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Giovanni Pascoli (1855 - 1912)

Giovanni Pascoli, pur appartenendo allo stesso periodo e allo stesso movimento letterario (Decadentismo) di D’Annunzio, ne è completamente differente.
La sua vita è stata semplice e tranquilla, quanto quella di D’Annunzio è stata pubblica e sregolata.
Nacque in provincia di Forlì e visse un’infanzia relativamente serena, fino a quando il padre, amministratore della tenuta dei principi Torlonia, non venne ucciso per questioni probabilmente economiche.
Il piccolo Giovanni, di 12 anni, ne rimase profondamente sconvolto, come la situazione economica della famiglia.
Dal 1867 si susseguirono una serie di lutti (la sorella Margherita, la madre e il fratello Luigi) e lui fu l’unico della famiglia che poté continuare a studiare. Riuscì a prendere una borsa di studio per l’università di Bologna, che però gli venne revocata a seguito di alcune rivolte negli anni 70 di matrice socialista contro il Ministero dell’Istruzione, alle quali lui partecipò, e a causa delle quali venne arrestato per alcuni mesi.

Sarà l’unico periodo della sua vita in cui avrà un impegno sociale, pronunciò il discorso “La Grande Proletaria s’è mossa”.
I temi della morte e del nido famigliare perduto (e il tentativo di ricostruirlo) pervadono le sue opere.
Il tentativo di ricostruire il nido famigliare si estende per tutta la sua vita, soprattutto con l’aiuto delle sorelle Ida e Maria, con le quali ebbe un rapporto morboso. Quando Ida si sposa Pascoli vive il matrimonio come se fosse un tradimento; l’unica che gli starà sempre affianco è Maria, detta Mariù: il loro legame è esclusivo e la gelosia di Mariù fu causa della rottura del fidanzamento tra Pascoli e una cugina (fidanzarsi con una cugina testimonia l’attitudine tranquilla di Pascoli.)
E’ l’ultimo poeta che scrive in latino: “Thallusa”, poemetto che venne premiato nel concorso poetico Certamen Poeticum Hoeufftianum.
Nel 1891 e nel 1903, in seguito a diversi rimaneggiamenti, pubblica la sua prima raccolta di poesie “Myricae”. Il titolo deriva dal verso delle Bucoliche virgiliane “Non omnes arbusta iuvant humilesque myricae” (non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici), omaggiando anche D’Annunzio.
Nella sua opera usa tecnicismi di tutti i tipi, in particolare quelli dal mondo animale e botanico.
Immagini ricorrenti sono la tomba, la morte, la casa, il nido, il legame con la madre e con la natura in modo positivo (diversamente da Leopardi).
Alle Myricae appartengono il X Agosto e l’Assiuolo.
Nella prima descrive la notte di San Lorenzo, in cui si vedono le stelle cadenti, che, nella leggenda popolare si identifica con le lacrime del santo, anche la notte in cui il padre del poeta è stato ucciso.
Il dieci in numero romano (X) ricorda la croce. Vi è un legame profondo tra il pianto del fanciullino e il pianto di stelle; e un passaggio dal generale al particolare: dall’immagine siderale del concavo cielo al pianto. Utilizza l’analogia tra la rondine e il padre, che, come lei, stava tornado al nido/a casa.
Nella terza strofa vi è l’agonia del nido che pigola sempre più piano (tema dell’abbandono dell’inerme).
Sinestesia: “grido negli occhi aperti”. Il cielo è sopra, spettatore immobile e distaccato fino all’ultima strofa, dove all’improvviso inonda d’un pianto di stelle l’atomo opaco del Male (la Terra degli uomini).
L’Assiuolo (uccello notturno) invece suggerisce l’idea di perdersi in una campagna silenziosa.
Pascoli presta particolare attenzione al Fonosimbolismo: ogni strofa si chiude con un onomatopea (chiù) il verso dell’uccello; nella seconda strofa è presente il “fru fru” delle fratte.
La fine delle strofe riportano un climax ascendente (voce, singulto, pianto)
Nella prima strofa gli alberi sembrano mettersi sulle punte per vedere meglio “un’alba di perla”.
Sinestesia: “soffi di lampi”
“finissimi sistri d’argento”, sono strumenti musicali a percussione inventati dagli Egizi e sacri alla dea Iside.
Tra il 1895 e il 1896 fu professore di grammatica latina e greca all’Università di Bologna.
Scrisse anche prose critiche, principalmente sulle cantiche dantesche: “Minerva oscura”, “Sotto il velame”, “Mirabile visione” (Inferno, Purgatorio e Paradiso).
Lo stile di Pascoli è caratterizzato dallo Strabismo: egli guarda al classico, ma anche alla modernità, alla contemporaneità, e alla realtà (scrisse liriche sui fiori, e una sul girarrosto, ricorrendo ad onomatopee).
Il linguaggio di Pascoli era raffinato ma semplice, ricco di latinismi e di tecnicismi botanici (viburni, siepe di fiori bianchi), utilizza persino l’inglese (Italy, poemetto che mescola inglese e italiano, tratta il tema dell’immigrazione). Ricorre anche al Fonosimbolismo (onomatopee e termini onomatopeici), alle sinestesie (odore di fragole rosse, Gelsomino Notturno) e allo sperimentalismo metrico e linguistico.
“Il Gelsomino Notturno”, appartenente alla raccolta di poesie, Canti di Castelvecchio, è un caratteristico esempio di strabismo pascoliano: esso ha una semplice chiave di lettura; quartine di rime alternate, versi accoppiati a distici, frequente interpunzione e pochi enjambement.
Vi è la descrizione di eventi naturali e l’allusione agli eventi notturni a seguito delle nozze dell’amico Gabriele Briganti. Al tema portante della lirica, quello sessuale, si affianca anche quello della morte e della malinconia: vede il tramonto come un momento di tristezza.
Le farfalle crepuscolari a cui allude Pascoli sono particolari falene chiamate Sfingi Testa di Morto, che hanno sul dorso una macchia biancastra che sembra un teschio.
La Chioccetta è il nome volgare delle Pleiadi.
Ai Canti di Castelvecchio appartengono anche La mia Sera, in cui espone la tranquillità che la natura ispira (al contrario di Leopardi); e La Cavallina Storna, in cui allude all’assassino del padre, mai trovato.
Da decadente non ha più fiducia nella scienza; secondo lui si conosce la realtà attraverso l’intuizione, Poetica del Fanciullino: dentro di noi la natura infantile viene conservata, nonostante si cresca si conserva lo stupore di fronte alle cose; la poesia deve quindi parlare al fanciullino dentro ognuno di noi e deve essere semplice e cantilenante.

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