Lolle55 di Lolle55
Ominide 364 punti

Decadentismo

Il decadentismo è un movimento culturale di grande portata, nascerà in Francia attorno al 1800 per poi diffondersi in altri paesi europei come la Germania, il Regno Unito, la Russia e l’Italia.
Si tratta di un momento particolare della storia europea, in pieno boom economico, alle porte della belle époque che, paradossalmente, porterà all’avvento della prima guerra mondiale.
Il termine decadentismo appare per la prima volta sulla rivista Le Decadent, la quale vuole sottolineare la situazione di crisi ed il senso di disagio avvertiti dall’uomo di quel periodo.
Nasce così un movimento che all’ inizio presenterà un’ accezione negativa.
Di fronte ad una profonda frattura tra individuo e società, di cui l'uomo comincia a non comprendere le logiche, le dinamiche, i valori, la letteratura, si pone come espressione della crisi umana in atto.

Il decadentismo nasce quindi dalle ceneri di una crisi sociale che vede coinvolte la classe borghese e quella proletaria.
Il proletariato sta vivendo in un clima difficile, vuole rivendicare i propri diritti, allo stesso momento l’industria condiziona drasticamente la vita umana. Si comincia a parlare di taylorismo, dal nome di colui che introdusse per la prima volta nell’industria il programma di ottimizzazione del processo produttivo, inaugurato dalla catena di montaggio e dai turni di lavoro. Ora l’operaio è sottoposto a ritmi di lavoro pesanti, viene spersonalizzato, quasi alienato nella macchina che fagocita ogni emozione umana.
Gli uomini sono sempre più frustrati e insoddisfatti.
Il decadentismo nasce anche da una crisi culturale, la cultura del positivismo.
Comincia a diffondersi la consapevolezza che la ragione, tanto decantata dai positivisti, non sa dare una spiegazione allo stato di inquietudine dell’animo umano. Al contrario, viene riscoperta la dimensione interiore dell’Io che coincide con l’inconscio.
È all’interno dell’inconscio che hanno sede quegli istinti a cui è difficile dare una risposta razionale e che sfuggono al controllo della ragione.
La corrente del positivismo aveva analizzato una realtà contingente, mossa dal desiderio di dominare ogni pulsione, ora il modo di indagare cambia in favore di una dimensione misteriosa, dove agiscono forze irrazionali. Attraverso intuizioni soggettive i decadenti cercano di sondare la realtà interiore.
Bergson afferma che “Non si può avere la presunzione di inscatolare l’esistenza umana in schemi fissi, la vita è slancio vitale”.
La forma incastra l’uomo e non lo lascia essere libero, con Bergson ci si apre verso una nuova forma di coscienza secondo cui tutto agisce in assenza di una consequenzialità logica, tutto si compenetra. Il tempo della coscienza non è quantico, il passato si confonde con il presente, all’infuori di schemi diacronici. Il linguaggio della coscienza sarà quello onirico.
Nascerà così il romanzo psicologico.
Mentre nel romanticismo si parlava di coscienza, valori dello spirito, qualcosa che arricchiva la persona anche al di là della sconfitta, favorendo il senso di integrazione sociale, nel decadentismo al posto del sentimento subentra l’inconscio, al cui interno agiscono istinti irrefrenabili, che generano angoscia e sgomento.
A detta del critico Carlo Salinari possiamo individuare due fasi caratterizzanti questo movimento.
la prima fase vede autori e poeti che cercheranno di colmare quel vuoto di valori spirituali riponendo la loro fiducia nei cosiddetti miti.
I miti sono pseudo-valori, vissuti in piena soggettività ed egoismo. Non hanno nulla a che fare con la collettività.

Mito dell’estetismo: consiste nella convinzione che si debba “costruire la propria vita come si costruisce un’opera d’arte”, rifugiandosi in una vita fatta di raffinatezze, intessuta di particolarismi, cose rare ed eccezionali. In poche parole, proporsi una vita all’infuori della quotidianità, cercando di cogliere ogni situazione che possa donare sensazioni straordinarie.

Mito del superomismo (Nietzsche): tratto dal pensiero nietzschiano e incarnato in primo luogo da artisti quali D’Annunzio e Wilde, questo mito si carica di accezioni diverse, alle volte piuttosto distanti da quella originaria. E’ volto a celebrare l’uomo impavido e spregiudicato, colui che si erge al di sopra di tutto e di tutti, della morale comune e di ogni convenzione, realizzandosi nella sua piena e totale libertà.

L’imperativo categorico sarà “Io voglio”, non più il “Tu devi”, ed è in questo esaltare gli istinti vitalistici che l’uomo realizza se stesso.

Mito del fanciullino: solitamente associato al Pascoli, professa una visione fanciullesca del mondo, ingenua.

Quello della seconda fase, a cui appartengono Svevo e Pirandello, è un decadentismo più rassegnato, che non lascia trapelare alcuna soluzione al male di vivere. E' una fase più negativa rispetto alla prima, in cui, perlomeno, gli autori si rifugiano nei miti.


Gabriele D'Annunzio

Nasce a Pescara nel 1863, non vi rimarrà a lungo: si trasferisce a Prato dove studierà presso il collegio dei Cicognini. Dopo aver conseguito il diploma di maturità si stabilisce a Roma e qui lavora come giornalista di cronaca mondana, in particolare per La Cronaca Bizantina, entrando in contatto con personaggi illustri del tempo, frequentando i salotti di un mondo elitario, aristocratico ed elegante.
In questo periodo sposa la duchessa Maria di Gallese Harduin, notizie riguardo alla donna ne abbiamo anche al Vittoriale.
Nel 1879 comincia a dedicarsi alla politica e presto viene eletto deputato alla Camera, dalla parte della destra poi dalla parte della sinistra.
Si stabilisce a Firenze presso la villa Capponcina, regalatagli da Eleonora Duse, famosissima attrice teatrale, la quale perse letteralmente la testa per il più giovane D’Annunzio.
Per l’uomo si apre un periodo all’insegna di spese esorbitanti, tanto che, indebitato, verrà spesso citato in causa in tribunale dai creditori. A questo punto D’Annunzio decide di evadere i suoi problemi spostandosi a vivere in Francia, e la Capponcina viene messa all’asta. Durante il periodo della sua permanenza francese scriverà il poema Le Martyre de Saint Sebastien (Il martirio di S. Sebastiano).

Farà il suo rientro in Italia allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Intriso di fervori nazionalisti e promotore dell’intervento italiano in guerra, i suoi celebri discorsi gli consentiranno di esercitare grande influenza sull’opinione pubblica.
Si arruola e viene mandato al fronte, innumerevoli sono le sue gesta tra cui l’Impresa di Vienna, in cui sorvolò il cielo della città distribuendo dal suo velivolo volantini tricolore, e la Beffa di Buccari, in cui, con una piccola flotta di antisommergibili MAS (Memento Audare Semper), sbaragliò la potenza austriaca presso la baia del Montenegro.
Conclusasi la guerra D’Annunzio avvertirà tutta la delusione di un esito bellico affatto gratificante, che vedeva l’Italia esclusa dai trattati di pace (al di là di Trento, Trieste e il Tirolo non le furono concesse altri possedimenti).
Radunerà così una squadra di volontari decisi ad occupare Fiume, che dal 1919 al 1921 sottostarà alla cosiddetta Reggenza Italiana del Carnaro.
Mussolini deciderà di allontanare il più possibile la figura dell’intellettuale dagli affari di Stato, relegandolo al Vittoriale e coprendolo d’oro.
Nel 1921 D’Annunzio si ritirerà al Vittoriale e vi rimarrà fino al giorno della sua morte, la sera del 28 marzo 1938, anno che vedrà poi il profilarsi l’alleanza italo-tedesca con la firma del Patto d’Acciaio.

D’Annunzio si dedicherà a svariati generi letterari, esordirà come giornalista di cronaca mondana, attività che gli permetterà di frequentare gli ambienti raffinati della Roma bene dei tempi. In età giovanile metterà mano alla raccolta di poesie “Primo Vere” che lo faranno apprezzare da una consistente rappresentanza della critica letteraria.
La sua produzione annovera anche alcuni titoli quali Il Piacere e L’Innocente.
Quindi, con la pubblicazione della raccolta Le Laudi, assisteremo ad un nuovo passaggio dal D’Annunzio romanziere al D’Annunzio poeta.
Il titolo di questa collezione di liriche (Le Laudi del cielo, del mare e della terra) si rifà all’opera francescana delle Laudes Creaturarum, consta inoltre di 5 sezioni, ognuna delle quali prende il nome di una stella della costellazione delle Pleiadi: Maia, Elettra, Alcyone, Merope e Asterope.
Quindi si avrà la pubblicazione del poema Notturno, una raccolta di meditazioni e ricordi emblema della fase notturna, oscura che il poeta stava attraversando in seguito ad un incidente aereo.
Conosceremo anche un D’Annunzio tragediografo con la stesura della Francesca da Rimini, La figlia di Iorio, La fiaccola sotto il Moggio.

Il piacere
Con il romanzo del Piacere, pubblicato nel 1889 dall’editore Treves, D’Annunzio andrà ad evidenziare un aspetto caratterizzante del decadentismo: il mito dell’estetismo. È a questo proposito che il romanzo viene considerato la Bibbia del decadentismo italiano.
È il 31 dicembre 1886: Andrea Sperelli, giovane aristocratico e sorta di alter ego dell’autore, aspetta con ansia l'ex amante Elena Muti nella sua residenza romana a Palazzo Zuccari. Sono trascorsi ormai due anni da quando i due si congedarono e ora, nell'attesa che preluderà all’arrivo della donna, Sperelli torna con la memoria a scene di vita trascorsa insieme. Attraverso una descrizione attenta ad ogni particolare, quasi maniacale, il lettore assisterà all’allestimento della stanza, che Sperelli curerà come se dovesse quel giorno consumare un rapporto con Elena. All’ arrivo della donna, fra i due si alterneranno ricordo, ardore e di nuovo allontanamento e dolore. Verrà anche raccontato di come, dopo l'abbandono da parte di Elena, l’uomo si immergerà in un gioco di continue seduzioni, conquistando una dopo l'altra sette nobildonne. Ospitato dalla cugina Francesca di Ateleta nella villa di Schifanoja, sul mare, Andrea esce da una lunga agonia e inizia la convalescenza, in un'unione mistica con la natura e l'arte. Il 15 settembre 1886 arriva, ospite a Schifanoja, Maria Ferres con il marito, ambasciatore del Guatemala (che riparte subito), e la figlia Delfina.
Andrea rimarrà presto sedotto dalla donna «spirituale ed eletta», antitesi della Muti, donna quasi alla maniera dantesca, d’una bellezza spirituale e pura. La loro amicizia sfocerà di lì a poco in una travagliata relazione che sarà destinata all’epilogo, una volta tornato il marito della donna. Irrequieto e pieno di amarezza, egli rincontra Elena Muti. L'attrazione per l'antica amante, nella sua nuova veste di provocatrice, e la fascinazione per Maria, nella sua ingenua purezza e fragilità, si intrecciano nel suo spirito. Respinto con durezza da Elena, Sperelli viene a sapere dagli amici della rovina del marito di Maria, sorpreso a barare al gioco. La donna si mostra forte di fronte al dolore di dover partire da Roma e separarsi quindi dall'amato, decidendo di rimanergli totalmente fedele. Andrea, al contrario, riesce a nascondere con sempre maggior difficoltà il suo "doppio gioco". Dopo aver visto Elena uscire di casa per andare dal nuovo amante, Andrea torna nel rifugio di Palazzo Zuccari, dove, durante l'ultima notte d'amore con Maria, pronuncia inconsciamente il nome di Elena. Maria, con orrore, lo lascia.

Laudi
Il titolo dell’opera ricalca quello di un’altra composizione poetica: le Laudes Creaturarum di S. Francesco. Così come fece il suo predecessore anche D’Annunzio esprimerà nel suo componimento la lode alla vita, precisamente evidenziata dal principio del panismo. Tale concetto viene mutuato dalla tradizione classica, secondo la quale Pan era dio del bosco, con l’intento di sottolineare la ricerca di quel contatto simpatetico e di comunione tra uomo ed elementi della natura, un contatto panico. L’uomo ricerca sensazioni che gli derivano dalla sintonia, dall’armonia con gli elementi della natura, espressione di emozioni vitalistiche.
Il libro che meglio esprime il concetto di panismo è quello di Alcyone, in cui il tema predominante è l’ elogio della natura e, ancora meglio, l’ evocazione di ricordi che derivano dal rapportarsi con essa.

La pioggia nel pineto
Il poeta si trova, durante una giornata estiva, in compagnia di una donna chiamata Ermione. Tale nome, che richiama alla tradizione greca, aulico e musicale, potrebbe rappresentare uno pseudonimo scelto per rappresentare la Duse.
La lirica verte sulla descrizione di una pioggia estiva nella pineta, colta nei vari momenti e nella diversa orchestrazione dei suoni. Il poeta e la donna amata sorpresi dalla pioggia, si abbandonano con gioiosa voluttà alla sua freschezza, imbevendosi dello spirito stesso del bosco, fino a sentirsi come trasformati in piante e frutti, in elementi della natura vegetale (come vuole il mito prende luogo la metamorfosi di Ermione in corteccia arborea).
Il leitmotiv di questa composizione è da ricondursi al tema del panismo, la ricerca di un’intima fusione, di un rapporto simpatetico con gli elementi naturali, di un ritorno alle sorgenti primordiali della vita.
In questo senso il paesaggio toscano è per il poeta fonte di ispirazione: la vita attorno è in sintonia con l’uomo, che da essa coglie tutte le sensazioni percepibili, trasferendole da ultimo nella sua lirica.
Il nome Ermione riporta la mente all’epica classica, secondo la quale la fanciulla era una delle tante figlie di Priamo, inoltre si rivela una scelta particolare, dettata dall’effetto fonico che questo nome produce all’interno della lirica. La caratteristica più appariscente di questa poesia è proprio la musicalità del verso, ricercata attraverso l’uso di alcune figure retoriche. Per quanto riguarda lo stile verbale ricorre l’uso dell’imperativo di seconda persona: il rivolgersi ad un tu generico ci porta a credere che il poeta si rivolga ad Ermione, in questo caso da molti individuata nella figura della Duse.
La donna si trovava in una fase calante dal punto di vista professionale, il poeta, al contrario, era all’apice della sua gloria poetica.
D’Annunzio in questa lirica cerca di riprodurre il linguaggio segreto della natura: i suoi profumi, colori, suoni.
Parole nuove: che nulla hanno a che fare con il linguaggio umano;
Tamerici: cespugli di sottobosco, cariche di salsedine per la vicinanza al mare;
Mirti divini: pianta sacra a Venere;
Coccole: bacche profumate del ginepro;
Tutte le piante sono frutto di una particolare ricerca: ginepro, mirto, ginestra.
L’anima si rinnova, grazie anche all’effetto purificatore della pioggia che monda: la metamorfosi in elementi della natura sta prendendo inizio.
Taci, ascolta, odi: climax lessicale;
La pioggia suscita gioia;
Virente: quasi verde, segno che la metamorfosi si sta compiendo, fino a diventare un tutt’uno con l’essere umano;
La parola diventa musica, si palesa una fonica intrisa di allitterazioni (piove, pini…) e assonanze (salmastre, arse…).
Individuiamo alcuni enjambement, ad esempio foglie/lontane, e parallelismi: che oggi m’illude, che ieri t’illuse.

La sera fiesolana
In una sera estiva il poeta si trova con la donna amata (non si sa chi nel particolare) in territorio fiesolano, intento a contemplare il paesaggio collinare, tipico delle zone fiorentine.
Il poeta descrive le emozioni vissute in compagnia della donna sul far del crepuscolo, frutto di quel contatto panico con gli elementi vitalistici del paesaggio serale.
Si tratta di una poesia di forte impatto emotivo, il linguaggio è analogico e fortemente musicale. È evidente nel ritornello l’impronta delle Laudes Creaturarum, a cui D’Annunzio si rifà, particolarmente ispirato dal misticismo francescano, qui riproposto in un’intrecciata trama con il tema del panismo.
Assistiamo alla personificazione della sera, l’effetto contrario emerso nella Pioggia nel pineto.
Attraverso l’espediente della sinestesia il poeta lascia intendere al lettore di come le proprie parole debbano giungere fresche all’amata, così come le fresche e umidi foglie del gelso producono nella mano di chi le coglie più sensazioni (uditiva: fruscio, e tattile: umidità).
Le immagini si susseguono senza una logica interna: dai due amanti si passa al fruscio delle foglie del gelso colte dal contadino, alla scala che sotto la luce lunare provoca un particolare gioco d’ ombre (novelli rosei diti: boccioli).
Sotto la luce soffusa della luna i due consumano il loro momento d'amore.

I pastori
Si discosta leggermente dalle precedenti liriche in quanto il tema principale non è più quello del panismo d'annunziano, messo a punto attraverso l’ampio uso della sinestesia, bensì il motivo autobiografico e della transumanza.
D’Annunzio ricorda la terra natia, sullo sfondo di un paesaggio abruzzese.
Ripropone così un’usanza dei suoi pastori (aggettivo possessivo in senso affettivo), che a settembre, assieme alle greggi, lasciano i pascoli montani, verso gli stazzi di pianura.
Nel ricordare le esperienze della sua infanzia, alla mente del poeta si ripresentano lontane emozioni: l’uomo sembra riassaporare quel sapore d’acqua alpestre, una sorta di conforto per il suo cuore esule. Il mare splende verde come i pascoli sui monti (analogia cromatica), sembra quasi di sentire la voce di colui che per primo giunge al litoral costiero, con il suo tremolio d’onde (verso ripreso dal primo canto del purgatorio: “Conobbi il tremolar de la marina”). E sopraggiungono il rumore del calpestio sulla sabbia e dello sciacquio dell’onda, sensazioni rese attraverso l’uso di due onomatopee, figura retorica molto usata nella poesia di fine Ottocento.
La lirica si conclude con un richiamo nostalgico da parte del poeta a queste sensazioni, che vorrebbe ancora poter condividere con i suoi pastori.
La nostalgia (dal gr. nostos: ricordo; algos: dolore) assume connotazione negativa: è il dolore del ricordo.
Il tema è quello della transumanza, un evento ricorrente che in un certo senso rispecchia il ciclo della vita.
Nel testo sono inseriti alcuni termini ricercati e arcaismi: stazzi, vestigia da vestigium (traccia, orma) termine che allude all’ ereditarietà di questo lavoro.
Verga d’ avellano: bastone di nocciolo.

Tragedie
D’ Annunzio scriverà molte tragedie, alcune delle quali rappresentate tutt’ora nei teatri italiani.
Molte di queste furono composte affinché fosse la Duse ad interpretarle (è anche per merito di lei che comincerà ad essere conosciuto come tragediografo).
In diverse tragedie rintracciamo la componente superomistica, che vede l’individuo porsi sopra ogni cosa, al di là di ogni convenzione morale, per esercitare appieno la propria libertà. Emblema di questa ebbrezza dello spirito è la dimensione dionisiaca, che si contrappone allo spirito apollineo, razionale.
Ecco alcuni esempi di tragedie.

La fiaccola sotto il moggio
Il titolo è emblematico: il moggio è un recipiente in pietra graduato, utilizzato nell’ antichità per misurare il grano.
In quest’opera viene ripresa una scrittura dal vangelo di Matteo l’Evangelista: “Non mettete la fiaccola sotto il moggio”, al contrario bisogna lasciare che risplenda della propria luce sopra il candelabro. L’allusione è rivolta alle virtù umane, che non devono rimanere nascoste, ma manifestarsi come testimonianza di fede.
La tragedia è incentrata sulle vicende di casa Sangro, nobile famiglia abruzzese caduta in rovina, la quale si trova a vivere in un ambiente decadente, simbolo del degrado della stessa famiglia.
Un giorno la moglie viene scoperta morta in soffitta, dove si era recata alla ricerca di alcuni oggetti in un antico baule. L’idea che il baule le abbia giocato un colpo letale, intrappolando la vittima sotto il pesante coperchio, è la più accreditata tra i famigliari, anche se la figlia non condivide la stessa opinione. Ciò che la farà credere diversamente sarà il matrimonio tra il padre e la domestica Angizia, che si terrà di lì a qualche giorno.
La tragedia si articola su una fitta trama di passioni turbolente e tentativi violenti che porteranno la figlia Giliola a compiere un omicidio finale.
Verranno così a presentarsi dimensioni crudeli e selvagge, caratteristiche di una vita primordiale, di un mondo d’istinti sfrenati che portano l’uomo a non controllare le proprie azioni.

La figlia di Iorio
Si tratta della vicenda di un pastore, Aligi, il quale, nel giorno delle sue nozze, vede comparire presso casa sua una certa Mila, donna dalle arti malefiche, inseguita da alcuni contadini che la vogliono torturare. Immediatamente l’uomo rimane talmente ammaliato dalla sua bellezza da decidere di scappare con lei. Subentra così il padre dell’uomo, che, invaghitosi a sua volta della “strega”, tenta di violentarla. A questo punto Aligi, per proteggere Mila, arriva ad uccidere il padre, macchiandosi di patricidio e destinandosi al rogo. La ragazze accoglie su di sé ogni colpa e si sacrifica al posto suo.

Registrati via email