Gabriele D’Annunzio


(1863 - 1938)

•••• La vitalità
••• L’esteta
•• La sua vita è una delle sue opere più interessanti. Secondo l’estetismo, al quale aderiva, la vita doveva essere “un’opera d’arte”. Nasce a Pescara da una famiglia agiata borghese e studia nel folleggio Cicognini di Prato, una delle scuole più importanti d’Italia. A sedici anni scrive un libretto di versi, Primo vere, che ha grande successo anche tra letterati di fama. Dopo aver preso il diploma al liceo, a diciotto anni si trasferisce a Roma per frequentare l’università. Abbandona presto gli studi perché preferisce vivere tra salotti e redazioni giornalistiche. Diventa presto famoso grazie alla pubblicazione di opere scandalose a sfondo erotico e anche per via della sua vita altrettanto scandalosa per l’epoca. In questi anni D’Annunzio diventa esteta, individuo superiore, che rifiuta la mediocrità e si rifugia in un mondo di pura arte disprezzando la morale corrente.

••• Il superuomo
•• Nel 1890 questa fase dell’esteta entra in crisi e questo si sente anche in ciò che scrive D’Annunzio: cambia tematica e cerca nuove soluzioni, trovando la soluzione nel “superuomo”, ispirato dal filosofo Nietzsche. Il superuomo è un mito sia di bellezza sia di energia eroica, anche se all’azione vera preferisce la letteratura, ed è qui che resta confinato il suo superuomo.
•• D’Annunzio però vuole creare una vita eccezionale, un “vivere inimitabile”. Lui conduce una vita da principe rinascimentale nella sua villa, tra oggetti d’arte e cavalli di razza. Tutti lo ammiravano, anche per i suoi amori, tra cui il più importante quello con l’attrice Eleonora Duse.
•• Il disprezzo per la vita comune e la ricerca per la vita d’eccezione ricadeva sulle esigenze del mercato del tempo, cioè: mettendosi in evidenza, anche con gli scandali, l’autore voleva farsi pubblicità per aumentare le vendite delle sue opere. Gli editori lo pagavano tantissimo, anche se quel denaro non bastava per la sua vita lussuosissima. È paradossale: lui criticava il denaro e le esigenze economiche, ma la sua vita inimitabile era finalizzata proprio a queste cose. È lo scrittore contro il mondo borghese e che doveva rispondere alle sue leggi, lo scrittore che odiava la massa e che doveva servirsi di lei per vivere. Ma volendo elevarsi ancora, D’Annunzio non poteva più limitarsi alla letteratura e comincia a diventare attivo in politica.
••• La ricerca dell’azione: la politica e il teatro
•• Nel 1897 tenta di entrare al Parlamento come deputato di estrema destra coerente con ciò che scriveva nei suoi libri, pensieri antidemocratici e antiegualitari: vuole restaurare la grandezza di Roma e fare dell’Italia un impero, creando una nuova nobiltà che ripristini il valore della bellezza contaminato dalla borghesia. Nel 1900 passa a sinistra (“Vado verso la vita!”), dimostrando di essere irrazionale: è solo attratto dalle manifestazioni di forza e di energia vitale in quanto esteta.
•• Comincia a definirsi “vate”, cioè che sta al di sopra di tutti. Nel 1898 si rivolge anche al teatro, con un pubblico più numeroso dei lettori di libri, con La Città morta. Anche se i sogni eroici restano nella sua opera letteraria ancora a lungo, perché è immerso nel clima pacifico dell’età di Giolitti. Indebitato di molto, nel 1910 è costretto a fuggire dall’Italia e a rifugiarsi in Francia, adattandosi all’ambiente e scrivendo anche opere teatrali in francese, senza smettere mai di interrompere i legami con la “patria ingrata” che aveva rifiutato il suo figlio d’eccezione.
••• La guerra e l’avventura fiumana
•• L’occasione per la sua azione eroica la vede nella Prima guerra mondiale. Allo scoppio (1914), torna in Italia e si schiera tra gli interventisti ed è grazie a lui e alla sua propaganda che nel 1915 l’Italia entra in guerra. Si arruola come volontario all’età di 52 anni e attira l’attenzione con imprese clamorose. Combatte la guerra non nel fango delle trincee, ma nei cieli con la nuovissima arma, l’aereo. Dopo la guerra, D’Annunzio amplifica il rancore degli italiani con la “vittoria mutilata”: una marcia di volontari si installano su Fiume e qui instaura un dominio personale sfidando lo Stato italiano. Nel 1920 viene scacciato con le armi e si propone come “duce” di una “rivoluzione” per riportare ordine nel caos del dopoguerra, ma un più abile politico, Benito Mussolini, ha la meglio. Il fascismo lo esalta come padre della patria, ma nutre per lui un leggero sospetto, confinandolo in una villa che lui trasforma in un monumento a se stesso, il “Vittoriale degli Italiani”. Qui trascorre gli ultimi anni ossessionato dalla decadenza fisica, pubblicando alcune opere di memoria.
•• D’Annunzio ha influenzato moltissimo la letteratura, la politica e la cultura italiane. Alcuni slogan del fascismo, infatti, sono suoi (“Mare nostro”, “folle oceaniche”). Dà vita al fenomeno del dannunzianesimo e ispira la cultura “di massa” nascente. Influenza anche il cinema che ai suoi esordi nel 1910 è profondamente dannunziano (lo stesso scrittore partecipa al colossal Cabiria).

•••• L’estetismo e la sua crisi
••• L’esordio
•• D’Annunzio esordisce giovanissimo (16 anni) nella letteratura italiana, i cui autori principali del tempo erano Carducci e Verga, con Primo vere (1879) e Canto novo (1882), raccolte di poesie che riprendono la metrica barbara e il vitalismo “pagano” (tratto dalle cose sane e forti, dalla comunione con una natura solare e vitale) di Carducci e delle sue Odi barbare; in realtà, D’Annunzio porta al limite estremo la fusione tra “io” e “natura” che già preannuncia il futuro panismo (atteggiamento artistico o letterario, corrispondente a una accentuata partecipazione lirica dell'uomo alla vicenda della natura concepita paganamente o panteisticamente) superomistico. Non mancano però momenti di stanchezza che preannunciano la morte, e anche questo anticipa l’altra faccia del vitalismo sfrenato, che nasconde sempre in sé il fascino misterioso della morte. Ci sono anche spunti “sociali” puramente veristi, con la descrizione di personalità al limite del subumano.

•• La raccolta di novelle “Terra vergine” (corrispettivo in prosa del Canto novo) (1882) è ispirata alla Vita dei campi di Verga (anche D’Annunzio presenta figure e paesaggi della sua terra, l’Abruzzo, anche se sia la tecnica narrativa (assolutamente lontana dall’impersonalità, infatti è assente l’eclisse e l’immersione nella storia da parte del narratore), sia la rappresentazione della realtà rurale come luogo di istinti primordiali sono distanti dal Verismo. In più, è assente l’indagine fatta da Verga sui meccanismi della lotta per la vita che sono costretti a fare i poveri. Il mondo di Terra vergine è idilliaco e senza problemi: in questa natura rigogliosa esplodono passioni primordiali, come l’eros irrefrenabile e la violenza sanguinaria. Il compiacimento per la barbarie si esprime in una continua intromissione del narratore nella vicenda, all’opposto dell’impersonalità verista.
•• Molto simili sono anche le raccolte di novelle successive, Il libro delle vergini (1884) e San Pantalone (1886), poi riunite con alcune modifiche, nelle Novelle della Pescara (1902). Anche qui c’è l’interesse per un mondo magico, superstizioso e sanguinario. Le novelle di D’Annunzio solo esteriormente riprendono il regionalismo veristico (si ambientano le vicende nella regione abruzzese cara al poeta), ma la loro sostanza è distante dal verismo, fatto di interesse sociale e visione positivistica. Infatti, i suoi scritti si collegano alla matrice irrazionalistica del Decadentismo.
••• I versi degli anni Ottanta e l’estetismo
•• In tutte le sue poesie del 1880 si sente la tendenza estetizzante influenzata dai poeti decadenti francesi e inglesi, mentre è abbandonata la linea del vitalismo “pagano” del Canto novo. L’Intermezzo di rime (1883) confessa la stanchezza e la sazietà sessuale dell’uomo, Isaotta Guttadauro (1886) è un esercizio raffinato di recupero delle forme poetica del Quattrocento, la Chimera (1890) e l’Isotteo (rivisitazione della precedente Isaotta Guttadauro, sempre nel 1890) trattano una sensualità perversa e una femminilità distruttrice. Queste opere testimoniano la fase dell’estetismo dannunziano riassunto nella formula “il Verso è tutto”: l’arte per lui è il valore supremo che sta sopra a ogni altro tipo di valore, anche morale. È per questo che si ricercano artifici formali e infatti dà più importanza alla letteratura che alla vita reale. La poesia non nasce dall’esperienza vissuta, ma da altra letteratura.
•• Il personaggio dell’esteta si isola dalla realtà della società borghese in un mondo fatto di pura arte e bellezza, perché in quel periodo dell’Italia postunitaria lo sviluppo capitalistico emargina l’artista togliendogli la posizione privilegiata e di grande prestigio di cui aveva goduto nelle epoche passate, oppure lo costringe a sottostare alle esigenze di mercato: il dramma di altri intellettuali, dagli scapigliati a Verga. Ma D’Annunzio non si rassegna e vuole il successo, la fama e la vita di lusso aristocratico dei ceti privilegiati. Il personaggio dell’esteta nella sua letteratura è una forma di risarcimento immaginario da una condizione reale di degradazione dell’artista, ma D’Annunzio non si accontenta di sognare e vuole vivere quel personaggio anche nella realtà, ed è per questo che vuole scrivere libri di successo che rispondano bene alle leggi di mercato, così da avere il denaro necessario per vivere la vita da artista che gli spetta, anche se questo è paradossale.
••• Il Piacere e la crisi dell’estetismo
•• Verso il 1890 l’estetismo dannunziano entra in una profonda crisi proprio per via di questo paradosso di sottostare/non sottostare alle leggi di mercato, perché capisce che isolarsi mentre il mondo si evolve velocemente porta all’impotenza, cioè: l’esteta che si isola in un mondo di bellezza che diventa una menzogna non può opporsi davvero alla borghesia in ascesa, e questa crisi si legge nel suo romanzo Il piacere (1889), avente come protagonista un raffinato esteta cultore del bello, Andrea Sperelli (alter ego di D’Annunzio) che deve scontrarsi con una forte sconfitta esistenziale. Tutta l’opera si svolge nella mente del protagonista (come Questo fiume di parole) ed è infatti un romanzo psicologico con allusioni simboliche. Andrea è un giovane aristocratico, un artista proveniente da una famiglia di artisti e sarà proprio il “fare della propria vita un’opera d’arte” a distruggerlo e a privarlo di ogni energia morale e creativa.
•• La crisi è provata nel rapporto con la donne, perché l’uomo è diviso tra due immagini di donna: Elena Muti, donna fatale incarnante l’erotismo lussurioso, e Maria Ferres, donna pura e occasione di elevazione spirituale. In realtà l’esteta mente a se stesso: non esiste la figura della donna angelo, perché è solo un gioco erotico più sottile e distruttivo. Quando Andrea tradisce la sua menzogna con Maria, che è a sua volta una menzogna, resa solo con il suo vuoto e la sua sconfitta.
•• Quando si tratta di “sdoppiarsi” nei suoi scritti, D’Annunzio è molto critico con se stesso, anche se a volte si autocompiace del modo di fare dell’esteta, quindi Il piacere non rappresenta l’opera di definitivo distacco dalla figura dell’esteta.
•• Nella struttura ancora si sente la lezione del realismo ottocentesco e del Verismo, ma D’Annunzio, seguendo la moda naturalistica, vuole creare soprattutto un romanzo psicologico e più che l’esteriorità, conta l’interiorità del personaggio. Il piacere inaugura anche la costruzione al di sotto dei fatti concreti una sottile trama di allusioni simboliche.
••• La fase della “bontà”
•• Dopo Il piacere cerca di trovare soluzioni alternative e cura le sue relazioni sentimentali (“fase della bontà”, in cui lo scrittore crede che sia più importante la sua vita che la realtà dei testi), documentata poi dalla raccolta Poema paradisiaco (1893), in cui si vuole recuperare l’innocenza dell’infanzia e si vuole ritornare alle cose semplici e agli affetti familiari, anche se è presente un senso di morte e di irreparabile nostalgia data dal passato perduto (temi ripresi poi dai crepuscolari), e dai romanzi ispirati dalla narrativa russa Giovanni Episcopo (in cui l’influsso di Dostoievskij è evidente) (1891) e L’innocente (1892), in cui si esprime un’esigenza di rinascita e di purezza attraverso il recupero del legame di coppia e della vita a contatto con la campagna; si esplora anche una contorta psicologia omicida. La “bontà” però è solo una soluzione provvisoria: la crisi dell’estetismo sarà poi superata con la lettura del filosofo Nietzsche.

•••• I romanzi del superuomo
••• D’Annunzio e Nietzsche
•• La svolta vitalissima, eroica e aggressiva nel pensiero dannunziano si ha con la lettura di Nietzsche (1892). Rifiuta infatti il conformismo borghese e i principi egualitari che livellano le persone e le personalità. Esalta lo spirito dionisiaco, cioè un vitalismo pieno e libero dalla morale comune. Rifiuta l’etica della pietà, l’altruismo e ogni scoria del cristianesimo. Esalta la “volontà di potenza”, lo spirito della lotta, il mito del superuomo. Crede che l’etica borghese abbia contaminato il senso della bellezza, il gusto dell’azione eroica e del dominio proprie delle élites dominanti del passato. Vorrebbe quindi una nuova aristocrazia che tenga a bada gli esseri comuni. In questo modo la stirpe latina, con un progressivo raffinamento, arriverà a toccare la sua forma più compiuta. Per lui il superuomo si ritrova in pochi uomini eccezionali destinati a dominare le masse, mettendosi al di sopra di ogni legge morale. A livello politico, il D’Annunzio superuomo ha un ruolo di “vate”, che restituisce alla nazione la sua forza e la sua purezza distruggendo la mediocrità borghese, così da poter costruire un impero conquistatore di colonie.
••• Il superuomo e l’esteta
•• Come l’estetismo, anche il superomismo è la reazione dell’intellettuale a emarginarsi nella società moderna: l’esteta si isola con sdegno e superiorità dalla realtà, il superuomo la domina in nome della superiorità fondata sempre sul culto del bello. Quindi il superuomo ingloba in sé l’estetismo dandogli una diversa funzione. Solo attraverso il culto del bello si riesce a elevarsi a superuomo. Il superuomo è violento e raffinato (esteta) insieme e predomina sul mondo borghese. Infatti, il superuomo, come l’esteta, si emargina dalla realtà, ma diventa “vate”, cioè guida della realtà, assumendo una funzione politica. D’Annunzio sa infatti che la società borghese e capitalista declassa l’intellettuale, ma non riesce ad accettare questa sorte e cerca di sovvertire questa situazione. Siccome la società non lo fa, lui si autoincarica di farlo in autonomia, proclamandosi profeta al dominio delle nuove élites che spenga il liberalismo, la democrazia e l’egualitarismo. Mentre per l’esteta questo sogno di sovvertire l’ordine sociale era confinato nella letteratura, adesso per il superuomo diventa realtà e azione.
••• Il Trionfo della morte
•• Sono quattro i romanzi superomistici pubblicati tra il 1894 e il 1910: Trionfo della morte, Le vergini delle rocce, Il fuoco e Forse che sì forse che no. Questo superomismo è però tormentato e accompagnato da tensioni opposte, come la debolezza: i protagonisti sono quasi sempre deboli e sconfitti perché fatalmente attratti dalla decadenza e dalla morte, di solito rappresentate da figure femminili dal fascino oscuro e perverso. Questi romanzi dal punto di vista formale riprendono l’impostazione psicologica e simbolica già vista nel Piacere.
•• Il Trionfo della morte è il quarto romanzo di D’Annunzio e rappresenta ancora una fase di transizione da esteta a superuomo. L’eroe, Giorgio Aurispa, è ancora un esteta e ha una malattia interiore che lo svuota delle energie vitali. Giorgio va allora alla ricerca di un nuovo senso della vita verso la pienezza. D’Annunzio delinea la figura dell’intellettuale che deve essere libero dal vittimismo e dalla sconfitta. Ma appena rientra nella sua famiglia si acuisce la sua crisi. Non si trova più nel padre e cerca una nuova figura paterna in suo zio Demetrio morto suicida, quindi fa ricerche su di lui. Si ritira con Ippolita Sanzio, sua amata, in un villaggio dell’Abruzzo e qui scopre le tradizioni religiose e superstiziose malsane che lo disgustano. La soluzione la trova nel messaggio dionisiaco di Nietzsche, nell’immersione nella pienezza della vita. Ma la sua donna e le passioni di lussuria verso di lei lo trattengono ancora lontano da una vita piena di superuomo. In lui prevalgono le forze negative della “morte”, da qui il titolo. Al termine del romanzo si uccide trascinando con sé anche la sua “Nemica”. Il suicidio di Giorgio, alter ego delle negatività di D’Annunzio, lui si sente finalmente libero e purificato e pronto per affrontare un nuovo cammino verso il superomismo. Non più vittima tormentata, ma energico dominatore.
••• Le vergini delle rocce
•• Il Romanzo successivo infatti segna la vera svolta radicale dall’estetismo al superomismo. Il protagonista non è più debole e tormentato, ma un eroe forte e sicuro. Le vergini delle rocce è stato definito “il manifesto politico del Superuomo” e contiene le sue teorie aristocratiche, reazionarie, antidemocratiche, anti egualitarie e imperialistiche di D’Annunzio.
•• L’eroe è Claudio Cantelmo, disgustato dalla realtà borghese contemporanea e dal liberalismo, vuole diventare il futuro re di Roma che guiderà l’Italia, anche se nella sua fermezza è possibile cogliere una nota di segreta perplessità. Tutte le negatività proprie dell’esteta (decadenza, morte, esilio…) sono trasformate dal superuomo in elementi positivi che sfrutta per affermarsi come eroe. Essendo fortissimo, non teme più nulla: più ha negatività, più ha forza per andare avanti. A questo punto l’eroe cerca la donna solo per riprodursi e fare un altro superuomo. Ma la donna la ricerca tra la putredine, e sarà proprio questo il suo punto debole: la sua inalienabile attrazione per la putredine, cioè per la morte. Infatti il vitalismo sembra solo essere una maniera per esorcizzare il pensiero della morte e della decadenza, che continuano ad attrarre il protagonista che ne diventa vittima. È anche vero che questo doveva essere solo il primo romanzo verso il superomismo puro, ma il fatto che gli ultimi due romanzi annunciati non siano mai stati scritti è significativo.
••• Il Fuoco
•• Il Fuoco è il suo “manifesto artistico”: l’eroe Stelio Effrena medita una grande opera artistica che dovrà forgiare lo spirito nazionale della stirpe latina. Anche qui agiscono forze avverse personificate in una donna, Foscarina Perdita: D’Annunzio è attratto dal disfacimento e dalla morte. Anche qui il ciclo di romanzi è interrotto.
••• Forse che sì forse che no
•• Dopo dieci anni durante i quali scrive le Laudi e l’opera teatrale, torna a scrivere l’ultimo romanzo Forse che sì forse che no. Il protagonista Paolo Tarsis realizza la sua volontà eroica nel volo aereo (1910). D’Annunzio si offre come celebratore di un simbolo della realtà moderna, dinamica e aggressiva: la macchina. Qui la “Nemica” è sempre una donna sensuale e perversa, Isabella Inghirami. Quando Paolo sembra soccombere, riesce a trovare un’inaspettata via di liberazione: mentre cerca il suicidio sull’aereo, viene assalito dal desiderio della vita e approda sulle coste della Sardegna.
••• Le nuove forme narrative
•• I romanzi si allontanano sempre di più dal naturalismo del Piacere. Il Trionfo della morte è un romanzo psicologico e non poteva che essere altrimenti perché il protagonista è ancora un esteta inetto, non un forte e reazionario superuomo. Nello stesso romanzo anche il simbolismo è accentuatissimo. Le vergini delle rocce alternano parti oratorie a parti simboliste (con un simbolismo meno denso che nel romanzo precedente). Nel Fuoco si alternano lunghe discussioni del protagonisti circa la nuova arte con analisi psicologiche del rapporto con Foscarina (episodi anche qui densi di simboli). Forse che sì forse che no riprende canoni più vicini al romanzo con un intreccio drammatico fatto di forti conflitti, anche se è comunque fortissima la visione simbolica.

••• Le opere drammatiche (teatrali)
•• La concezione del superuomo è centrale anche nelle sue opere teatrali, con le quali D’Annunzio può mirare a un pubblico più vasto per la diffusione delle sue idee. Comincia la sua carriera tatrale con Città morta (1896). Rifiuta le forme borghesi e realistiche del teatro contemporaneo ed elabora un teatro di “poesia” che sublima la realtà moderna oppure trae spunto da argomenti della storia o del mito. Anche le sue opere teatrali devono essere dense di simboli. Riprende elementi del Medioevo e del Rinascimento, violenti e raffinati. Preferisce un linguaggio aulico, spesso in versi. Ci sono però anche drammi ambientati nel presente (Città morta, La gloria, La Gioconda, Più che l’amore), ma deve stare attento a creare climi “poetici” e antiborghesi. Ricorre costantemente la tematica superomistica. Alcuni drammi sono politici. Come nei romanzi anche qui il superuomo è sempre contrastato da forze di segno contrario e la donna è sempre la “Nemica” che ostacola la sua missione, oppure urta contro la realtà borghese. Si distingue però la “tragedia pastorale” La figlia di Iorio (1904) ambientata in un Abruzzo primitivo e mitico nel quale si scatenano le pulsioni irrazionali dell’eros e della violenza. Qui il linguaccia è popolare. L’intento non è certamente naturalistico, ma al contrario c’è il gusto decadente per il barbarico e il primitivo.

•••• Le Laudi
••• Il progetto
•• Con le “Laudi del cielo del male della terra e degli eroi” il vate vuole scrivere la sua intera visione del mondo in sette libri di liriche: Maia (1903), Elettra (1904), Alcyone (1904), Merope (1912) dedicato all’impresa di Libia e Asterope (postumo) dedicato alla Prima guerra mondiale. Gli ultimi due volumi delle Laudi non sono mai stati scritti. I titoli vengono dal nome delle Pleiadi.
••• Maia
•• Il primo volume è Maia (1903), non è una raccolta di poesie quanto un lungo poema (8000 versi) intriso dello slancio vitalistico, dal desiderio di sperimentare ogni aspetto della realtà, anche quella moderna e industriale, celebrata nella sezione delle “città terribili”. È scritto abbandonando la metrica barbara preferendo il verso libero. C’è totale libertà sia come lunghezza del verso sia come schema delle rime. Il protagonista fa un viaggio in Grecia come immersione in un passato mitico alla ricerca di un vivere all’insegna della forza. Dopo questo viaggio il protagonista rientra nella realtà delle “città terribili”. Si costruisce il futuro partendo dal passato. Tutti i “mostri” presenti diventano luminose entità mitiche. A questo punto inneggia tutto ciò che prima criticava, come il capitale, i capi, le macchine e le masse operaie, perché nascondono una grande energia e possono essere indirizzati a fini eroici e sono dolci strumenti nelle mani del superuomo.
••• Una svolta radicale
•• Dal punto di vista formale si abbandona la metrica “barbara” carducciana preferendo il verso libero, che sarà poi caratterizzante anche delle Laudi successive. Si cerca di trovare il ruolo dell’intellettuale nella società borghese. Prima l’uomo si isola da esteta, poi interviene attivamente da superuomo nella realtà. Cerca di restaurare il passato cancellando il presente. Con Maya si ha una grande svolta: scopre la bellezza che sta nel male del presente perché trova la maniera di trasformare l’orrido (per esempio delle macchine, delle masse, del capitalismo) in sublime. Ma dietro al superuomo c’è sempre la malsana attrazione per la morte. Infatti dietro la bellezza della realtà si nasconde la paura del letterato che in una società borghese tende a scomparire. Infatti il poeta può parlare di modernità solo mitizzandola. Invece di rassegnarsi alla marginalità del ruolo di letterato affidata dalla società, lui la canta e narra le sue bellezze. In pratica il poeta moderno deve fare i conti con la modernità e trovare il suo ruolo e trova questo compromesso.
•• All’inizio pare che D’Annunzio sia il propagatore di miti oscurantisti e reazionari. Oggi quest’arte gonfia e piena di retorica è improponibile, soprattutto perché falsa. Il D’Annunzio vero è quello “decadente”, quello ambiguo, quello confuso, tormentato, esploratore della psiche dove risiedono gli impulsi più oscuri, quello che vede la bellezza nel passato ormai mitizzato e irraggiungibile.
••• Elettra
•• Elettra (1904) è uno scritto di retorica politica che rievoca il glorioso passato italiano indicandolo come modello per costruire il futuro e riprogettare il passato. Si esalta la romanità in chiave eroica.
••• Alcyone
•• Alcyone (1904) è il terzo volume che tratta il tema lirico della fusione panica (da panismo, cioè sentirsi parte stessa della natura: “e immersi noi siam nello spirto silvestre, d’arborea vita viventi”) e “dionisiaca” (l’azione energica, un atteggiamento di evasione e contemplazione) con la natura: è tra le principali manifestazioni della poetica simbolista-decadente in Italia per il suo linguaggio musicale e analogico: è vista come una poesia “pura”, purificata dall’ideologia superomistica, dalla retorica e dall’artificio: c’è solo la simbiosi poeta-natura. In realtà la fusione panica è una manifestazione del superomismo: solo il superuomo può entrare in contatto così profondamente con la natura. Solo la parola magica del poeta-superuomo può esprimere l’armonia segreta della natura. Anche se in alcune parti si esalta la violenta vitalità dionisiaca già largamente utilizzata nella sua intera opera: immagina il futuro di rinascita dell’impero imperiale etc. Tutta la poetica dell’Alcyone è intensa e suggestiva

••• Il periodo “notturno”
•• L’ultima fase della sua produzione è definita “notturna” dal titolo dell’opera più significativa, Notturno (1921). D’Annunzio abbandona le architetture romanzesche e si avvicina alla prosa lirica, frammentaria, di argomento autobiografico e dal registro stilistico più misurato. Il pensiero della morte qui è affrontato direttamente. I testi hanno nuova materia da mostrare, come i ricordi d’infanzia, le sensazioni fuggevoli, le confessioni soggettive…
È un periodo di “ombra” rispetto alla solarità del suo superomismo. Sembra quasi che sia una specie di impressionismo artistico. Non si vuole dare l’immagine, ma solo la sensazione proveniente da quell’immagine. Non ci sono testi, ma frammenti. In questo periodo deve stare immobile per via di un problema alla retina provocato da un volo in aereo. Essendo provvisoriamente cieco, tutta la sensibilità deve concentrarsi sugli altri sensi. Il periodo “notturno” di D’Annunzio in letteratura è esattamente l’impressionismo in arte: annotazione casuale, abbandono ai liberi movimenti della mente, frasi senza verbi, brevi. Lette oggi queste opere hanno ancora notevoli scorie del suo superomismo, narcisismo, autocelebrazione, retorica.

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