrotto e indifferente al linguaggio artistico.
La donna diventa in questi suoi primi lavori la personificazione dell'ipocrisia borghese. Tema ricorrente è il mistero dell’innamoramento, legato al fascino della lontananza, all’illusione che si nasconde dietro la figura femminile, al mito dell’apparenza: una volta caduti gli apparati scenici, la donna si rivela in tutta la sua povertà.
Verga vuole analizzare le passioni per raggiungere il fine dell’arte, cioè il vero. Questo è spiegato nella prefazione ad Eva, romanzo che racconta la passione di Enrico Lantieri, un giovane pittore privo di mezzi, per la ballerina Eva; una passione che conduce il giovane, abbandonato dall’amante, alla morte.
Eva è la donna fatale, ora inerme e fragile come una “capiniera”, ora crudele e aggressiva come una “tigre reale”; è una “peccatrice”, è Eros che consuma e distrugge l’uomo perché non sa lottare, nè reagire ai colpi della sorte. Nel romanzo Eva vi è un notevole realismo nello studio della psicologia della protagonista: ciò che prevale in lei è la motivazione economica che interferirà fortamente nella vicenda amorosa.
La seduzione femminile è associata molto spesso a un particolare stato sociale: si tratta di una donna di lusso, per la quale l'artificio è alla base della sua bellezza e dell’ambiente in cui vive.
Il corpo femminile non è più sublimato, simbolo dell’armonia della natura, ma il suo fascino dipende solo dagli artifici (trucco, abbigliamento), che la trasformano in una fata, ma una volta caduti gli orpelli si rivela in tutta la sua miseria.
Il carattere eccezionale della donna diventa per l’uomo uno strumento per raggiungere il successo e integrarsi nella società mondana. Quando ella perde questa funzione o cessa di essere puro oggetto di contemplazione del desiderio maschile, perde fascino e quindi fugge dall’uomo come fa Eva dopo essersi accorta che i sentimenti del suo amante si erano affievoliti.
È nelle novelle di Vita dei campi che Verga riscopre l’energia e l’autenticità dei sentimenti scomparsi nella società borghese. Motivi romantici e caratteri naturalistici si fondono nella nuova figura contadina della donna fatale, rappresentata dalla Lupa, che viene descritta da Verga come un insieme di passioni, di bestialità e di violenza. È una ragazza tutta occhi neri e labbra rosse il cui vagare solitario nelle ore più calde della giornata è un elemento che prelude la sua relegazione nell’ambito demoniaco.
Isolata dalla comunità, la Lupa si integra perfettamente nella natura selvaggia del luogo, manifestazione estrema di sensualità panica e demoniaca.
Ella appare dunque, non solo proiezione degli aspetti femminili più inquietanti e oscuri, ma come donna-bestia-demone perché la sua passione è ossessione e la sua sensualità aggressiva è associata ala distruzione. L’attributo animale fa della Lupa un archetipo dell’eros insaziabile, e insieme rivela una nuova prospettiva: l’uomo guarda la donna come minaccia della propria integrità psichica e familiare. La Lupa è incarnazione di una sessualità istintiva e animalesca, immagine di una femminilità primitiva, inquietante e incontrollabile.

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