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Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912)

1. Una vita nell’ombra

La biografia pascoliana è stata segnata da un evento luttuoso che ha segnato la sua esistenza: la morte del padre il 10 agosto 1867. Nel caso di Pascoli gli eventi biografici sono in strettissima correlazione con la sua poetica.
Pascoli nasce nel 1855 a San Mauro di Romagna ed è il quarto di dieci figli di Ruggiero Pascoli e di Caterina Vincenzi Allocatelli. La sua famiglia è abbastanza facoltosa perché il padre amministra la vicina tenuta dei Principi di Torlonia; l’infanzia di Giovanni procede biecamente fino al 10 agosto 1867, quando il carretto su cui suo papà viaggiava e che lo stava riportando a casa da Cesena è tornato a casa senza il padre, che era stato ucciso in un agguato probabilmente per rivalità dovute al proprio lavoro. Da questo momento tutta una serie di lutti (la madre, una sorella e due fratelli) colpiranno la famiglia e Pascoli dovrà provvedere ai fratelli. Con tutte le sue forze riesce ad accorciare i tempi per raggiungere la maturità liceale e poi si iscrive alla facoltà di lettere di Bologna dove insegnava Carducci.
Negli anni dell’università Pascoli si avvicina anche agli ideali anarchici estremisti della Romagna e dell’Emilia e viene addirittura arrestato per alcuni mesi. Conclusa questa parentesi, decide di chiudere definitivamente i conti con la politica e si affretta a concludere gli studi universitari nel 1882 laureandosi in letteratura greca con una tesi sul poeta Alceo. Una volta laureato può intraprendere quella che sarà la sua attività lavorativa prevalente durante la sua vita, il professore di latino e greco nel liceo classico di Matera. Egli stesso si definirà un “cavaliere errante dell’insegnamento” perché costretto a spostarsi spesso per motivi lavorativi. Una volta riuscito ad ottenere una cattedra in Toscana, però, decide di stabilirsi a Castel Vecchio di Barga in Garfagnana insieme alle sorelle Ida e Mariù dove riuscirà a comprare una casa grazie ai soldi ottenuti dalle medaglie d’oro vinte alle gare di composizione latina. Quando però nel 1895 la sorella Ida decide di sposarsi, lui vide questo matrimonio come un tradimento perché aveva un rapporto particolarmente stretto con le sorelle. Dopo il matrimonio di Ida cercò insieme alla sorella Mariù di isolarsi sempre di più dal mondo circostante nella tranquillità della Garfagnana; però nel frattempo iniziò anche la sua grande carriera universitaria dalla cattedra di grammatica greca e latina alla prestigiosissima cattedra di letteratura italiana a Bologna, la cattedra che era stata del suo maestro Giosuè Carducci.

2. La poetica

Per quanto riguarda la poetica pascoliana, per fortuna esiste un famoso scritto teorico che ci delinea in una maniera ancora poco organica la concezione della poetica in Giovanni Pascoli; questo scritto teorico che vede la luce per la prima volta sulla rivista “Il Marzocco” nel 1897 e poi in volume nel 1903 si intitola Il fanciullino. Nella prosa de Il fanciullino Pascoli ci dice che dentro ciascuna persona esiste un fanciullo che continua a vivere dentro di noi; anche «quando noi ingrossiamo e acuminiamo la voce», lui continua a parlare alla nostra anima dentro di noi con la sua vocina di fanciullo. Con l’immagine del fanciullo Pascoli si riferisce alla capacità di guardare al mondo con stupore, candore e ingenuità e di stupirsi della poesia che c’è nelle piccole cose. L’equivalenza infanzia-poesia era già presente in Gian Battista Vico e Leopardi; però Pascoli se ne distingue aggiungendo che questo vagheggiamento dell’infanzia è un’età della vita dell’uomo che rimane intatta, una sorta di “paradiso perduto inattingibile”; quindi il riferimento all’infanzia è visto come il riferimento alla felicità perduta.

3. La prima raccolta: Myricae

Myricae è la prima opera edita di Pascoli. Da un punto di vista filologico però non è corretto determinare lo sviluppo rettilineo in base alla successione editoriale delle poesia pascoliane. Pascoli infatti lavorava tornando a più riprese su ciò che aveva scritto per rivederlo, modificarlo, limarlo.
Nel titolo latino Myricae, la cui traduzione è “tamerici” (piccoli arbusti comuni sulle spiagge specialmente di San Mauro), confluiscono importanti componenti della cultura pascoliana: la conoscenza di fiori e piante e la sua formazione classica (il titolo prende il nome da un verso della quarta Egloga virgiliana). Dal titolo richiamiamo l'idea di una poesia agreste, che tratta termini modesti e quotidiani, legati ai ritmi delle stagioni e dei lavori nei campi. Accostandosi ai temi di Myricae è importante tener conto delle loro staticità. Non è tanto sui temi o sull'ideologia che si registrano evoluzioni invece le forme e le strutture che lo esprimono mutano.
Il nido pascoliano è il nucleo familiare originario e può sussistere solo in campagna, luogo dell'innocenza e di autenticità. Le città, che si stanno configurando come moderne metropoli, appaiono al poeta tentacolari e mostruose. La campagna invece assume le sembianze di una sorta di eden rurale innocente e autentico, di qui l'insistenza sulle umili figure campestri, sugli oggetti, sulle stagioni. È una rappresentazione della vita contadina idealizzata, idilliaca che obbedisce a una vera e propria regressione. La poesia pascoliana a prima vista sembra semplice, in realtà è costruita su un intreccio complesso di forme e motivi: va decodificata su più piani di lettura e richiede un lavoro di lettura critica. La rappresentazione della natura e della vita campestre non ha intenti naturalistici, bensì è lo sfondo su cui Pascoli mette in scena il proprio mondo interiore.
La novità della raccolta non si limita allo scarto della linea “alta” della tradizione italiana tramite l'ampiamento dei temi indicibili imprese. Non si identifica nemmeno nell'intesa carica di simboli attribuita dal poeta agli oggetti incantati. Benché scritta alla fine dell'Ottocento l'opera è da collocarsi in direzione della poesia del Novecento per l'assenza dei valori di Romanticismo e Positivismo quali l'eroismo, l'ansia dell'infinito. Se il rapporto fra il soggetto e la realtà circostante è problematico e inquieto, denunciando crisi smarrimento, anche le forme poetiche che quel tipo di rapporto deve esprimere non potranno più essere forme tradizionali. Pascoli disintegra le forme poetiche tradizionali, le svuota dall'interno, le capovolge attuando un “accordo eretico” con la tradizione, vale a dire un rapporto dialettico insieme di accordo e opposizione rispetto alle forme poetiche precedenti.
La brevità dei componimenti pascoliani si fonda sulla volontà di dar vita a fugaci impressioni, questa brevità sottende l'idea di poesia che abbandona ogni intento di dimostrare e argomentare, bensì si pone come illuminazione o impressione istantanea. I testi poetici della raccolta sono perlopiù costruiti sulla paratassi: il ritmo sostituisce l'ordine logico. La struttura della descrizione o della narrazione non risponde più ad un ordine logico, non si snoda più secondo nessi causa-effetto, ma procede per accostamenti paratattici in una sintassi in cui prevale la coordinazione. Il narrare procede per ellissi, analogie e riprese alternati a salti tematici.
Il linguaggio poetico pascoliano si fonda non solo sul livello espressivo della lingua codificata ma anche sulla ricerca di effetti fonosimbolici, si può dividere in tre livelli:
grammaticale: la lingua comune ordinata dalla grammatica;
agrammaticale: “fuori dalla grammatica”, ricco di onomatopee che vengono utilizzate dallo scrittore per sbizzarrirsi trattandole anche con l'articolo. Sono usare per cogliere formule sonore di un linguaggio oscuro e incomprensibile.
postgrammaticale[/u]: “dopo la grammatica”, è formato da termini tecnici, tinti alle lingue speciali, i gerghi. L'uso espressivo che ne fa Pascoli è spesso volta conferire un colore locale. Permette di cogliere la lingua nel suo uso concreto all'interno di una realtà circoscritta.

Pascoli attua una misura di rivoluzione anche nella metrica: il poeta non si pone sulla strada dei futuristi, egli ne rispetta utilizza tutti gli istituti, ma li rende irriconoscibili. Attraverso cesure, puntini, parentesi, iterazioni Pascoli svuota, frantuma il verso tradizionale, che ora diviene spezzato e singhiozzato.
Pascoli non disdegna dunque di cimentarsi in uno sperimentalismo fornendo figure metriche alternative e inedite rispetto alla tradizione italiana, ma pur sempre ancorate a regole fisse.
Per quanto riguarda i temi di Myricae, quelli centrali sono:
il centro dei legami familiari, cioè la famiglia d’origine dove lui ha trascorso l’infanzia serenamente;
la morte e i defunti;
la campagna e la vita agreste;
la memoria dell’infanzia vista come un’età perduta per sempre che diventa una perfetta felicità terrestre.

4. Dai Poemetti ai Poemi conviviali

La raccolta dopo Myricae è la raccolta intitolata Primi Poemetti, i “poemetti” si intitolano così non a caso perché con questo titolo Pascoli vuole alludere a una dimensione più spiccatamente narrativa, cioè nelle Myricae prevaleva il frammentismo impressionistico, le poesie erano spesso brevissime e il poeta tendeva ad immortalare in una sorta di flash un’emozione. Nei Poemetti, invece la narrazione è più estesa e vengono disposti all’interno della raccolta per formare una sorta di romanzo lirico in versi che vede comparire anche due protagonisti ricorrenti, Rosa e Rino. Inoltre, a sottolineare questa vocazione narrativa interviene il metro della Divina Commedia, la terzina dantesca. Qualcuno ha visto nei Poemetti anche la volontà di elevare il tono della poesia presenta anche nell’epigrafe all’inizio della raccolta presa dai primi due versi della quarta egloga delle Bucoliche di Virgilio (i versi successivi erano stati usati nell’introduzione di Myricae). Dal punto di vista dell’impasto linguistico il poeta è decisamente più sperimentatore e impiega un linguaggio formulare proprio tipico dell’epos (es. epiteti, descrizioni che accompagnano il nome proprio dei personaggi) nella volontà di elevare il mondo agreste; per questo Pascoli venne definito un “Omero di Garfagnana”.
Una successiva raccolta si intitola Canti di Castelvecchio, pubblicata per la prima volta nel 1903; nel titolo è già contenuta una dichiarazione di poetica in quanto in “canti” c’è il riferimento a Leopardi, “di Castelvecchio” perché Pascoli nel frattempo si era trasferito a Castelvecchio (oggi Castelvecchio Pascoli e a casa sua sono tutt’oggi osservabili tre tavoli di lavoro perché lui lavorava simultaneamente a più progetti). Sul versante tematico rimante, quindi immutato, è ancora poesia della campagna, della memoria e del lutto. “Canti” sta però proprio ad identificare una poesia più estesa rispetto alle Myricae e, in più, si esalta il Simbolismo grazie all’utilizzo di diversi artifici simbolici come il tema del “nido” che possa fungere da riparo rispetto alle minacce del mondo esterno.
Un’ulteriore raccolta sono i Poemi Conviviali, questi rappresentano un’ulteriore ricerca della poetica pascoliana. L’origine del titolo è incerta, può darsi che questi si rifacessero ai canti conviviali o simposiaci che nell’antichità accompagnavano i banchetti oppure potrebbe riferirsi ad una rivista molto in voga all’inizio del ‘900 fondata da Alfonso De Bosis e che aveva come collaboratore Gabriele D’Annunzio. La rivista era volta all’Estetismo e i collaboratori della rivista sono quindi tutti animati da un recupero del passato e da una cora formale portata agli eccessi più estremi. Nel comporre questi componimenti che hanno per protagonisti personaggi del mito e della storia antica, Pascoli si rivela dotto cultore e ricrea gli ambienti della classicità e del mito. Tuttavia i Poemi Conviviali si possono apprezzare anche oggi perché nonostante i temi antichi, Pascoli riesce a proiettare la sua inquietudine di uomo moderno.

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