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Leopardi, Giacomo - Il Pessimismo e le fasi poetiche

Appunto sul pessimismo leopardiano e sulle fasi evolutive che attraversa all'interno della poetica leopardiana

E io lo dico a Skuola.net
Il Pessimismo e le fasi poetiche
Abbiamo affermato che Leopardi visse molti anni in uno studio “matto e disperatissimo”. Nella prima fase di questa sua attività si parla di uno studio erudito, cioè costituito da uno studio appurato e da conoscenze pressoché mnemoniche.
In una seconda fase Leopardi si dedica allo studio dei grandi miti classici dove permane e ricerca la bellezza. Pertanto tale fase viene definita estetica e si parla addirittura di una conversione, in quanto passò dall’erudizione al bello; la bellezza, come abbiamo già detto, stava nei temi classici in autori greci e romani dediti soprattutto alla poesia; tra questi figurano i lirici greci, come Mosco e Bione e, tra i poeti romani, ricordiamo Catullo, Tibullo, Propersio, Ovidio, Virgilio e Orazio.
La terza fase che si definisce conversione filosofica, Leopardi passa dalla considerazione del bello a quella del vero, cioè il poeta comincia a fare riflessioni sull’uomo, sulla vita, sul fine di quest’ultima e sullo stesso senso del vivere.
Riepilogando, abbiamo quindi tre fasi:

1) periodo dell’erudizione;
2) periodo dall’erudizione al bello (conversione estetica);
3) periodo della filosofia, ovvero dal bello al vero (conversione filosofica).


LE FASI DEL PESSIMISMO

Leopardi, durante la formazione e quindi in giovane età, soffrì di una forma di pessimismo individuale; a causa delle difficoltà familiari e per la freddezza dei genitori avvertì un forte senso di disagio credendo che tutto il mondo fosse contro di lui.
In una seconda fase, detta del “Pessimismo Storico”, credette che gli uomini in origine fossero stati felici in quanto a contatto con la natura e quindi con gli dei; poi la civilizzazione e il progresso allontanarono l’uomo da questo primitivo stato di felicità.
La terza fase è quella del “Pessimismo Cosmico” poiché il poeta giunge alla determinazione che gli uomini sono stati, sono, e sempre saranno di loro natura infelici estendendo l’infelicità, a tutti gli esseri viventi, non solo quindi all’uomo, ma anche agli animale e alle piante così come attestano alcune pagine della Zibaldone e alcune operette morali e per la poesia i cosiddetti Grandi Idilli, poesie che egli compose dal 1828 al 1830, di cui fanno parte poesie come “A Silvia”, “Il passero solitario”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il Sabato del villaggio” e, per ultimo, la lunga poesia “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.
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