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GABRIELE D'ANNUNZIO
Gabriele D'Annunzio attraversò oltre un cinquantennio di cultura italiana, influenzandola profondamente con una produzione letteraria abbondante e attinente ai generi più disparati. Un influsso altrettanto significativo esercitò sulla politica, orientando l'opinione pubblica su posizioni interventiste allo scoppio del primo conflitto mondiale ed elaborando ideologie che il fascismo fece proprie. La sua personalità eccezionale, caratterizzata da atteggiamenti esibizionistici, volutamente scandalosi e sprezzanti verso la "massa", colpì inoltre l'attenzione dei contemporanei tanto da alimentare un vero e proprio fenomeno di costume (il cosiddetto "dannunzianesimo").
D'Annunzio esordisce giovanissimo sulla scena letteraria con raccolte di liriche che riprendono la metrica barbara e il vitalismo "pagano" di Carducci. La raccolta di novelle Terra Vergine (1882) è invece ispirata alla Vita dei campi di Verga, ma sia la tecnica narrativa, tutt'altro che impersonale, sia la rappresentazione della realtà rurale come luogo degli istinti primordiali appaiono lontanissime dal Verismo.

Le liriche dannunziane degli anni ottanta mostrano una tendenza estetizzante nella quale si coglie l'influsso dei poeti decadenti francesi e inglesi. In questa fase il poeta concepisce l'arte come valore supremo cui devono essere subordinati tutti gli altri valori, ivi compresi quelli morali. Questa concezione si traduce nella ricerca di squisiti artifici formali e nella preferenza accordata alla letteratura, piuttosto che alla vita reale, come fonte d'ispirazione. L'estetismo dannunziano entra in crisi verso la fine degli anni Ottanta, quando lo scrittore avverte che l'isolamento dell'artista in un mondo in rapida evoluzione finisce per diventare impotenza. Tale crisi si riflette nel romanzo Il piacere (1889), il cui protagonista, raffinato cultore del bello, va incontro ad una dura sconfitta esistenziale. L'opera si concentra sui processi interiori del protagonista, configurandosi come romanzo psicologico, ed è percorsa da una sottile trama di allusioni simboliche, secondo una tendenza che si consoliderà nella successiva produzione. Al piacere succede una fase di stanchezza e di ripiegamento su sentimenti e affetti intimi ( fase della bontà), documentata dalla raccolta di liriche Poema paradisiaco (1893) e dai romanzi ispirati alla narrativa russa Giovanni Episcopo e L'innocente.
La lettura di Nietzsche imprime una svolta in senso vitalistico, eroico e aggressivo al pensiero dannunziano. Il motivo del superuomo è, infatti, interpretato dallo scrittore nel senso del diritto di pochi esseri eccezionali a dominare le masse, ponendosi al di sopra di ogni legge morale.
A livello politico, l'artista-superuomo assume la funzione di "vate", attribuendosi il compito di strappare la Nazione alla sua mediocrità e di avviarla verso un futuro imperialista e colonialista. Come nel caso dell'estetismo, anche il superomismo rappresenta una reazione all'emarginazione dell'intellettuale nella società moderna: se l'esteta si isola sdegnosamente dalla realtà, il superuomo cerca di dominarla in nome di una superiorità fondata comunque sul culto del bello.
Il superomismo caratterizza i quattro romanzi pubblicati fra il 1894 e il 1910: Trionfo della morte, Le vergine delle rocce, Il fuoco e Forse che sì forse che no. Si tratta però di un superomismo problematico, accompagnato da tensioni di senso opposto: nonostante le velleità attivistiche, i protagonisti restano infatti quasi sempre deboli e sconfitti perché fatalmente attratti dalla decadenza e dalla morte, rappresentate da figure femminili dal fascino oscuro e perverso. Dal punto di vista formale, questi romanzi confermano e potenziano l'impostazione psicologica e simbolica già emersa nel Piacere.
La concezione superomistica ha un peso determinante nell'approdo di D'Annunzio al teatro (1896), che offre al poeta-vate un efficace strumento di diffusione di idee presso un vasto pubblico. Rifiutando le forme borghesi e realistiche del dramma contemporaneo, lo scrittore elabora un teatro di "poesia", che trasfigura e sublima la realtà moderna oppure trae spunto da argomenti della storia o del mito classico.
D'Annunzio progetta di affidare la summa della sua visione a sette libri di liriche dal titolo le Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi. Il primo volume, Maia (1903), è un lungo poema pervaso dallo slancio vitalistico, dal desiderio di sperimentare ogni aspetto della realtà, ivi compresa quella moderna e industriale, celebrata e trasfigurata nella sezione delle "città terribili". Dal punto di vista formale, il poema presenta un tono enfatico e segna l'abbandono alla matrica "barbara" a favore del verso libero, adottato anche nelle Laudi successive. La retorica politica caratterizza il secondo volume, Elettra (1904), che rievoca il glorioso passato italiano, indicandolo come modello su cui costruire il presente e il futuro. Nel terzo libro, Alcyone (1904), al discorso ideologico si sostituisce il tema lirico della fusione panica e dionisiaca con la natura. Per il su linguaggio musicale e analogico, l'opera può essere considerata fra le principali manifestazioni della poetica simbolista-decadente in Italia. I libri successivi, Merope (1912) e Asterope (postumo) sono dedicati rispettivamente all'impresa di Libia e alla Prima guerra mondiale. Gli ultimi due volumi delle Laudi non furono mai scritti.
Nell'ultima fase dell sua produzione, definita comunemente "notturna" dal titolo dell'opera più significativa, Notturno(1916), D'Annunzio abbandona le ampie architetture romanzesche e si avvicina alla prosa lirica, frammentaria, di argomento autobiografico e dal registro linguistico più misurato.

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