Ominide 50 punti

Giudici critici su Pascoli

Tra i contemporanei D’Annunzio si accorse subito del valore poetico della prima raccolta pascoliana, anche se non colse la novità di quella poesia considerando i diversi componimenti esclusivamente come quadretti paesaggistici idilliaci.
Nel 1907, Benedetto Croce, mentre il poeta era ancora vivo e operante scrisse un saggio in cui esprimendo un giudizio ormai rimasto famoso, secondo cui Pascoli era “un piccolo grande poeta”, soffermandosi sulla mancanza, sulla ristrettezza e sulla frammentarietà della sua poesia.
Tra i critici del primo novecento, dunque la poesia pascoliana subisce numerosi attacchi, soprattutto riguardo al presunto classicismo e alla sua incoerenza. WALTER BINNI e ATTILIO MOMIGLIANO, intorno agli anni ’30 rivaluteranno la sensibilità originale del poeta.
Nel 1955 Gianfranco Contini, filologo e critico, si soffermerà sugli aspetti peculiari del linguaggio pascoliano, elogiando soprattutto il linguaggio realizzato attraverso il ricorso ad onomatopee, termini gergali e dialettali, forestierismi e termini specialistici.

Nel 1962 Edoardo Sanguinetti, ha proposto una lettura piuttosto azzardata di pascoli visto come interprete di un socialismo utopistico che intende abolire le lotte di classe.
Il Pascoli morboso contrapposto all’immagine tradizionale del candido poeta fanciullino, è stato messo in luce dalla critica psicoanalitica, soprattutto da Giorgio Barberi Squarotti, che individua il nucleo centrale della poesia pascoliana nell’immagine del nido e in una visione disgregata, inquietante e torbida della realtà.

Registrati via email