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Giovanni Pascoli - La poetica del fanciullino e le opere

Pascoli fu uno dei maggiori esponenti del decadentismo. Nacque a San Mauro di Romagna il 31 dicembre del 1855. Poté giungere alla laurea grazie ad una borsa di studio, frequentando l’università di Bologna. Morì a Bologna nel 1912.
Certamente le vicende tristissime della sua famiglia, cui egli assistette da fanciullo, le difficoltà economiche e gli ostacoli da superare, sempre da solo, lasciarono nel suo animo un solco profondo e influirono sulla sua poesia. Non c’è ribellione nella sua poesia, ma una certa rassegnazione e passività al male. La sua vita si svolge tra pochi luoghi: la campagna romagnola dell’infanzia, le diverse sedi d’insegnamento e la casa di Castelvecchio. La sua tendenza a star chiuso nel nido domestico si spiega con la fondamentale paura nei confronti del vivere, un sentimento che gli impedì tra l’altro di avere un normale rapporto con le donne e con l’amore. Da qui la sua “disperazione” per il fidanzamento della sorella Ida. A quel tradimento Pascoli rispose ritirandosi, insieme alla sorella Mariù, a Castelvecchio.

Il poeta ebbe una concezione dolorosa della vita, sulla quale influirono due fatti principali: la tragedia familiare e la crisi di fine ‘800. La tragedia familiare colpì il poeta quando il 10 agosto del 1867 gli fu ucciso il padre, probabilmente per motivi politici o per invidia. Alla morte del padre seguirono quella della madre, della sorella e dei due fratelli.
L’altro elemento che influenzò il pensiero di Pascoli fu la crisi che si verificò verso la fine dell’800: Pascoli, nonostante fosse un seguace delle dottrine positiviste, non solo riconobbe l’impotenza della scienza nella risoluzione dei problemi umani, ma addirittura l’accusò di aver reso l’uomo più infelice, distruggendogli la fede in Dio e nell’immortalità dell’anima.
Egli conclude che gli uomini sono creature fragili ed effimere, soggette ai dolori e alla morte, vittime di un destino oscuro e imperscrutabile.
Virgilio sarà il suo maestro, infatti, Pascoli dichiara il suo rapporto con Virgilio: "Non omnes arbusta iuvant humilesque myricae" ("non a tutti giovano gli arbusti e le umili tamerici") e Myricae si intitola la prima grande raccolta di poesie del 1891. Il linguaggio di Virgilio delle Bucoliche e delle Georgiche diventa il linguaggio pascoliano di tanti nomi di piante, di fiori, di attività agricole.
In quest’opera sono raccolti in prevalenza componimenti brevi, quadretti di vita campestre.
Il mondo campestre era, infatti, lo scenario sul quale proiettare inquietudini e smarrimenti. I paesaggi e gli attrezzi di lavoro si caricano di significati e simboli. Tra questi simboli il più importante è quello della casa nido. Il nido è la casa degli uccelli, ma per analogia diventa appunto il simbolo della casa, della chiusa cerchia degli affetti domestici. È inteso come un rifugio contro il male del mondo, i lutti e le violenze, poiché difende chi sta dentro da ogni incursione della vita reale. Fin dalla sua stessa biografia, Pascoli ha testimoniato la propria incapacità di “uscire dal nido”, cioè di vivere un’esistenza adulta. Il nemico più spaventoso del nido è la morte, l’ostacolo supremo a ogni speranza o progetto umano. Al di là del nido troviamo la “siepe”, cioè il desiderio della piccola borghesia contadina che mira a una vita indipendente dall’esterno. Oltre la siepe troviamo il “campo santo”, ove giacciono i morti, presenze costanti nella vita del Pascoli e che ritornano continuamente nel suo pensiero.
Una delle sue opere più importanti è la prosa del Fanciullino. Il fanciullino è colui che parla agli animali, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle, è colui che ha paura del buio.
Egli dice che l’uomo si dimentica che è stato fanciullo e che è sempre presente in noi, ma siccome è impegnato in tante altre cose, soffoca questa “voce”, che riesce a sentire solo il poeta.
Da un punto di vista metrico, Pascoli ci appare insieme tradizionalista e rivoluzionario: tradizionalista in quanto sembra volere approfittare di tutte le forme offertegli dalla tradizione italiana, nello stesso tempo però rende irriconoscibili i metri e i ritmi consueti. Il ritmo poetico tende spesso ad avvicinarsi alla nenia, alle cantilene dei bambini.
I suoi periodi si collegano spesso tra loro non logicamente, ma analogicamente, cioè per forza di simboli. Gli oggetti valgono non per ciò che sono, ma per ciò che, di essi, la coscienza soggettiva coglie. I critici hanno affermato che la sua lingua è pre-grammaticale, perché fa uso di allitterazioni e onomatopee che ricordano il linguaggio dei bambini, e post-grammaticale, perché usa una maggiore precisione tecnica, perché il bambino, man mano che cresce, usa un linguaggio più appropriato.

Gelsomino notturno
Questa poesia è tratta dai Canti di Castelvecchio, dedicati alla madre. Il canto è stato scritto in onore delle nozze dell’amico Gabriele Briganti e qui il poeta ci descrive la prima notte di nozze e parla del rito della fecondazione, visto come una violenza inferta sulla carne. Egli ci trasmette la sua inquietudine e la sua infelicità nei confronti del sesso, rivelando un misto di attrazione e repulsione per il corpo femminile: Pascoli vorrebbe avere un rapporto sessuale ma nello stesso tempo è come se tradisse il nido. Il gelsomino notturno viene chiamato anche “Bella di notte”, perché al contrario degli altri fiori, sboccia la notte, momento in cui il sole muore, facendo ricordare così al poeta le persone estinte. La notte non si sentono più i rumori della giornata, l’unico bisbiglio proviene dalla casa. Il verbo “bisbigliare” si riferisce, infatti, al rumorio e al bisbiglio di voci dei due sposi. Vengono descritti gli uccellini che riposano sotto le ali delle madri, così come gli occhi riposano sotto le ciglia (metonimia). La casa descritta ha due piani: piano giorno e piano notte.

Mentre nella casa una luce splende nella sala, l’erba cresce sulle fosse dei morti (ossimoro, i simboli di morte si rovesciano in simboli di vita). Un’ape, che arriva in ritardo all’alveare, trova tutte occupate le cellette e ciò simboleggia il senso di esclusione del poeta nei confronti dell’amore. La costellazione delle Pleiadi, Chioccetta, risplende nel cielo azzurro e il tremolio della sua luce richiama alla mente l’immagine di una piccola chioccia circondata dai suoi pulcini, intenti a pigolare (pigolio delle stelle: sinestesia, cioè la sensazione ottica, data dalla luminosità delle stelle, evoca una sensazione uditiva, quale il pigolio dei pulcini). Per tutta la notte esala il profumo dei gelsomini, che il vento porta via con sé. La luce accesa nella casa sale su per la scala, brilla al primo piano e si spegne. È chiara l’allusione agli sposi che si uniscono nell’oscurità. Al sopraggiungere dell’alba si chiudono i petali e il gelsomino viene impollinato, così come germoglia una nuova vita in casa. Quest’opera risente del simbolismo (figure retoriche) e dell’impressionismo (sensazioni immediate).

Digitale purpurea
È un poemetto, cioè un componimento più lungo rispetto a quelli precedenti. Il poeta ci presenta delle scene di vita familiare e domestica. Vengono descritte due figure femminili: Maria e Rakele, due ex compagne di collegio. Le donne rappresentano le due sorelle: Maria, che è fedele al nido, rappresenta Mariù; Rakele, che ha già sperimentato le prime avventure amorose, rappresenta Ida.
La digitale è una pianta rossa che serve per curare i problemi di cuore, ma non può essere assunta da una persona sana, poiché morirebbe. Anche qui Pascoli riprende il problema del sesso: da un lato è attratto da esso e lo vede come qualcosa di necessario, dall’altro, non avendolo mai provato, ha paura. Qui la doppia ambivalenza che si ripete sia nel fiore che nel sesso.

Le due compagne si rincontrano dopo tanto tempo e ricordano i vecchi tempi. Maria si ricorda di quando andavano a fare ricreazione, vestite di bianco, nel giardino. In questo giardino vi era un orto, nel quale era piantato il “fiore della morte”, cioè la digitale purpurea. Le due ragazze ricordano di come venivano rimproverate quando si avvicinavano a quel fiore, perché molte si erano punte. Accanto al fiore c’era una porticina che portava fuori dal convento. Rakele, spesso, veniva chiamata dall’esterno da qualche ragazzo e Maria si meravigliava perché non immaginava che l’amica potesse avere una storia mentre era in convento. La porta ha una doppia valenza: buona perché rappresenta il nido, cattiva perché rappresenta l’apertura al mondo.

L’assiuolo
Con questa poesia Pascoli descrive un paesaggio notturno, dove all’inizio prevale il sentimento di estasi, infatti, dice che la notte è meravigliosa, il cielo è chiaro come l’alba e perfino gli alberi sembrano sporgersi per vedere meglio la luna che è nascosta tra le nubi. Il paesaggio è reso ancora più incantevole dalla melodia del mare e dai fruscii dei cespugli. Ma tutto quest’ambiente è disturbato da una voce triste che si leva sui campi: il chiù, il grido dell’assiuolo, un uccello notturno. Questa voce all’apparenza sembra di passaggio, ma di strofa in strofa diventa più angosciosa, fino ad arrivare ad un pianto di morte. Questo suono, per il poeta, è come un sussulto, una scossa al cuore che gli fa emergere ricordi tristi e pensieri dolorosi. La voce dell’uccello notturno è considerata, secondo le credenze popolari di allora, un annuncio di disgrazia e di morte.

Temporale
In questa poesia viene descritto il bubbolio dei tuoni. Il cielo è cupo, quasi colore della pece e in questo cupore si vede, tra il nero della notte, un casolare bianco, che illuminato da un lampo, assomiglia all’ala di un gabbiano. Si tratta di una poesia che parla di cose che assumono un significato e un valore che vanno al di là della loro oggettività. Così il casolare è per analogia avvicinato all’ala del gabbiano e quest’immagine assume un valore simbolico, anche se difficile da sciogliere. Gli uccelli sono largamente presenti nella poesia pascoliana: sono la voce di un mondo che sta al di là della realtà e che in genere coincide con regno dei morti.

Novembre
In questa poesia il Pascoli descrive il periodo di San Martino: la natura sembra in festa e l’aria è limpida come una gemma. Le piante hanno perso le foglie e i rami sembrano braccia rivolte verso il cielo. Questa non è la primavera, ma la fredda estate dei morti. Il titolo “Novembre” rappresenta tutte le cose che sono destinate a morire, a non esserci più. In tutta la poesia è presente il senso della morte. Pascoli unisce diversi campi sensoriali: olfattivo, uditivo e visivo.
Apparentemente parla di sensazioni, ma in realtà parla dei suoi stati d’animo. Nel primo verso è presente un chiasmo: gemmea l’aria – il sole è così chiaro. “Estate fredda” è un ossimoro, cioè la contrapposizione di due parole: nome e aggettivo in contrasto.

Lavandare
In questa poesia il poeta ascolta il canto di un gruppo di lavandaie al lavoro: un canto triste, che accenna ad una situazione di abbandono: il vento soffia, la neve cade dai rami e tu non torni al tuo paese. Egli affronta la problematica della solitudine e della speranza nell’attesa del ritorno di persone care, la cui attesa non è altro che sofferenza.
È una poesia composta da percezioni sensoriali: nella prima strofa si ha una percezione visiva (nella descrizione dell’aratro abbandonato in mezzo al campo); nella seconda strofa si ha una percezione uditiva (le lavandaie che cantano e battono i panni sulle pietre facendo dei tonfi); nell’ultima strofa si ha una contrapposizione del lato uditivo a quello visivo all’interno dello stesso verso, facendo sentire il soffio del vento e facendo vedere le foglie che cadono.

X Agosto
Questa poesia rievoca uno degli eventi più dolorosi della vita di Pascoli. Infatti, il giorno di San Lorenzo, ovvero il 10 agosto, Pascoli ricorda la morte del padre assassinato mentre tornava a casa. Attraverso essa il poeta vuole comunicare al lettore la sua tristezza per la mancanza del padre assassinato e la accentua mettendo a confronto una rondine abbattuta col cibo nel becco per i suoi rondinini e il padre che ritornava a casa portando due bambole alle figlie, in modo tale da sottolineare l’ingiustizia e il male che prevalgono sulla terra. La leggenda popolare identifica le stelle cadenti, che proprio nella notte del 10 agosto hanno la loro massima manifestazione nel corso dell’anno, con le lacrime di San Lorenzo. Pascoli varia questa simbologia, vedendo nelle stelle cadenti il pianto che le stelle versano sulla malvagità degli uomini.

Ulisse
Al centro dell’ultimo viaggio di Giovanni Pascoli c’è l’universo dominato dal dolore e dal mistero per cui la vita è come un fiume che va verso un mare ignoto che porta alla morte e l’uomo di fronte all’immensità dell’universo diventa un granello insignificante e privo di stabilità spirituale. Con questa prospettiva si afferma il tema dominante dell’Ulisse, ovvero la ricerca del senso dell’esistenza. La passione di Pascoli per l’epica lo spinge a rivisitare l’Odissea omerica in una chiave prettamente moderna basata sulla concezione della vita contemporanea.
Ulisse, che è l’incarnazione dell’uomo moderno, dopo aver fatto ritorno a Itaca dal suo lungo viaggio, ripensa a quest’ultimo e gli sembra di avere un senso d’incompletezza perché non è riuscito a fare luce ai suoi dubbi. Gli interrogativi tormentano l’eroe ormai stanco e maturo, che proiettato già verso la fine della sua vita, si sene come impotente, inerme, in balia del corso degli eventi. Così Ulisse decide di riprendere il mare per non abbandonarsi alle braccia dell’oblio.
In fondo l’eroe decide solamente di non voler morire senza capire il significato della propria esistenza. Decide di percorrere tappa per tappa il viaggio del suo ritorno, in modo da poter scorgere la verità che illumini la sua vita trascorsa a dare significato al proprio essere.
La prima tappa lo riporta all’isola dei Ciclopi e non sa se pensare, dopo aver parlato con un abitante dell’isola, se il Ciclope era stato solamente un’illusione, così come la sua vita. Pascoli con questo episodio ci vuole far capire che in un mondo di illusioni, l’uomo che cerca non troverà mai la verità perché gli viene celata. Nel ricordare le sue esperienze, Ulisse ripensa alla maga Circe, che gli aveva detto che un motivo della sua esistenza era la conoscenza del mondo, cosa che però l’eroe, al termine della sua vita, giudica solo superficiale. Dopo aver tanto viaggiato e conosciuto ogni segreto del mondo, l’eroe cerca allora di dare una risposta al dubbio che lo aveva spinto a partire: qual è lo scopo della mia vita e perché esisto? Come Ulisse, per Pascoli qualsiasi altro uomo giunto a un certo momento della sua vita, si pone la stessa domanda e, non trovando risposta, si abbandona al corso degli eventi giungendo passivamente alla morte, l’unica certezza della vita.
È proprio da questa ricerca a vuoto che nasce l’insoddisfazione dilagante tra i poeti dell’inizio del ‘900, compreso Pascoli e, pertanto, nella sua opera, il viaggio diviene metafora di ricerca interiore, che mette in evidenza la volontà di trovare se stessi e darsi una personalità in un universo tanto vasto da rendere inutili i problemi esistenziali degli uomini.

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