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Leopardi, Giacomo - Dialogo di Tristano e un amico

Analisi e commento dell'operetta morale composta nel 1832, periodo in cui Leopardi sviluppa il pessimismo eroico, ovvero l’ultima fase del suo pensiero

E io lo dico a Skuola.net
Presentazione dell'operetta

L’operetta è stata composta nel 1832, periodo in cui Leopardi sviluppa il pessimismo eroico, ovvero l’ultima fase del suo pensiero in cui ritiene che l’uomo non si debba arrendere di fronte alla natura matrigna, ma, unirsi in una sociale catena e non sottomettersi all’infelicità tipica dei viventi.
Il dialogo, che vuole essere una lettera di protesta a Luigi De Sinner e una difesa della propria filosofia negativa, ha una forza polemica e un’ironia tipica del pessimismo eroico. Occupa l'ultima posizione dell'opera e questo non è un caso, infatti in questa abbiamo la più esplicita incarnazione del punto di vista dell'autore. I personaggi sono due: Tristano, (nome che allude alla parola triste) che ovviamente rappresenta l’autore, e un amico che ha la semplice funzione di provocare le battute. Questa struttura è molto simile a quella del Dialogo di Timandro e di Eleandro e al Dialogo della Terra e della Luna, infatti in tutte abbiamo un personaggio che non ha una controparte attiva ma permette al personaggio principale di esporre le sue teorie.
La discussione ha origine dall’ultimo libro scritto da Tristano (e qui c’è una sicura allusione alle Operette morali di Leopardi), il quale era malinconico, sconsolato e disperato. Nel suo discorso, Tristano dice, con una marcata ironia, che le sue idee riguardo la condizione infelice dell’uomo e del secolo sono cambiate radicalmente. Tuttavia conclude dicendo che, pur essendo convinto che tutti gli uomini sono felici, lui, è infelicissimo e preferirebbe la morte a qualsiasi altra cosa. Leopardi utilizza la tecnica della palinodia che gli consente di rafforzare la sua posizione fingendo un punto di vista obbiettivo.
L’operetta può essere divisa in 4 parti:
* "Ho letto il vostro libro…ch’io credeva": in questa prima parte Tristano ammette di aver cambiato completamente la sua opinione rispetto a ciò che aveva sostenuto nel suo libro. Segue quindi la descrizione della teoria precedentemente sostenuta (che è la filosofia di Leopardi): l’uomo è infelice ma cerca di nascondere a se stesso questa condizione di infelicità, infatti è meglio credere che la vita sia bella pregevole piuttosto che conoscere la realtà. È necessario accettare la condizione dell’infelicità umana anche se è una filosofia dolorosa. Questo tema dell’infelicità dell’uomo è un tema costante in tutta la produzione leopardiana a partire dalla produzione poetica (Ginestra, Cantico notturno di un pastore errante dell’Asia) fino ad arrivare allo Zibaldone (4128, 4175-77).
* "E avete cambiata…voi siete diventato de’ nostri": con la tecnica dell’antifrasi Tristano si schiera con l’ottimismo delle ideologie dominanti nel suo secolo per quanto riguarda il progresso e la superiorità dei moderni rispetto agli antichi. Egli sostiene che la specie umana vada ogni giorno migliorando e, pur ammettendo che gli antichi fossero migliori nei sistemi morali e di metafisica, e che il numero di sapienti fosse maggiore nell’antichità rispetto al presente, tuttavia afferma ironicamente che l’uomo sia in continuo miglioramento e che il sapere e i lumi crescano di continuo. A questo punto l’amico di Tristano è felice perché anche Tristano ha abbracciato la filosofia dei giornali, cioè quella del presente, e gli dice che, se non scherza, è diventato dei "loro", quelli che preferiscono illudersi che la vita sia bella e che l’uomo sia felice.
Il tema centrale in questa parte è quello del ritorno all'età dell'oro considerata come età della perfezione, in contrasto con la corruzione dell'età contemporanea. Questo tema è tipico della produzione leopardiana infatti l'abbiamo già incontrato nella Scommessa di Prometeo. Un'altra cosa da sottolineare è la distanza che separa Tristano, e quindi Leopardi, dalla cultura contemporanea, troppo ottimistica per la sua visione catastrofica, tema già anticipato nel Dialogo di Timandro e di Eleandro.
* "Sì certamente… e dica le sue ragioni": in questa parte Tristano parla di come il secolo XIX sarà giudicato dai posteri e anche del destino del malinconico libro. Tristano ride all’idea di lasciare il libro in eredità ai posteri perché risulta inutile preoccuparsi dei posteri visto che i processi di massificazione stanno indebolendo il peso delle intelligenze individuali. Il problema del destino delle Operette morali è centrale in questa parte e, come vedremo, anche in quella seguente. Ma un altro tema importante è quello della critica al proprio secolo che viene giudicato un secolo povero di cose ma ricchissimo di parole. Leopardi aggiunge che nel secolo non si è attenti ai veri sapienti che si perdono tra il rumore e la confusione degli infimi che si credono illustri( probabilmente Leopardi allude a se stesso).
* Voi parlate...vorrei tempo a risolvermi": l'operetta si conclude con l'affermazione dell'infelicità dell'autore e on il tema della morte. Tutto ciò vuole essere una sfida all'ottimismo del secolo. Si nota nell'ultima parte l'atteggiamento eroico di Tristano che non si sottomette al destino infelice, ma piuttosto desidera la morte. Inoltre si intravedono il tipico tema della natura matrigna e della fanciullezza intesa come età del sogno.

Posizioni filosofiche
Progresso: nella storia per Leopardi ci sono 4 tappe:
* età perfetta dei primitivi e della concordia tra gli uomini;
* età classica, momento di perfetta unione tra natura e ragione;
* epoca medievale vista come periodo di regresso e di barbarie;
* modernità, età negativa perché priva delle virtù e dei valori incorrotti dell'epoca antica.
Leopardi si oppone alla fiducia nel progresso, tipica dell'800, individuando nel progresso dell'uomo un motivo di decadenza. Anche il progresso, e quindi la ragione, è causa dell'infelicità dell'uomo perché ha fatto sì che si allontanasse dall'età dell'oro.
Infelicità: è una condizione propria di tutti gli esseri viventi fin dalla nascita. Coloro che cercano di nascondere a se stessi questa condizione sono stolti perché preferiscono vivere tranquilli piuttosto che conoscere la verità. Bisogna ridere del genere umano innamorato della vita perché non è consapevole che i piaceri della vita sono finiti, mentre il desiderio è infinito (teoria del piacere). Leopardi ci fornisce come insegnamento morale il precetto di non arrendersi all'infelicità; pur partendo dalla certezza negativa della propria condizione, l'uomo deve cercare in sé le forze per affrontare la negatività, e per farlo deve allearsi in una social-catena per combattere la comune nemica: la natura. La morte, nella visione materialistica leopardiana, è concepita come una liberazione dalle sofferenze della vita. Riprende con questa concezione le teorie della sapienza antica, teoria che credeva che per l'uomo fosse meglio non nascere o comunque fosse meglio morire il prima possibile. I primi espositori di tale teoria furono alcuni poeti lirici greci, poeti attivi tra il VII-VI secolo a.C. Anche Sofocle era portatore di tali idee e riteneva che: "è meglio per l'uomo non aver visto la luce". Questa teoria passò attraverso le tragedie greche, fu tramandata da quelle latine e trova un'ultima espressione in Leopardi.
Antropocentrismo: Leopardi si oppone a questa teoria che poneva l'uomo, con la sua ragione, al centro di tutto il creato. Critica il genere umano perché non è capace di affermare la propria ignoranza, di affermare la propria nullità, di ammettere di non avere speranza e di riconoscere la propria ipocrisia. L'uomo è sommamente imperfetto e lo è più degli animali. Possiede inoltre la ragione che lo rende ancora più infelice in quanto crea delle illusioni.
La concezione antropocentrica dell'Ottocento è quindi rovesciata; Leopardi nega filosoficamente la superiorità del mondo e dell'uomo.

Espressioni chiave
* Teorie sileniche => desiderio di morte:
"..io non mi sottometterò alla mia infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri uomini:e ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, con quanta credo fermamente che non sia desiderata al mondo se non da pochissimi..."
"...confidenza ho che la via che mi resta a compiere non sia lunga. E questo, posso dire, è il solo pensiero che mi sostiene..."
* Natura matrigna:
"...Troppo sono maturo alla morte...durare ancora quaranta o cinquant'anni, quanti mi sono minacciati dalla natura..."
* Sfiducia nel progresso e nell'essere umano:
"... Ed è cosa che fa meraviglia a contare il numero dei dotti, ma veri dotti, che vivevano contemporaneamente cinquant'anni addietro, e anche più tardi, e vedere quanto fosse smisuratamente maggiore di quello dell'età presente..."
"...In ciò mi pare che consista in parte la differenza ch'è da questo agli altri secoli. In tutti gli altri, come in questo, il grande è stato rarissimo;ma negli altri la mediocrità ha tenuto il campo, in questo la nullità..."
"...E gli uomini sono codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto; docili sempre a sperar bene, perchè sempre dediti a variare le opinioni del bene secondo che la necessità governa la loro vita; prontissimi a render l'arme, come dice il Petrarca, alla loro fortuna, prontissimi e risolutissimi a consolarsi di qualunque sventura, ad accettare qualunque compenso in cambio di ciò che è loro negato o di ciò che hanno perduto...così rido del genere umano innamorato della vita"
* Infelicità:
"...Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole;e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti..."
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