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Giudici critici su Verga

Le opere di Verga tra i contemporanei non ebbero pieno successo né di pubblico né di critica poiché presentavano la struttura romanzesca tradizionale e non vi era il tradizionale approfondimento psicologico dei personaggi, presentati solo attraverso i loro comportamenti. Con la crisi della cultura positivista e con l’affermazione di tendenze spiritualistiche e decadenti, l’opera di Verga non ebbe una grande fortuna. La critica idealista, tuttavia (Benedetto Croce e Luigi Russo), riscoprì Verga, ma liberandolo dal verismo e proponendolo come un artista lirico e nostalgico che trasfigurava e mitizzava il mondo primitivo della sua infanzia. Alcuni critici nel clima culturale del secondo dopoguerra (Giuseppe Petronio e Natalino Sapegno) prevalentemente di sinistra non riescono a perdonare a Verga di non essere abbastanza progressista, continuando a guardare il mondo contadino dall’alto del suo ruolo di latifondista e non offrendo nessuna possibilità di riscatto. A metà degli anni’60 alcuni critici appartenenti all’ideologia marxista recuperano le coordinate storiche dell’ideologia Verghiana. Il critico Vitilio Masiello individua nei romanzi di Verga una sorta di anticapitalismo romantico che, allo sviluppo moderno della società contrappone come rimedio il mondo rurale, mitizzato come paradiso perduto. Alberto Asor Rosa e Renato Luperini rovesciando l’impostazione marxista, affermano che il merito di Verga è invece proprio quello di non aver offerto nessuna immaginazione positiva e mitizzata del popolo, anzi, Verga esprime una visione crudamente materialista e pessimistica della realtà, condizionando con questi giudizi tutta la critica degli anni successivi.

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