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Giovanni Verga

Intellettuale siciliano nasce a Catania nel 1940 è considerato il maggior esponente della corrente letteraria del verismo. Nato da una famiglia di grandi proprietari terrieri, la sua prima educazione è affidata a precettori privati; In seguito frequenta il liceo e raggiunta la maggiore età si iscrive all’università, anche se non terminerà mai gli studi poiché interessato al giornalismo e alla scrittura. Anziché leggere i classici, riconobbe un merito particolare agli scrittori francesi tra cui Alexandre Dumas padre e figlio. All’età di 25 anni si trasferisce prima a Firenze, dove conosce alcuni intellettuali scapigliati e poi a Milano, dal punto di vista culturale molto feconda, dove cominciò a pubblicare le sue prime novelle scapigliate di impronta tardo – romantica che gli procurarono un certo successo: Una peccatrice, Eva, Tigre reale, Eros e Storie di una Capinera. Ad eccezione di quest’ultima tutte le storie raccontano la vicenda di un giovane artista che ha una storia tormentata e passionale che finisce sempre con un finale negativo.

Storie di una Capinera =vicenda di una ragazza nobile che per ragioni sociali è costretta a monacarsi. Si tratta di una storia tragica e ricca di pathos il cui epilogo si termina con la follia della ragazza.
Nelle storie di Verga compare la teoria dell’impersonalità, che consiste nella progressiva scomparsa dell’autore per far emergere i fatti e gli eventi per quello che sono realmente. Tuttavia tale accento verista non è repentino, bensì graduale e trova le prime avvisaglie in Nedda (1874), una storia mai conclusa, che tratta le vicende di una contadina deprivata sul piano sociale ed economico. Successivamente diviene edita la raccolta Vite nei campi, e Rosso Malpelo che incriminano il lavoro minorile senza toni melliflui o melensi, rappresentando la trasposizione letteraria della denuncia sociale.
La produzione realista di Verga comincia nel 1881 quando è pubblicato a Milano i Malavoglia, primo di un ciclo di romanzi. Milano rappresentava una realtà industrializzata e non era pronta a raccogliere questa storia e soprattutto questo stile, cioè quello verista. Nelle Lettere a Paolo Salvatore Verdura (1881), Verga annuncia che intende scrivere un ciclo di romanzi sotto il nome di “Ciclo dei vinti” dove vuole minare alla base la «fiumana del progresso» responsabile di tutte le vittime e degli sconfitti della vita, secondo il “darwinismo sociale”, nel tentativo di dimostrare che i deboli soccombono non per ingenuità ma poiché vittime immolate del progresso

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