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I puffini dell'Adriatico(Giovanni Pascoli)

da Myricae (Ricordi, VIII)

Tra cielo e mare (un rigo di carmino
recide intorno l'acque marezzate)
parlano. È un'alba cerula d'estate:
non una randa in tutto quel turchino.

Pur voci reca il soffio del garbino
con ozïose e tremule risate.
Sono i puffini: su le mute ondate
pende quel chiacchiericcio mattutino.

Sembra un vociare, per la calma, fioco,
di marinai, ch'ad ora ad ora giunga
tra 'l fievole sciacquìo della risacca;

quando, stagliate dentro l'oro e il fuoco,
le paranzelle in una riga lunga
dondolano sul mar liscio di lacca.

La poesia offre una serie di vivide notazioni visive e cromatiche, quasi fosse un dipinto impressionista (il “rigo di carminov” dell’orizzonte, le “acque marezzate”, l’“alba cerula”). In realtà, le indicazioni apparentemente fisiche e oggettive costituiscono un clima più profondo nel quale si proiettano la solitudine e il silenzio dell’alba d’estate. In quest’atmosfera si collocano le voci degli uccelli, particolarmente care a Pascoli. Secondo le credenze classiche sono “voci arcane” che lanciano messaggi misteriosi da un altrettanto misterioso “al di là”: gli uccelli (i puffini) sono esseri sospesi tra cielo e mare e perciò sono più liberi dell’uomo, sgravati del peso della fisicità. Il loro verso, così simile alla voce umana, suono curioso e meraviglioso, ma è incomprensibile; rappresenta l’elemento arcano nel paesaggio della poesia e più generalmente l’aspetto misterioso e impenetrabile della vita.

L’esistenza di un significato recondito nella poesia è suggerita dal paragone ipotetico tra i puffini (nelle due quartine) e i marinai (nelle terzine) che chiacchierano oziosamente da una barca all’altra per ingannare il tempo della bonaccia. I due quadri sono in perfetta simmetria nelle immagini che li compongono (l’opposizione silenzio-voci) e negli aspetti cromatici. Inoltre, sia le quartine, sia le terzine, contengono una quantità significativa di materiale fonico, ossia di consonanze evocative di valore simbolico e di forte potere suggestivo.

Pascoli adotta un linguaggio ellittico, allusivo e lascia il lettore nell’incertezza. Le sue immagini derivano una forte carica suggestiva dal ritmo spezzato della poesia e dal particolare ordine sintattico che pone i verbi in posizioni di rilievo (all’inizio o al termine dei versi) rispetto al resto delle proposizioni.

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