Un colloquio fra timidi innamorati: siedono accanto, un po’ imbarazzati, dopo tanto tempo; ogni frase e gesto dell’uno trovano perfetta rispondenza nelle frasi e nei gesti dell’altra, con il completo accordo di un mite, tenero, inestinguibile amore. Eppure fin dalla prima parola respiriamo un’atmosfera di tristezza e di rinuncia. Il silenzio della ragazza, il candore della sua mano, il silenzio degli stessi strumenti di tessitura getta un’ombra di inquietudine, che alla fine si preciserà: la ragazza non c’è, è morta, è solo un fantasma della memoria, evocato dal desiderio e dalla solitudine del poeta. E se esiste la possibilità di un ricongiungimento, è solo nell’annullamento della morte.
A fine Ottocento, quando Pascoli scrive La tessitrice, la tessitura era ancora molto diffusa come attività femminile nelle campagne italiane, in tutte le regioni. esistevano da molto tempo gli opifici, dove il lavoro, parzialmente meccanizzato, veniva svolto in maniera impersonale e seguendo un rigido orario. Tuttavia spesso la tessitura si faceva in casa, con metodi ancora totalmente artigianali e sovente con una grande capacità di personalizzare creativamente la propria opera.

In casa il telaio era di piccole dimensioni. Si lavorava seduti su una panchetta o una sedia, con di fronte l’attrezzo: su di esso venivano tesi i fili dell’ordito, man mano aumentati dal movimento del pettine, fissato sulla cassa, unica parte mobile. La lavoratrice faceva passare i fili della trama sopra e sotto l’ordito, inserendoli con la spola, che teneva in mano.
Forma metrica: sette strofe, alternativamente di quattro e tre versi. Le quartine sono costituite da tre decasillabi e un quinario in chiusura; le terzine da tre decasillabi. La rima incatena a due a due le strofe secondo lo schema Aba CBC.
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