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Leopardi, Giacomo - Ultimo canto di Saffo

Appunto di Italiano sulla poesia scritta da Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo, scritta nel 1822.

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Ultimo canto di Saffo


Giacomo Leopardi


Composta in una settimana nel maggio 1822, questa canzone classica (quattro stanze di diciotto versi ciascuna, in endecasillabi e un settenario) intende rappresentare l'infelicità in un animo delicato e nobile, posto in un corpo brutto e giovane. La protagonista è Saffo, poetessa greca del VII secolo a.C., brutta, ma sensibile, che si uccide a causa dell’amore non ricambiato per il giovane Faone e per protestare contro la mancanza d’armonia. Il testo è in prima persona: è Saffo che parla.

PRIMA STANZA: Saffo si rivolge alla Luna e a Venere.
È notte, poco prima dell’alba, la luna tramonta e sorge Venere, precedendo il sole. Saffo diventa consapevole dell’infelicità umana, attraverso l’amore. Per la poetessa lo spettacolo della natura pre-romantica provoca noia.
Saffo prova un po’ di gioia solo quando il turbine dei venti corre attraverso il cielo limpido o attraverso i campi sconvolti, e quando il carro di Giove (tuono) squarcia l’aria buia; le piace nuotare tra le nuvole lungo i dirupi, la fuga delle greggi intimorite e la furia delle acque di un fiume presso la sponda insicura.
Saffo non è consolata dallo spettacolo armonioso della natura, ma da quello tenebroso, cupo (caratterizzato dal vento, dal tuono, dal rincorrersi delle nubi, dalla furia delle acque e dalla fuga degli animali).
Nel paesaggio domina l’elemento inquieto che caratterizza la disarmonia tra uomo e natura, sottolineato dall’apertura e dalla chiusura della stanza. Dal Mi fur al Noi (pluralia maiestatis) l’infelicità di Saffo diventa comune a tutti i mortali: pessimismo cosmico. Tutti, anche gli antichi, soffrono.

Tema dominante: rapporto negativo tra Saffo e la natura, visto per esclusione.
Saffo non è più in sintonia con gli aspetti sereni della natura.

SECONDA STANZA: dissidio tra Saffo (simbolo della bruttezza) e la natura (simbolo della bellezza).
La bellezza armoniosa della natura è descritta in pochi tratti di alta intensità evocativa: “Bello il tuo manto, divo cielo, bella, infinita beltà, superbi regni, amante, vezzose tue forme”. A questa bellezza si contrappone l’infelicità della “misera” Saffo che è consapevole che i Numi e la sorte non l’hanno creata bella.
Ciò è dimostrato anche dai passi insicuri della poetessa che si avvicina a un ruscello, che devia addirittura i bei fiori pur di non toccarle i piedi. La natura è descritta nel pieno della sua bellezza secondo i canoni del locus amoenus, ma in questo ambiente Saffo è una “vile” e “grave” ospite.
Da notare è il suffisso DIS (dal greco “non”- esclusione, antitecità) che accomuna molte parola della seconda stanza: DISperato, DISdegnando, DISpregiato.
La parola “disdegnando” viene presa dal Dolce Stil Novo: l’amata disdegna l’amante.
Per Saffo sono due gli amori che la disdegnano:
- AMORE dell’amato FAONE;
- AMORE della NATURA.
Tutta la strofa è incentrata sul rapporto tra la bruttezza di Saffo e la bellezza della natura, sottolineato dall’inizio positivo della stanza e dal finale negativo.
Petrarca era solito uniformare armoniosamente lo stato d’animo del protagonista con il paesaggio, mentre Leopardi basa la canzone sulla disarmonia. La bellezza del paesaggio non è in armonia con Saffo che resta esclusa dalla natura.

TERZA STANZA: incentrata sulla meditazione e prende atto della disarmonia.
Saffo medita e presenta due domande retoriche che sottolineano la sua innocenza, dal momento che non può aver acquisito colpe prima di nascere, né nell’infanzia. Per Saffo un piano misterioso muove il destino e l’unica certezza è il dolore.
La risposta del perché Saffo soffra così tanto non è da ricercare nell’individuo, ma nel destino. L’uomo è nato per il pianto e la ragione è conosciuta solo dagli dei, perché Giove ha dato potere solo alle belle “sembianze”.
Conclusione di Saffo: la virtù non brilla in corpo brutto e la colpa è della natura. Non servono le grandi imprese o la poesia, perché nell’individuo brutto non c’è spazio per la virtù.
“Bello tuo manto-disadorno tuo ammanto” è una critica al neoclassicismo e in particolare all’idea che nell’uomo è presente l’armonia, il bello.

Il TEMA di queste due stanze è caratterizzato dalle “sembianze”, cioè dalle apparenze. La bellezza superficiale (l’ammanto) dimostra che ciò che conta realmente sono le apparenze. Questo tema sarà ripreso nel 1900 da Pirandello.

QUARTA STANZA: tratta della morte.
Saffo parla di Giove (creatore dell’uomo) che chiama ironicamente “padre”. L’ottica del testo è condotta da Saffo che pensa al padre Giove e alle Parche che conducono il filo della vita (decidono il destino degli uomini). La stanza si apre con “morremo”, che è la traduzione del “moriemur” pronunciato da Didone nel quarto libro dell’Eneide.
Saffo decide di uccidersi: gesto eroico. Presa la decisione di morire, Saffo saluta l’amante Faone, a cui confessa di aver provato un amore inutile e gli augura di vivere felice, se qualcuno è vissuto felice.
Questo è un concetto importante: la felicità è qualcosa di limitato, perché essa appartiene soltanto alla giovinezza.

IMMAGINI LETTERARIE:

- Morremo: riferimento virgiliano;
- Velo: per Petrarca il velo ricopre l’anima e riporta alle “sembianze”;
- Tanaro- Tenaria- Doglio di Giove: nel 24° capitolo dell’Iliade, Omero afferma che Giove possiede due recipienti: uno della felicità e l’altro del dolore. Nel testo ci sono tante immagini classicheggianti, perché per Leopardi esse creano uno stile vago che rende pregiata la poesia.

Motivi dominanti:
- Morte;
- Fugacità della felicità.

TEMI

1) La morte

Indicata dalle parole:
-TARTARO (regno dei morti);
-DIVA TENARIA (Proserpina, dei degli Inferi, il cui ingresso era presso il capo Tenaro, nel Peloponneso);
- GELIDA MORTE;
- ATRA NOTTE (notte nera, tenebrosa);
- SILENTE RIVA (riva silenziosa dei fiumi infernali).

2) La felicità fittizia

La felicità appartiene solo alla giovinezza (Sabato del villaggio), la maturità (A Silvia), la vecchiaia (Sabato del villaggio) e la morte (A Silvia) sono fatte d’inganni.

3) Il suicidio

In questa canzone il suicidio rappresenta un gesto di sfida contro il destino. Il suicidio di Bruto minore è di carattere sociale, quello di Saffo invece è esistenziale. Leopardi giustifica il suicidio esistenziale di Saffo e si inserisce in una lunga scia letteraria: ad esempio il Catone dantesco si uccide, perché vede nel suicidio un gesto di estrema libertà e gli stoici, Seneca, Werter, Ortis giustificavano il suicidio. Leopardi sostiene che il suicidio esistenziale non sia contro natura, perché l’uomo non è in armonia con la natura. Nel 1827 Leopardi assume una posizione diversa, infatti, afferma che il suicidio non è più un mezzo per protestare contro la natura (Operetta di Plotino e Porfirio), ma provoca solo dolore nelle persone care.
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