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Leopardi, Giacomo - Pensiero, vita e opere

nel seguente testo vi sono riassunte vita opere e pensiero del poeta Giacomo Leopardi. Spero vi sia di aiuto

E io lo dico a Skuola.net
Giacomo Leopardi

La vita.
Giacomo Leopardi nasce a Recanati, nelle Marche, da una famiglia di nobile origine, ma economicamente dissestata dalla cattiva amministrazione, dovuta alla leggerezza e all’inesperienza del padre, il conte Monaldo. Alla salvezza del patrimonio si dedicò la madre del poeta, Adelaide Antici, una donna energica, che riuscì nell’intento ma a prezzo di duri sacrifici per se e per la famiglia. Il giovane Giacomo studiò con il padre e con due precettori, ma molto precocemente continuò da solo e trascorse sette anni di studio “matto e disperatissimo” nella biblioteca del padre dove si formò un vasto bagaglio culturale rovinandosi la salute. Tra il 1816 e il 1819 il poeta si convertì dalla religione cattolica, alla quale era stato educato fin da piccolo, all’ateismo e al materialismo illuministico. In questi anni cambiarono anche le sue idee politiche: da quelle reazionarie, cioè controrivoluzionarie, del padre a quelle democratiche e patriottiche, assecondate dall’amico Pietro Giordani. Le sofferenze per l’arretratezza culturale dell’ambiente di Recanati lo portarono al tentativo di fuga. Solo in seguito, nel 1822, ottenne il permesso di recarsi a Roma, dalla quale fece ritorno profondamente deluso per la meschinità degli uomini e per la frivolezza delle donne. Durante questo soggiorno si commosse soltanto visitando la tomba del poeta rinascimentale Torquato Tasso, al Granicolo. Poco dopo essere tornato nella sua Recanati, amata e odiata allo stesso tempo e dove tornerà anche in altre occasioni, ripartì alla volta di Milano, passando poi a Bologna, Pisa e Firenze. Qui conobbe un esule napoletano, Antonio Ranieri, con il quale strinse una forte amicizia e insieme si trasferirono a Napoli, città dove il poeta morì nel 1837.

Le opere. Leopardi considerava la poesia un’isola felice nel mare dal dolore al quale è portato l’uomo. Tra la sue opere più importanti troviamo:
- lo Zibaldone: una raccolta di appunti e riflessioni scritte giornalmente in prosa dal 1817 al 1832. Da queste annotazioni prese spunto per molti dei suoi Canti.
- i Pensieri: possono considerarsi una ripresa più completa dello Zibaldone in quanto raccolgono a pieno le idee pessimistiche che caratterizzarono la vita di Leopardi. Vennero pubblicati da Antonio Ranieri dopo la morte dell’amico.
- l’ Epistolario: composto di circa 900 lettere è considerato uno dei più belli capolavori dell’intera letteratura italiana per l’intensità dei sentimenti e la limpidezza espressiva.
- le Operette morali: una raccolta di 24 componimenti risalenti al 1824, dei quali circa 17 sono dialogati. Gli argomenti sono abbastanza vari ma il tema è sempre quello dell’illusione umana e della visione pessimistica del poeta. Il titolo è stato scelto per uno scopo didascalico, quello di insegnare all’uomo l’accettazione del dolore e della debolezza che è in lui. Vennero pubblicate nel 1829, anno in cui Manzoni pubblicò I promessi sposi.
- i Canti: l’unica raccolta, fra quelle elencate, non i prosa, infatti è una raccolta di quarantuno liriche varie per quanto riguarda i temi. Alcune sono di carattere filosofico, altre d’amore, altre ancora per la patria. Leopardi iniziò a scriverli nel 1818 e continuò fino a qualche giorno prima della sua morte, quindi continuò a scriverli durante i suoi viaggi da una città all’altra.
Per quanto riguarda la critica, troviamo note positive da parte del poeta Giosuè Carducci e negative da parte di Niccolò Tommaseo.

Il pensiero. Leopardi cominciò a acquisire un pensiero proprio, quello che caratterizzò poi la sua vita e tutte le sue opere, quando si convertì dalla religione cattolica alla concezione illuministica del mondo, fino a giungere al materialismo assoluto. Il poeta meditando sul destino dell’uomo giungeva alla conclusione dell’uomo come creatura debole e insignificante: vive e ,dopo inutili sofferenze, si annulla alla morte e quando questa avviene la natura non ne risente affatto. Questo pensiero nel Settecento era motivo di orgoglio per l’uomo che quindi era libero dalle superstizioni del passato e affidava alla scienza la sua fede, in quanto era vista come strumento di progresso, ma non fu così per Leopardi. Lui vide questo pensiero in modo pessimistico poiché avverte l’aspirazione dell’uomo all’assoluto e all’infinito e i limiti di questa creatura e ciò gli causa un dolore interiore. Visse perennemente nel così detto dramma adolescenziale, cioè rimase deluso e scoraggiato dalla realtà perché non era rose e fiori come lui l’aveva immaginata. Nella maggior parte dei casi gli uomini superano questo momento rendendosi utili e inserendosi nella società e fu proprio questo che mancò a Leopardi, vivendo in un contesto ottuso come quello di Recanati. Questo gli provocò una chiusura interiore e il pessimismo totale verso la vita. Il poeta intuì anche i risvolti negativi della Restaurazione, l’egoismo e l’ipocrisia che riducevano in schiavitù i deboli e li condannavano all’infelicità. Divenne così antagonista del suo secolo ponendo in Il fiore del deserto, la penultima lirica dei Canti, l’ideale di umanità fondata sul sentimento di solidarietà universale. La concezione pessimistica di Leopardi è stata approfondita dal poeta stesso e si può dunque dividere in pessimismo personale, storico e cosmico.
Il primo, detto anche soggettivo, come dice il nome stesso riguarda solo la sua persona. A causare questo vi è la sua famiglia: la madre rivolgeva la sua attenzione solo all’amministrazione economica e con il padre, avendo idee politiche opposte, in quanto il conte credeva nell’ ancien régime e rifiutava la idee introdotte dalla Rivoluzione Francese di libertà e democrazia, entrò presto in conflitto. A questo si aggiunse il rapporto con la sua età: a venti anni si sentiva anziano sia fisicamente sia psicologicamente e a Recanati si sentiva come in una prigione, anche se il suo paese è sempre presente nelle liriche più belle. Il pessimismo storico, è anche chiamato progressivo, perché legato proprio alla storia di un uomo e di tutta l’umanità. Leopardi vede lo stato primitivo dell’uomo come inconsapevole felicità, poiché non si conoscevano le tristi verità e il dolore della vita umana, conosciute poi grazie al rigore e alla ricerca del vero, cioè alla scienza. Così confronta questo stato iniziale della storia dell’umanità con l’inizio della vita di ogni uomo, con la giovinezza che è il momento in cui l’uomo è felice perché non consapevole della realtà che lo aspetta. Il pessimismo cosmico è detto così in quanto investe tutte le creature sotto l’infelicità assoluta. Così Leopardi rivaluta la ragione, che è sì colpevole delle illusioni ma è l’unica cosa che rimane all’uomo per conoscere e unirsi agli altri fraternamente. La conclusione che si trae dal pessimismo di Leopardi è simile a quella di Jacopo Ortis, il protagonista del romanzo di Foscolo, che diede un taglio alla sua vita con il suicidio. Il poeta però condanna questo atto in quanto l’uomo è dotato dell’istinto di conservazione e del dovere di fratellanza verso gli altri.
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