Giovanni Pascoli


(1855 - 1912)

•••• La vita
••• La giovinezza travagliata
•• Nasce in Romagna da una famiglia della piccola borghesia agricola, di condizione abbastanza agiata. Il padre Ruggero gestiva una tenuta dei principi Torlonia. La sua famiglia era patriarcale e molto numerosa. Lui era il quarto di dieci figli. La serenità familiare si interrompe quando il 10 agosto 1867 (lui aveva 12 anni), il padre mentre tornava a casa dal mercato di Cesena viene fucilato, sicuramente da un rivale che voleva prendere il suo posto di amministratore della tenuta: Giovanni è traumatizzato perché vede il cavallo tornare con suo padre morto sopra di questo. Accompagnato al trauma c’è anche il senso di ingiustizia perché non è stato mai scoperto il colpevole. La morte del padre crea anche difficoltà economiche alla famiglia che deve lasciare la tenuta e trasferirsi da San Mauro a Rimini perché il figlio maggiore Giacomo ha trovato lavoro, prendendo di fatto il ruolo paterno. Seguono altri lutti impressionanti a breve tempo: l’anno dopo (1868) muoiono la madre e la sorella maggiore, nel 1871 il fratello Luigi, nel 1876 il fratello Giacomo. Giovanni era entrato dal 1862 con i fratelli Giacomo e Luigi nel collegio degli Scolopi a Urbino dove riceve una formazione classica, base essenziale della sua cultura. Per via della crisi economica che la sua famiglia deve affrontare, nel 1871 è costretto a lasciare la scuola, ma grazie alla generosità di un suo professore, può seguire gli studi a Firenze, dove termina il liceo. Nel 1873 fa un ottimo esame (nella commissione vi è anche Carducci) e ottiene una borsa di studio all’Università di Bologna, dove frequenta la Facoltà di Lettere.

•• Comincia a subire il fascino dell’ideologia socialista e partecipa a manifestazioni contro il governo; viene arrestato nel 1879 e passa alcuni mesi in carcere, per poi venire assolto. Per lui è un’esperienza traumatica e segna il definitivo distacco dalla politica militante. Resta comunque fedele all’ideale socialista, ma di un socialismo umanitario, fatto di bontà e fraternità tra gli uomini.
•• Si laurea nel 1882 con una tesi sull’antico lirico greco Alceo. Subito dopo diventa insegnante nei licei. Si trasferisce con le due sorelle (Ida e Mariù) a Massa dove insegna dal 1884, per ricostruire quel “nido” familiare che i lutti avevano distrutto. Nel 1887 si trasferisce con loro a Livorno, dove insegna fino al 1895.
••• Il “nido” familiare
•• L’attaccamento morboso alle sorelle e la chiusura nel “nido” familiare fanno capire quanto la psicologia di Pascoli sia fragile dai traumi dei lutti subiti e cerca nel “nido” la protezione da un mondo esterno, quello degli adulti, minaccioso e pericoloso. Nel “nido” sono continuamente presenti anche i suoi morti e il loro ricordo ossessivo. Nella sua vita e nella sua mente ci sono solo quei lutti e non la realtà esterna: ogni legame esterno al “nido”, ogni relazione al di fuori del contesto familiare, viene sentita come un tradimento nei confronti dei legami profondi del “nido”.
•• Non ci sono quindi neanche relazioni amorose nell’esperienza del poeta, che conduce una vita forzatamente casta. Lui desidera fortemente la costruzione di un vero “nido” in cui essere un autentico padre, ma è così legato al suo “nido” familiare che non può realizzare il suo sogno. La vita amorosa per lui è qualcosa di proibito e misterioso, da contemplare da lontano. Le sue esigenze affettive sono poi soddisfatte dal rapporto con le sorelle che rivestono una funzione materna, anche se lui, un “fanciullino”, sente il bisogno e l’istinto di proteggerle come un padre. Ecco perché il matrimonio di Ida nel 1895 è sentito da Pascoli come un tradimento del “nido” e determina in lui una reazione patologica con vere manifestazioni depressive. La sorella Mariù è gelosa di lui quando pensa di sposarsi con una cugina e lui rinuncia per amore del “nido”. Questa situazione familiare è fondamentale per comprendere la sua poesia, turbata, tormentata e morbosa. Celebra le piccole cose e le realtà più semplici e umili.
••• L’insegnamento universitario e la poesia
•• Dopo il matrimonio di Ida, nel 1895 Pascoli prende in affitto una casa a Castelvecchio nei pressi di Lucca con la sorella Mariù, lontano dalla vita cittadina che detestava e che lo spaventava. Quella campagna gli sembra un Eden di serenità e pace, di sentimenti puri. La sua vita era appartata, senza grandi avvenimenti esterni, chiuso nella cerchia dei suoi studi, del suo lavoro, della sua poesia e della famiglia. La vita è serena esteriormente, ma turbata nell’intimo da angosce e paure anche dell’avvento di terribili cataclismi storici, preannunciati dalla violenza della società del tempo (due anni dopo la sua morte, scoppia la Grande guerra). Il suo pensiero fisso è la morte. Nel 1895 ha una cattedra di Grammatica greca e latina all’Università di Bologna, poi di Letteratura latina all’Università di Messina, dove insegna fino al 1903. Dal 1905 subentra al maestro Carducci nella cattedra di Letteratura italiana a Bologna. Nel 1891 pubblica una prima raccolta di liriche, Myricae. Pubblica poi diverse poesie in importanti riviste, contenuti alle diverse ristampe di Myricae. Nel 1897 escono i Poemetti. Nel 1903 i Canti di Castelvecchio. Nel 1904 i Poemi conviviali. Vince dodici medaglie d’oro consecutive al concorso di poesia latina di Amsterdam. Negli ultimi anni vuole “gareggiare” con Carducci e con D’Annunzio nella funzione di poeta civile con alcuni componimenti raccolti in Odi ed inni, Poemi del Risorgimento, Poemi italici, Canzoni di re Enzio. Pascoli era sia il poeta chiuso nel suo “nido”, impegnato a celebrare il valore delle realtà più umili, sia il letterato ufficiale che ha il compito di diffondere ideologie e miti, con le poesie e anche con i discorsi pubblici (famoso il discorso del 1911, La grande proletaria si è mossa, per celebrare la guerra coloniale di Libia). Pascoli ha un cancro allo stomaco. Si trasferisce a Bologna per le cure, ma muore poco dopo, nel 1912.

•••• La visione del mondo

••• La crisi della matrice positivistica
•• La sua formazione è positivistica per via degli ambienti da lui frequentati in quel periodo storico in cui dominava quel clima culturale. Questa formazione si individua nell’ossessiva precisione con cui usa nelle sue poesie una nomenclatura scientifica per definire uccelli (ornitologia) e piante (botanica). Legge anche testi di astronomia e da qui vengono i temi astrali che inserisce nelle sue poesie. Ma in Pascoli comincia a nascere la crisi per la scienza propria della cultura di fine Ottocento e inizio Novecento. La sua visione del mondo rispecchia la crisi del Positivismo, perché è forte la sfiducia nella scienza come strumento di interpretazione della realtà. Il poeta sa che oltre le certezze razionali c’è un mistero, senza sfociare in una fede religiosa: lui ha nostalgia di Dio, non possesso e il fascino del cristianesimo non è mai sul piano teologico, ma resta nei limiti del messaggio morale di fraternità e tranquillità evangelica. Si affermano in lui tendenze spiritualistiche e idealistiche. La scienza all'epoca aveva scoperto troppo poco, solo una parte limitata di mondo e davanti a Pascoli si apre l’ignoto, il mistero, l’inconoscibile, verso cui tende l’anima che cerca di cogliere i messaggi enigmatici non traducibili in alcun modo.
•• Distrutto il mondo ordinato e razionale del Positivismo, il mondo di Pascoli non è ordinato in alcun altro modo, ed è appunto frantumato: nella sua poesia la percezione è casuale e momentanea (simile a quella dell’Impressionismo in arte) e non si riesce mai a formare un disegno unitario e coerente a quello della logica comune; non esistono neanche gerarchie tra oggetti: il piccolo si mescola con il grande, il minimo viene ingigantito e il grande viene rimpicciolito e tutto questo si riflette nella costruzione formale dei testi e sulle strutture logico-sintattiche e ritmiche.
••• I simboli
•• Il mondo gli appare irrimediabilmente frantumato e i dati sensibili, che hanno un grande rilievo nella sua poesia, non formano un quadro logico e oggettivo della realtà, ma si caricano di valenze allusive e simboliche, rimandando a qualcosa di ignoto che è al di là di questi. Tutti gli oggetti materiali hanno un fortissimo rilievo nella sua poesia, ma non secondo una visione oggettiva e veristica della realtà (propria del Verismo di Verga), quando secondo una visione soggettiva, che carica quegli oggetti di simboli rimandando a qualcosa di ignoto e misterioso oltre quelli. Anche la sua precisione nel definire piante e uccelli secondo un rigore proprio del Positivismo assume diversi simboli: dare dei nomi precisi alle cose è come scoprirle per la prima volta, con gli occhi di un bambino, come accadeva ad Adamo, possedendole intimamente, arrivando a una profonda immedesimazione con queste. Avviene una spontanea e fanciullesca oggettivazione del reale. La sua è una percezione visionaria, onirica: il mondo è visto attraverso il velo del sogno e perde ogni consistenza oggettiva; le cose sfumano le une nelle altre, tra apparenze e illusioni.
•• Si instaurano quindi legami segreti fra le cose solo abbandonando le convenzioni della vita logica e positivista. La conoscenza del mondo si ha con strumenti non razionali che arrivano senza ragionamento nel cuore profondo della realtà. Tra “io” e “mondo esterno” non c’è alcuna differenza per Pascoli, perché sono la stessa cosa: la sfera dell’io si confonde con la realtà oggettiva. La sua visione del mondo è pienamente decadente ed è simile a quella dannunziana.

•••• La poetica
••• Il fanciullino
•• Da questa visione scaturisce la poetica pascoliana, formulata soprattutto nel saggio Il fanciullino (1897). Il poeta è paragonato a un “fanciullino” (che sopravvive nel fondo di ogni uomo) che non indaga razionalmente la realtà, ma “dialoga” con questa vedendola per la prima volta, cogliendone i significati misteriosi, penetrando così nella sua essenza più profonda. Al pari di Adamo, anche Pascoli fanciullo dà nome alle cose che vede, che sono nuove, sfuggendo ai meccanismi mortificanti della comunicazione abituale, andando all’intimo delle cose, scoprendo il “sorriso” e la “lacrima” che c’è in queste. La poesia è una forma di conoscenza pre-razionale e immaginosa, secondo una concezione tipica del Decadentismo che ha origine dal Romanticismo (che individuava la vicinanza dei bambini ai primitivi ed esaltava il loro modo ingenuo e fantasioso di rapportarsi al mondo). Il poeta-fanciullo ci fa sprofondare di colpo nell’abisso della verità: l’atteggiamento irrazionale e intuitivo permette una conoscenza profonda della realtà. Il fanciullino poi scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose, cioè il legame misterioso tra le cose, perché sono tutte legate dai simboli che con la visione logica tradizionale non si riescono a cogliere. Il poeta-fanciullino è quindi un “veggente”, dotato di una vista più acuta degli altri, che guarda oltre le apparenze esplorando l’ignoto misterioso. Anche questo è un tratto decadente.
••• La poesia “pura”
•• Anche l’idea di una poesia “pura”, cioè estranea a finalità pratiche, etiche o ideologiche è propria del Decadentismo. Il poeta per Pascoli non si propone obiettivi civili, morali, pedagogici o propagandistici. La poesia è senza aggettivi, è “pura”, spontanea e disinteressata e Pascoli crede che porti naturalmente alla bontà, all’amore, alla fratellanza e alla solidarietà, abbandonando gli impulsi violenti, quindi alla fine riesce ad avere una grande utilità morale e sociale (e fa l’esempio di Virgilio che “cantò per cantare”, senza secondi fini, ed è riuscito indirettamente a insegnare ad amare la vita, abolendo la lotta tra le classi e la guerra tra i popoli”). La poesia placa il desiderio di accrescere i propri possessi che spinge gli uomini a essere lupi per gli altri uomini e spinge alla fratellanza sociale (è molto vicina alla Ginestra leopardiana). L’ideale della fratellanza sociale si traduce, nello stile, nel dare spazio e dignità letteraria anche alle realtà umili che il classicismo “aristocratico” aveva ripudiato (mischia “ciò che è alto” con “ciò che è basso”). La poesia è anche nelle piccole cose che hanno un loro “sublime” particolare, ma dignità non minore di quelle alte. Pascoli estremizza la rivoluzione romantica che estendeva il diritto di cittadinanza a tutti gli elementi della realtà. Pascoli è il cantore delle realtà umili e dimesse, soprattutto il mondo contadino, ma celebra anche le glorie nazionale, evocando miti ed eroe classici.

•••• L’ideologia politica
••• L’adesione al socialismo
•• In gioventù Pascoli subisce l’influenza delle ideologie anarchico-socialiste (il suo socialismo è umanitario e utopico) soprattutto è affascinato dall’agitatore e tribuno Andrea Costa: non accettava le convenzioni e protestava contro le ingiustizie, ed è anche da contestualizzare questo pensiero (infatti all’epoca tra i giovani letterati era comune essere anarchici e socialisti, perché la civiltà industriale avanzava così come i saperi scientifici e tecnologici, mentre la cultura umanistica aveva assunto un ruolo molto marginale). Pascoli come gli altri adolescenti del suo ceto trasformava in rabbia e in impulsi ribelli contro la società l’emarginazione di cui era vittima. Era poi arrabbiato per a grande ingiustizia ricevuta, l’uccisione del padre e il successivo smembramento e povertà della famiglia. Questo gli sembrava provenire da un meccanismo sociale perverso contro cui era necessario lottare, quindi aderisce all’Internazionale socialista, ma abbandona l’attivismo politico (fatto più di “cuore” che di “mente”) dopo l’esperienza del carcere e dopo che il socialismo romagnolo si sia avvicinato all’ideologia marxista della lotta di classe fino alla vincita (violenta) del proletariato, ma lui usa la poesia come mezzo per diffondere l'amore e la fratellanza e anche se è contro le differenze di classe, è anche contro la lotta di classe.

••• Dal socialismo alla fede umanitaria
•• Rifiuta quindi la “gelida” dottrina marxista senza rinnegare gli ideali socialisti: abbraccia allora una fede umanitaria generica, nutrita di morale evangelica (del cristianesimo primitivo), e non vuole più un cambiamento radicale dell’assetto sociale, ma un’utopica armonia tra le classi. Socialismo per lui significa bontà, amore, fraternità, solidarietà, pace.
•• Alla base c’è un radicale pessimismo, cioè la convinzione che la vita dell’uomo è solo sofferenza e che sulla terra domina il male; gli uomini, allora, vittime della loro infelice condizione, devono smettere di farsi del male tra loro, abbandonare gli odi e amarsi e aiutarsi a vicenda (il mio stesso pensiero). Il cristianesimo è ridotto a semplice codice etico e privato della sua dimensione teologica: la sofferenza ha un valore morale, che purifica ed eleva, quindi dolore e lacrime sono un tesoro prezioso e le vittime del male sono in un certo senso delle creature privilegiate, perché la sofferenza le rende moralmente superiori (identico al discorso di Manzoni della provvida sventura). Il dolore non deve generare conflitto, ma solo insegnare il perdono.
••• La mitizzazione del piccolo proprietario rurale
•• Questi valori devono valere sia tra individui, sia tra le classi: le classi devono mantenere la loro collocazione nella scala sociale, ma devono collaborare tra di loro con amore fraterno e spirito di solidarietà. Il solo modo per far realizzare questo è rinunciare a “volere di più” e accontentarsi di quello che ha, così da non generare conflitti tra classi. In vista di un forte e cinico capitalismo, lui idealizza in particolare la classe dei piccoli proprietari terrieri, baluardo di valori fondamentali come la famiglia, la solidarietà, la laboriosità. Per lui la proprietà è un valore sacro e base indispensabile della dignità e della libertà dell’individuo. Il poco è preferibile al molto e la felicità si rintraccia proprio nella piccola proprietà (qui non dimostra di essere molto coerente, perché se vuole annullare le differenze, sappiamo che con la proprietà le differenze continueranno a esserci). Quel mondo che elogiava andava comunque scomparendo per via del capitalismo con la nascita di banche e grandi industrie. Le grandi metropoli generavano in lui orrore e angoscia.
••• Il nazionalismo
•• Lui celebra il nucleo familiare (per legami di sangue) raccolto nella piccola proprietà. Il senso geloso della proprietà, del “nido” chiuso ed esclusivo si traduce in un nazionalismo che allarga poi a tutta la nazione. Il suo socialismo spiega paradossalmente il cambio di rotta verso il nazionalismo nell’ultima stagione della sua produzione: lui sente infatti il dramma degli italiani costretti a emigrare dal proprio Paese e non esita a giustificare le conquiste coloniali che possano dare terra e lavoro a questi diseredati. L’italiano costretto a lasciare la patria è come l’uomo strappato dal “nido” dove ci sono le radici più profonde del suo essere. Nel primo Novecento esistono nazioni potenti e “capitaliste” e nazioni povere e “proletarie”, tra cui l’Italia. Infatti le nazioni proletarie hanno il diritto di soddisfare i loro bisogni anche con la forza: Pascoli ammette la legittimità delle guerre condotte da queste nazioni proletarie per le conquiste di colonie (per lui sono guerre non di offesa, ma di difesa, quindi sacrosante). Nel 1911 celebra la guerrea di Libia come un momento di riscatto della nazione italiana completando il processo risorgimentale. 
Non senza contraddizioni, Pascoli fonde socialismo umanitario e nazionalismo colonialistico.

•••• I temi della poesia pascoliana
••• Gli intenti pedagogici e predicatori
•• La sua sensibilità è pienamente decadente. Una grande parte della sua poesia vuole proporre l’ideale di vita dell’autore, scrivendo di valori piccolo-borghesi e di un umanitarismo che sfocia spesso in un fastidioso sentimentalismo. Lui è il contrario del poeta “maledetto” che rifiuta radicalmente la borghesia e tenta di rompere totalmente con questa e con i suoi valori. Lui elogia l’immagine del piccolo borghese, appagato dalla mediocrità di vita (secondo il suo pensiero molto vicino a quello di Verga di immobilità sociale), chiuso nella pace raccolta del “nido” costruito nella sua piccola casa in campagna. Il Pascoli uomo e il Pascoli poeta quindi sono in realtà la stessa persona. La sua poesia ha intenti pedagogici, moralistici e sociali. L’uomo deve accontentarsi del poco: ogni ceto deve vivere entro i propri confini senza conflitti con gli altri ceti, aiutandosi a vicenda. La sua poesia è quindi utopica e “ideologica”. Il sogno di un’umanità affratellata e solidale perché tutti soffriamo e bisogna imparare a prendere i “fiori” dal “male” (secondo anche Flaubert).

••• I miti
•• Al filone “ideologico” e pedagogico appartiene anche la produzione celebrativa (degli ultimi anni), nella quale il poeta “vate” si fa carico di cantare le glorie della patria. Il fanciullino è in ognuno di noi e rappresenta la nostra parte naturalmente ingenua e buona e garantisce la fraternità degli uomini. Il “nido” è l’àncora e il conforto in cui potersi abbracciare nei momenti bui. Al nido si collega il motivo ricorrente del ritorno dei morti e anche qui la tragedia familiare dell’assassinio del padre è trasformata da Pascoli in una vicenda esemplare da cui ricavare l’idea del male tra gli uomini e imparare il perdono e la concordia. Pascoli crede nel valore pedagogico della poesia. Assume le funzioni del poeta “vate” che canta le glorie della patria, che indica gli obiettivi del riscatto nelle guerre coloniali ed esalta la coesione nazionale che si ha nell’esercito. D’Annunzio offre alle masse un sogno evasivo di gloria e di lussuria strappandole alla loro mediocrità quotidiana, Pascoli consolidava la fede in alcuni valori elementari fondamentali, come la proprietà, la famiglia, la fedeltà ai morti, l’accontentarsi di poco, la pietà per i sofferenti. Per questo Pascoli ha una grande fortuna scolastica: il Pascoli presente nei libri di testo è per tanti anni il poeta predicatore e sentimentale ed è il poeta prediletto dalla scuola elementare e molti bambini imparano a memoria i suoi versi. Questa immagine di Pascoli è accolta anche dalla critica, che parla a lungo di “poeta delle piccole cose”, della natura, degli affetti familiari, del fanciullino cantore di bontà, innocenza, candore, valori domestici e civili, sofferenza, rimuovendone gli aspetti più inquietanti.
••• Il grande Pascoli decadente
•• Molto più interessante è il Pascoli decadente, che oggi si legge poco e con fastidio, che sa cogliere il mistero nelle cose più banali caricandole di sensi simbolici. La critica più sensibile ha individuato un Pascoli inquieto, tormentato, visionario, perfettamente immerso nel Decadentismo. Pascoli proietta nella poesia le sue ossessioni profonde, portando alla luce le zone oscure della psiche, una sensualità perversa espressa nel simbolo del fiore maligno e al tempo stesso ammaliatore: è la duplicità della psiche, sia razionale sia irrazionale. La realtà è inadeguata rispetto al sogno. Le forze oscure hanno un fascino perché viaggiano oltre la conoscenza umana. Pascoli sente in tutto ciò che lo circonda la presenza della morte e percepisce il reale come sospeso tra realtà e sogno. Lo spazio astronomico è per lui un abisso spaventoso e con angoscia anticipa future misteriose catastrofi cosmiche, oppure precipita nell’infinità senza limiti del cielo. Ancora, disgrega l’ordine del reale, trasformando i dati oggettivi in illusioni, dilatando il particolare, miniaturizzando il grande. Dunque, oltre al Pascoli pedagogo (che canta le normalità piccolo borghese), Pascoli è anche il poeta dell’irrazionale, ed è molto più profondo di D’Annunzio ed è Pascoli lo scrittore più autenticamente decadente. Il Decadentismo dà voce agli smarrimenti e alle angosce in un periodo di terribili tensioni e sa scoprire aspetti inediti del reale e anche un nuovo modo di vederlo e di rappresentarlo.
••• Le angosce e le lacerazioni della coscienza moderna
•• Ma i due pascoli sono uniti. Pascoli crea il “nido” delle piccole cose, circondandosi di tranquillità e di fratellanza come se fossero dei muri che lo proteggono da forze minacciose di cui ha paura. Pascoli esprime le angosce e le lacerazioni della coscienza moderna, proiettando nella poesia le sue ossessioni profonde. Lui già sa che “il campicello è assorbito dal campo”, quindi le Potenze mangeranno i deboli. In futuro ci sarà un solo tiranno con un intero genere umano di schiavi. Il genere umano precipiterà nella monarchia unica, nel possessore unico. Tutti lavoreranno come macchine, ubbidendo all’unico despota. Lui ha ben chiaro che le guerre stanno per scoppiare e che stia montando una dittatura. È per questo che si rifugia nel “nido”, quasi per esorcizzare la paura di ciò che sarà. Ma a volte lui sa trovarsi faccia a faccia con il buio e con i “mostri” nella sua poesia, ed è in questo che è grande.

•••• Le soluzioni formali
•• Il suo linguaggio è fortemente innovativo e apre la strada alla poesia del Novecento.
••• La sintassi
•• Rifiuta la sintassi classica di Carducci e di D’Annunzio fatta di gerarchie, con frasi principali e frasi subordinate. In lui prevale la coordinazione prevale sulla subordinazione. Rifiuta una sistemazione logica dell’esperienza e questo si riflette nella sintassi spezzata, nel rilievo dato all’aspetto fonosimbolico delle parole e nell’uso frequente di procedimenti analogici.
Pascoli spezza la sintassi in una serie di brevi frasi allineate senza gerarchia, collegate non da congiunzioni, ma da virgole (per asindeto). A volte le frasi sono ellittiche, prive di soggetto o di verbo oppure hanno uno stile nominale, con la successione semplice di sostantivi e aggettivi. In lui prevale la sensazione immediata, l’intuizione verso la trama di segrete corrispondenze tra le cose oltre il visibile. La sua sintassi è “fanciullesca”, logica che rende il mistero delle cose arrivando al profondo della loro essenza scomponendo i rapporti gerarchici abituali di grande e piccolo: gli oggetti quotidiani sono immersi in un’atmosfera di sogno e tutto è soggetto al relativismo.
••• Il lessico
•• Sul piano lessicale, neanche qui Pascoli è “normale”. Mescola codici linguistici diversi: così come non ci sono gerarchie di importanza nelle cose, non c’è neanche ordine nella lingua. Pascoli vuole abolire le lotte di classi sociali, di oggetti e di parole. Termini di altre lingue, dialetti, registri e settori diversi sono affiancati in un plurilinguismo che rompe ogni gerarchia tra gli oggetti. Termini preziosi sono affiancati a termini dialettali. C’è anche il gusto per i nomi di persona antichi. Le sue “visioni” e modificazioni si traducono nella criticità del suo rapporto tra “io” e “mondo”. Non ci sono più certezze e non c’è più logica.
••• Gli aspetti fonici
•• Gli aspetti fonici sono i suoni che compongono le parole e le forme più interessanti sono quelle “pregrammaticali” o “cislinguistiche” che non rimandano a un significato concettuale, ma imitano direttamente l’oggetto. Come le riproduzioni onomatopeiche di versi di uccelli o suoni di campane: c’è l’esigenza di aderire immediatamente all’oggetto evitando le mediazioni logiche del pensiero e della parola. I suoni usati da Pascoli hanno un valore fonosimbolico (voce che rappresenta simbolicamente fatti visivi e qualità astratte, come l’onomatopea per i suoni). Altri aspetti fonici sono assonanze e allitterazioni.
••• La metrica
•• Anche se usa i versi tradizionali, Pascoli sperimenta nuovi ritmi. Pascoli piega la metrica in direzioni del tutto inedite.
••• Le figure retoriche
•• Usa moltissimo il linguaggio analogico (di ciò che è analogo, simile), sostituendo il termine proprio con uno figurato somigliante (metafora). Ci sono delle opposizioni e la sua poesia è soprattutto in “bianco e nero”. Oltre all’analogia, usa anche la sinestesia (l'associazione espressiva tra due parole appartenenti a due diverse sfere sensoriali, come per esempio: parole calde, silenzio verde).
••• Pascoli e la poesia del Novecento
•• Queste soluzioni formali aprono la strada alla poesia del Novecento. È molto simile agli ermetici. Si parla di un Pascoli “verso” o “dentro” il Novecento.

••• Le raccolte poetiche
•• I suoi componimenti sono pubblicati non in ordine cronologico quanto per ragioni formali. L’autore infatti pubblica delle edizioni ampliate delle sue opere a distanza di qualche tempo e in ordine non cronologico. È impossibile ricostruire lo sviluppo nel tempo lineare della sua poetica.

••• Myricae
•• È la prima raccolta uscita nel 1891 (22 poesie). L’ultima edizione è la quinta nel 1900 con 156 poeise. Il titolo è una citazione virgiliana presa dall’inizio della Quarta Bucolica, “umili tamerici” e lui prende queste umili piante come simbolo delle piccole cose che sono al centro della sua poesia. Le poesie di Myricae sono componimenti molto brevi, come dei quadretti di vita campestre ritratti come nell’Impressionismo, ma i dettagli naturalistici evocano simbolicamente sensi arcani, legati spesso all’idea della morte. Si insiste sulle onomatopee, c’è il valore simbolico dei suoni e si usa un linguaggio fatto di analogie con una sintassi frantumata. Le combinazioni metriche sono varie preferendo versi brevi, come il novenario, molto raro nella tradizione italiana.


•••• I Poemetti
••• Il “romanzo georgico”
•• Pubblicati la prima volta nel 1897 (stesso anno della pubblicazione del Fanciullino) e poi ripubblicati con aggiunte nel 1900. Poi vengono divisi in Primi poemetti (1904) e Nuovi poemetti (1909). I Poemetti hanno un taglio narrativo e un respiro più ampio, composti di regola in terzine dantesche e raggruppati in sezioni. Spesso diventano dei veri racconti in versi per la loro ampiezza. Anche qui la campagna è dominante. Si delinea un vero “romanzo georgico”. I cicli della narrazione sono intitolati secondo le varie operazioni del lavoro (La sementa, La fiorita, La mietitura…). Elogia la piccola proprietà perché divenne quella serie di valori tradizionali e autentici che a Pascoli sono molto cari (famiglia, bontà, purezza morale…). Pascoli proietta il suo ideale nel passato (utopia regressiva). Ma Pascoli ignora gli aspetti più crudi della realtà popolare ben espressi dal Verismo e da Verga. Gli elementi umili sono idealizzati e mescolati con citazioni e termini elevati e degli antichi poeti latini e greci per lui vicini al “fanciullino”.
••• Gli altri temi
•• Molte delle poesie sono dedicate alla celebrazione della vita dei campi, mentre in alcune emergono tematiche morbosamente decadenti.

••• I Canti di Castelvecchio
•• I Canti di Castelvecchio proseguono la linea di Myricae, nei quali ricorre il motivo della tragedia familiare e affiorano ossessioni del poeta. Ritornano immagini della vita di campagna, uccelli, alberi, fiori, campane e la misura dei componimenti è più breve, lirica e non narrativa come nei Poemetti. Ricorre spessissimo il tema della tragedia familiare e dei morti. Molta nostalgia del “vecchio nido”. Tornano anche qui i temi morbosi delle segrete ossessioni del poeta, come l’eros e la morte a volte vista come un rifugio dolce in cui sprofondare.

•••• I Poemi conviviali, i Carmina, le ultime raccolte, i saggi
••• I Poemi conviviali
•• I Poemi conviviali rispondono al clima dell’estetismo, ispirati al mito e alla storia antica, in cui si proiettano le inquietudini e le angosce della modernità (ed è un fattore di novità nel “perfetto” mondo classico). Detti conviviali perché prendono il nome dalla rivista sui quali sono stati pubblicati nel 1895 (Il Convito). Poi vengono raccolti e pubblicati nel 1904.
••• I Carmina e le ultime raccolte
•• I Carmina presentano caratteri simili e sono scritti in latino e pubblicati postumi. Le ultime raccolte (Odi ed inni, Canzoni di re Enzio, Poemi italici e Poemi del Risorgimento) prendono spunto dalla storia e dall’attualità e si risolvono in una retorica celebrazione dei valori nazionali. Sono trenta poemetti e settanta più brevi, scritti per un concorso di scrittura Latina per il quale ottiene spesso la medaglia d’oro. Respinge il crudele costume della schiavitù.
••• Il saggista e il critico
•• Era docente universitario e studioso. Scrive saggi su Leopardi e Manzoni, ma sono occasioni per esprimere la sua concezione di poetica (come nel Fanciullino). Il vero Pascoli critico è quello nei tre volumi dedicanti a Dante: Minerva oscura (1898), Sotto il velame (1900) e La mirabile visione (1908). Scrive anche antologie scolastiche: Sul limitare (1898) e Fior da fiore (1901), italiane; Lyra (1896) ed Epos (1897), latine. La prosa di Pascoli ha un tono colloquiale, pacato, dimesso. Mentre sono più sostenuti e retorici i suoi discorsi ufficiali, pronunciati in varie occasioni pubbliche.

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