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GIOVANNI PASCOLI (1885-1912)

BIOGRAFIA

Nasce in un paesino in provincia di Forlì nel 1855. A 12 anni il padre viene assassinato, ma le indagini non portano a niente. La famiglia di trasferirà l'anno dopo e moriranno la sorella maggiore e la madre. Gli orfani vengono mandati in collegio e morirà uno dei fratelli. Pascoli vince una borsa di studio per l'Università di Bologna e diventa allievo di Giosuè Carducci. Muore il fratello maggiore e Pascoli aderisce al pensiero socialista (visto come figura paterna, nido di cui sente la perdita) e durante una manifestazione viene arrestato. Si sente impotente verso la storia. Si laurea in lettere a va a vivere con le sorelle minori. Una delle quali si sposa (turbamento). Ricrea allora il nido familiare con la sorella Maria. Insegnerà letteratura all'Università di Bologna (1904) e avrà un momento Nazionalistico scrivendo “La grande proletaria si è mossa” nel 1911, dove sostiene l'espansione coloniale e la guerra in Libia (più lavoro per tutti). Muore a Bologna del 1912.

I temi fondamentali della sua poesia gli arrivano dalla sua esperienza di vita: nido e morte.

BIBLIOGRAFIA: Myricae (1891), Il Fanciullino, Canti di Castelvecchio (1903), La grande proletaria si è mossa (1911).

LA POETICA DEL FANCIULLINO

In questo testo Pascoli parla della sua poetica. Per Pascoli tutti noi abbiamo dentro un fanciullino, un lato infantile, e il poeta è colui che è capace di ascoltarlo e riesce a raccontare l'unità della natura profonda e gioiosa attraverso l'innocenza (es: Bambini e funerale). Deve far parlare il fanciullino, che vede il mondo con meraviglia, come se vedesse le cose per la prima volta, stupito. Mentre l'adulto desidera e calcola ciò che gli conviene, il fanciullino osserva con stupore ed innocenza, cogliendo i significati più nascosti. Il fine del fanciullino è di riconoscersi con la natura (irrazionalità), scopre il poetico che sta nelle cose.
(testo)---> Pascoli dice che il fanciullino prova tristezza (lagrime), paura ( brividi) e gioia (tripudi). Assomiglia a quello di Platone per la paura. È sempre dentro di noi (“ fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello”).

POESIE

“IL TUONO” Myricae

La notte è nera come il nulla (spazio vuoto che enfatizza) a all'improvviso si sente un rumore come di una frana, è un tuono che rimbomba, e dura a lungo (descritto con 3 parole) prima di spegnersi. Poi di nuovo una specie di eco prima di sparire del tutto. E quindi nel silenzio si sente soave una madre che canta una ninna nanna.

Il tema del nido è richiamato dalla culla e dalla madre.

Figure Retoriche: Onomatopee: rimbombò
Allitterazione: rimbombò, rimbalzò, rotolò

“TEMPORALE” Myricae

Si sente un bubbolio di un tuono in lontananza (spazio vuoto che enfatizza). L'orizzonte è rosso di fuoco verso il mare, e sui monti il cielo è nero come la pece. E in mezzo al nero ci sono delle nubi bianche. Tra il nero c'è anche un casolare: un'ala di gabbiano.

Il tema del NIDO è forse richiamato dall'ala di gabbiano che offre protezione, e dal casolare.

Figure retoriche: Onomatopee: bubbolio
Analogia: casolare/ala di gabbiano
Metonimia: casolare: famiglia, nido
ala di gabbiano: protezione

“NEBBIA” Canti di Castelvecchio

La nebbia è un elemento impalpabile, in movimento (impalpabile, scialba, rampolli) che nasconde le cose lontane nell'alba, dopo una notte di lampi (aeree frane). Nasconde le cose lontane e Pascoli chiede che gli nasconda ciò che è morto (i vari lutti familiari, non vuole soffrire). Vuole vedere solo la siepe del suo orto (familiare, nido) e la mura piena di crepe e di valeriana (pianta calmante). Le cose lontane che nasconde sono piene di pianto, tristezza, sofferenza. Vuole vedere solo i due peschi e i due meli che gli danno i soavi (dolci) “mieli” per il suo nero pane. Le cose lontane vogliono che ami e che vada (nascondi ciò che non conosco e che mi spaventa). Vuole solo vedere quel “bianco di strada”(luce, morte, campo santo) che un giorno dovrà attraversare, percorrere tra un suono stanco di campane (don don, elemento familiare per gli abitanti del villaggio). Nascondi le cose lontane ai sentimenti (involale al volo del cuore). Vuole solo vedere il cipresso e il suo orto dove dorme (tranquillità) il suo cane (fedeltà).

É molto presente il tema del nido (orto) e della morte (nascondini quello che è morto, bianco di strada, che un giorno ho da fare tra stanco don don di campane... cipresso)

Figure Retoriche: Onomatopee: don don

“IL GELSOMINO NOTTURNO” Canti di Castelvecchio

é la narrazione degli eventi che si svolgono dalla sera fino alle prime luci dell'alba, alludendo agli eventi che avvengono nella casa dei due giovani sposi (amici a cui la poesia è dedicata).

Si aprono i fiori notturni (allusione, parallelismo tra fiori e sesso femminile), nell'ora in cui penso ai miei cari. Sono apparse in mezzo ai Viburni (parola rara, fiori grandi e bianchi) le falene, le farfalle crepuscolari. Si sono spenti i gridi, i versi degli uccelli, e solo una “casa” (uomini, nido) bisbiglia. Sotto le ali dormono gli uccelli (nidi) come gli occhi sotto le palpebre (ciglia). Dai calici aperti si esala (allusione al sesso femminile) un odore di fragole rosse (passione). Risplende un lume nella scala, all'interno della casa. Nasce l'erba (vita) sopra le fosse (morte, ma anche nido dopo la morte). Un ape in ritardo sussurra trovando le celle dell'alveare già occupata. La chioccetta (nome che i contadini danno alle pleiadi) per l'aia azzurra (cielo che diventa raggiungibile) va con il suo pigolio (scintillare) di stelle. Per tutta la notte si esala (ripetuto due volte) l'odore che passa col vento (passione). Il lume va su per la scala, brilla al primo piano e si spegne. È l'alba, e si chiudono i petali un po' gualciti (allusione al sesso femminile, alla notte di nozze appena trascorsa) e si cova (vita) dentro l'urna (morte) molle (utero) una segreta (sconosciuta al poeta) felicità nuova ( un nuovo essere, ma stando nell'urna molle è destinato a morire).

I temi trattati sono il tema della vita, della morte, del NIDO e della sessualità (mascherata, non maliziosa, fanciullino).

Figure retoriche: Metonimie: nidi (uccelli) casa (uomini)
Similitudine: nidi/occhi
Sineddoche: ciglia (palpebre)
Sinestesia: odore rosso
Onomatopee: bisbiglia
Metafora cosmica: pigolio di stelle (piccolo paragonato al grande)

“LAVANDARE” Myricae

C'è un campo arato (mezzo grigio e mezzo nero) dove c'è un aratro abbandonato (immagine molto chiara) tra la nebbia (vapor leggero). Ritmato (cadenzato) dal mulino, nel canale (gora) si sente lo sciabordare, il rumore dei panni battuti con forza sull'acqua dalla lavandaie che cantano (l'ultima strofa è una canzone popolare): il vento soffia e cadono le fronde degli alberi e tu non torni nel tuo paese (tema dell'emigrazione). Quando sei partito sono rimasta come l'aratro in mezzo al campo.
La strofa iniziale e finale, con la figura dell'aratro abbandonato si richiamano.

Figure retoriche: Onomatopee: sciabordare


Una poesia che ha il tema del nido e della morte del padre molto esplicito è “X Agosto”.

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