Gabriele d'Annunzio

La vita di D’Annunzio è un’opera d’arte poiché questo è un principio dell’estetismo. Egli nasce a Pescara da una famiglia borghese, studiò in una delle scuole più aristocratiche dell’Italia, il collegio Cicognini, e esordì con un libretto di versi, Primo vere, a sedici anni. Lasciò gli studi per vivere tra i salotti mondani, e acquistò notorietà non solo per le sue opere, anche per il suo stile di vita tra il lusso. Quando D’Annunzio attraversa una crisi della fase estetizzante cerca nuove soluzioni nel mito supero mistico del filosofo Nietzsche, un mito di energia eroica e attivistica. Egli conduceva una vita inimitabile, da principe, questo creava intorno a lui un alone di mistero come anche i suoi amori, specialmente quello con Eleonora Duse. Disprezzava la vita comune, ma nonostante era ostile alla borghesia e alle masse, dipendeva dal sistema economico, per cui era costretto a lusingare le masse per esigenze di mercato. In seguito tentò l’avventura parlamentare, come deputato dell’estrema destra, poi di sinistra, poiché egli voleva far prevalere di sé l’immagine di un irrazionale. Per il teatro scrisse la Città morta ma non ebbe tanto successo quanto con la letteratura, a causa dei creditori inferociti fu costretto a rifugiarsi in Francia. L’occasione attesa per l’azione eroica gli fu offerta dalla Prima guerra mondiale, in cui era propenso all’interventismo italiano, si arruolò anche se non combatté come le masse nelle trincee, ma nei cieli attraverso l’aereo. Nel dopoguerra egli si fece interprete dei rancori per la vittoria mutilata capeggiando una marcia su Fiume, sfidando lo stato italiano ma fu sconfitto, per cui si propose come un reazionario ma in questo venne superato da un abile politico, Mussolini.

I ROMANZI DEL SUPERUOMO
D’ANNUNZIO E NIETZSCHE
D’Annunzio coglie alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche come il rifiuto della borghesia, dei principi egualitari che livellano la personalità, l’esaltazione dello spirito dionisiaco, cioè di un vitalismo che conduce poi al mito del superuomo. Dunque egli è antiborghese, reazionario, imperialistico, poiché i borghesi contaminano il senso della bellezza e dell’azione, per cui egli desidera una nuova aristocrazia che tenga testa alle masse. Il mito del superuomo dunque è un diritto di pochi esseri eccezionali che riescono ad affermare sé stessi.

IL SUPERUOMO E L’ESTETA
Il nuovo personaggio creato da D’Annunzio non nega la precedente figura dell’esteta ma le conferisce semplicemente una nuova funzione che cerca di dominare la realtà. L’intellettuale ha una missione politica, quella di reagire alla società capitalista moderna, e a differenza dell’esteta non è in opposizione alla realtà dominante, ma offre soluzioni imperialiste, non accetta la sorte comune ma vuole rovesciarla, come un profeta che deve aprire la strada al dominio delle nuove élite.

IL TRIONFO DELLA MORTE
L’eroe, Giorgio Aurispa, è travagliato da una malattia interiore, per cui egli va alla ricerca di un nuovo senso della vita. La sua crisi viene alimentata dal suo rientro in famiglia e dal conflitto con il padre, descritto come una figura ripugnante, e ricerca la figura paterna nello zio Demetrio, morto suicida. Egli vuole ricercare un nuovo senso della vita con la donna amata Ippolita Sanzio e scopre i suoi antichi costumi, però ne rimane disgustato soprattutto dopo aver assistito agli orrori del pellegrinaggio degli ammalati al santuario di Casalbordino, inoltre la lussuria consuma tutte le sue forze, così si suicida, e quest’atto è definito come un sacrificio rituale che lo libera dalle problematiche negative.

LE VERGINI DELLE ROCCE
Qui D’Annunzio non vuole più proporre un personaggio debole, ma forte e sicuro di sé, per questo è stato definito il manifesto politico del Superuomo. L’eroe è Claudio Cantelmo, un antiborghese che vuole essere il futuro re di Roma che guiderà l’Italia a destini imperiali, però l’ambiguità e la decadenza sono tematiche che ancora non abbandonano il protagonista però in questo caso esse sono uno stimolo alla vita. In questo scenario di decadenza l’eroe deve scegliere la sua compagna fra le tre figlie del principe Montaga, ma anche questa scelta è ambigua perché non riesce a scegliere tra le tre principesse e il romanzo si chiude sulla sua perplessità, in realtà egli sceglie Anatolia, che ha la forza interiore di una regina, ma ella non può seguire l’eroe nel suo cammino per il suo triste destino, per cui si indirizza verso Violante, la donna fatale. Nonostante l’eroismo dei protagonisti dannunziani essi sono sempre deboli e sconfitti dall’attrazione della morte. Le Vergini delle rocce doveva essere il primo romanzo del ciclo del giglio e nei successivi l’eroe avrebbe dovuto raggiungere i suoi scopi ma non sono stati scritti.

IL FUOCO
L’eroe Stelio Effrena (il nome rimanda all’immagine delle stelle e all’energia senza freni) medita una grande opera artistica fusione di poesia, musica, danza, però come sempre è contrastato da una donna Foscarina Perdita (il nome allude alla perdizione). Anche lo scenario, la decrepita Venezia, contribuisce all’immagine della morte. Il romanzo si chiude con il sacrificio di Foscarina che lascia libero il protagonista, ma manca la conclusione perché anche qui il ciclo del melograno non fu completato.

FORSE CHE SI FORSE CHE NO
Il protagonista, Paolo Tarsis, realizza la sua volontà nel volo aereo, per cui qui D’Annunzio celebra la macchina, simbolo della realtà moderna. Nuovamente si oppone una donna perversa, Isabella Inghirami, ma qui l’eroe trova la sua strada, mentre cerca la morte sicuro di precipitare con l’aereo in mare, desidera nuovamente vivere e approda sulle coste della Sardegna.

LE NUOVE FORME NARRATIVE
Il Trionfo della morte è un romanzo psicologico, poiché nella sua debolezza psicologica l’eroe rifiuta la realtà richiudendosi nel suo io, per cui la vicenda si svolge nella sua mente, quindi il romanzo soggettivo nasce dalla scelta di usare come protagonista un inetto a vivere. Qui la trama è simbolica, si apre e chiude con un suicidio, la bocca di Ippolita è paragonata a un fiore che assilla l’eroe, il quale è ossessionato dalla paura della morte, infatti più volte viene turbato nel vedere un bambino morto annegato e un altro vittima di streghe. Nelle Vergini delle rocce invece prevale un clima mitico, la fontana inaridita che rivive all’arrivo di Cantelmo, l’orrido paesaggio di rocce, la scelta tra le principesse. Nel Fuoco troviamo analisi psicologiche del tormentato rapporto con Foscarina, e simbologie come la visita alle ville in sfacelo lungo le rive del Brenta che sembra essere una discesa agli Inferi. Infine in Forse che si forse che no la dimensione è simbolica, il paesaggio infernale che circonda la città di Volterra e il tema del volo.

IL PROGRAMMA POLITICO DEL SUPERUOMO
I passi riportati appartengono alla prima parte del romanzo, dove Claudio Cantelmo fa riflessioni sulla società contemporanea e il ruolo dell’intellettuale e degli aristocratici. Critica la società contemporanea in quanto ha stabilito principi egualitari che livellano la personalità, e abbassano l’aristocrazia allo stesso livello della plebe. Durante la presa di Roma, una sera al tramonto Cantelmo immagina la figura di un sovrano che porti l’Italia a destini imperiali, e per questo cerca una donna che generi da lui il superuomo, perché egli vede le nuvole arrossate, il fuoco, come simbolo per un’azione eroica. Il protagonista afferma di essere d’accordo con Dante in quanto egli credeva nella gerarchia e nella nobiltà ereditata (anche se in realtà Dante sostiene che per essere nobile conti anche la nobiltà d’animo). Per quanto riguarda l’intellettuale Cantelmo crede che l’unico suo compito sia la Bellezza, che sta venendo distrutta dalle masse. L’intellettuale ha un dono, la parola, che è più micidiale di un’esplosione, e può essere un’arma contro la borghesia.. Per quanto riguarda l’aristocrazia infine doveva affermarsi sulla massa con la forza che è la prima legge della natura, infatti ritiene naturale che se gli uomini fossero stati distrutti e poi rinati essi si batterebbero tra loro per affermarsi l’uno sull’altro. Gli aristocratici hanno il compito di formare un’oligarchia poiché le plebi saranno per sempre schiave. Infine Cantelmo tratta del dopo ’70 in cui a Roma venivano distrutte le antiche ville nobiliari per far spazio a ministeri e uffici, ad abitazioni per impiegati e funzionari, tutto frutto del progresso, e dell’aumento di profitto che egli non condivide.

ANALISI DEL TESTO
Il narratore è in prima persona, Claudio Cantelmo, anche se non si può definire propriamente narratore poiché non ha un tono narratorio ma oratorio, infatti egli si dimostra come un profeta che vuole cambiare la realtà proponendo un programma politico. Egli è un esteta poiché segue il culto della bellezza ma anche un uomo d’azione poiché l’artista deve essere attivo e non rifiutare passivamente la realtà. Inizialmente troviamo una polemica contro la società con un forte sarcasmo, ossessionata dal profitto e perciò profana anche il carattere sacro di Roma. Il suo piano politico comprende una gerarchia, con il privilegio di pochi eletti. Per l’intellettuale la parola è un’arma da usare contro la società borghese che mira a distruggere la bellezza, dato che però queste aspirazioni sono lontane egli si propone tre compiti: portare alla perfezione i caratteri della stirpe latina, incarnare la sua visione del mondo in un’opera d’arte, trasmettere le ricchezze ideali della stirpe in un figlio. Cantelmo aveva questa visione spiccatamente autoritaria anche perché si trovava in un’Italia che nonostante fosse arretrata si spingeva al colonialismo, e inoltre esplodevano forti conflitti sociali repressi con violenza dal governo.

L’ESTETISMO E LA SUA CRISI
D’Annunzio esordì seguendo la scia di Carducci e Verga. Le sue prime raccolte di novelle furono Primo vere e Canto novo che si rifanno alle Odi barbare di Carducci. Per quanto riguarda Canto novo, riprende da Carducci la metrica barbara, il senso pagano delle cose forti, la comunione dell’io-natura anche se questi temi da D’Annunzio sono amplificati, toccano i vertici di una completa fusione tra io e natura, coincidendo con il panismo, inoltre non manca il tema della morte. Mentre la prima opera narrativa è Terra vergine che si rifà a Vita dei campi di Verga, poiché anche D’Annunzio presenta figure e paesaggi della sua terra, l’Abruzzo, ma al contrario di Verga egli non tratta dell’ambiente delle basse sfere, della lotta per la vita, e non utilizza la tecnica della regressione, anzi il mondo della Terra vergine è idillico, ci sono temi come l’erotismo e la violenza, e inoltre utilizza l’intromissione del narratore. Le raccolte successive di novelle sono Il libro delle vergini e San Pantaleone che saranno poi riunite nelle Novelle della Pescara, rivelano un ambiente magico e superstizioso e si collegano alla matrice decadente,
come anche i versi degli anni Ottanta in cui il vitalismo pagano scompare. In questi versi troviamo L’Intermezzo di rime, sulla confessione della stanchezza sensuale, Isaotta Guttadauro, raffinato ed intento a recuperare forme poetiche quattrocentesche (successiva pubblicazione prende il nome di Isotteo), e la Chimera, tematica della sensualità perversa che prevede una donna fatale. Queste opere poetiche sono frutto della fase dell’estetismo dannunziano, che si esprime nella formula “Il verso è tutto”, l’arte è il valore supremo e la vita stessa è un’opera d’arte, la poesia è figlia di altra letteratura dunque i versi dannunziani sono fitti di echi letterari. Il personaggio dell’esteta che si allontana inorridito dalle masse e dal nuovo capitalista borghese nasce come risposta alla nuova società che porta all’emarginazione dell’artista. Per D’Annunzio l’intellettuale è colui che non si accontenta di rifugiarsi nella letteratura bensì vuole avere successo anche per la sua misteriosa vita.
Arriva però la crisi dell’estetismo dannunziano poiché egli crede che l’esteta è debole, non ha la forza di reagire realmente alla borghesia capitalista, con il suo isolamento diviene impotente, e questa sua crisi è meglio espressa ne Il Piacere in cui l’esteta protagonista, Andrea Sperelli, esprime la sua insoddisfazione, egli è un giovane aristocratico, artista proveniente da una famiglia di artisti per lui l’estetismo è una forza distruttiva che lo divora e inoltre la sua crisi è alimentata dalla presenza di due donne, Elena Muti la donna fatale, e Maria Ferres la donna pura, Andrea viene tradito dalle sue stesse menzogne e rifiutato dalle due donne, per cui rimane solo. L’autore critica le azioni di Andrea, il debole esteta, ma allo stesso tempo ne è affascinato dal suo gusto raffinato e per cui ha un atteggiamento ambiguo. Il suo intento era creare un romanzo psicologico che si basasse sul mondo interno del personaggio, complesso e tortuoso, un romanzo caratterizzato da residui realistici e da alcuni simbolismi.
Successivamente D’Annunzio attraversa una fase, detta della “bontà”, per le sue intenzioni. Riprende il romanzo russo specialmente quello di Dostoevskij, come nelle sue opere Giovanni Episcopo, storia di un umiliato e offeso che, degradato, arriva all’omicidio, oppure L’Innocente che vuole rigenerarsi, vuole essere puro e quindi recupera il legame coniugale e entra in contatto con la campagna, ma si esplora anche una psicologia omicida. La fase della bontà comprende anche la raccolta poetica del Poema paradisiaco percorsa da un desiderio di recuperare l’innocenza dell’infanzia e gli affetti familiari.


UN RITRATTO ALLO SPECCHIO: ANDREA SPERELLI ED ELENA MUTI – lettura
Il passo è tratto da “Il piacere”, dal II capitolo del III libro, qui Elena Muti, la donna amata di Andrea Sperelli, improvvisamente tronca la loro relazione e scompare, quando ritorna Andrea capisce che Elena l’aveva abbandonato per evitare il disastro economico della sua famiglia, sposando un ricco inglese Lord Heathfield, un individuo ripugnante. Per questo motivo Andrea è deluso ma non solo, è disgustato da come il loro amore è stato interrotto da un affare economiche, e traccia un crudele ritratto di Elena, ma allo stesso tempo, come uno specchio, traccia il suo stesso ritratto, poiché anche lui inganna. Qui, D’Annunzio non lascia completamente la parola ad Andrea, ma introduce i suoi pensieri per prendere le distanze dal personaggio, con una visione dunque critica verso il suo eroe, ma allo stesso tempo anche Andrea è critico verso se stesso, questo perché attraversa una crisi dell’estetismo, mentre nei primi due libri del romanzo l’eroe trasforma ogni esperienza materiale in un’esperienza estetica dedita al bello e al piacere, ora egli mette in dubbio l’estetismo, che non è altro che una menzogna.


LE LAUDI
Il progetto inizialmente era composto di sette Laudi del cielo del mare e degli eroi, ma in realtà ne sono state scritte cinque: Maia, Elettra, Alcyone, Merope e Asterope.
• Per quanto riguarda il primo libro, Maia, di circa ottomila versi, non viene più seguito uno schema metrico bensì il verso libero, senza schema fisso, inoltre il carme è profetico e vitalistico, spinge l’uomo all’attivismo, a una vita dionisiaca, raccogliendo tutte le forme della vita e del mondo secondo la sua ambizione panica. Il poema è la trasfigurazione mitica di un viaggio reale dell’autore in Grecia. Il viaggio nell’Ellade è l’immersione in un passato mitico, sublime che può riscattare dallo squallore le terribili città moderne, i cui “mostri” divengono luminose entità mitiche, così il poeta arriva ad esaltare, inneggiare aspetti industriali come il capitale, le macchine ecc. che possono essere indirizzare a fini eroici.
Con Maia si ha una svolta poiché l’intellettuale non deve fuggire dalla realtà bensì riscopre una segreta bellezza in quest’ultima e tende ad esaltarne alcuni aspetti anche se si intravede comunque la paura e l’orrore del letterato umanista che viene emarginato. L’originalità di D’Annunzio consiste nel fatto che egli non si chiude nel suo mondo letterario a contemplare la propria impotenza bensì si rifugia in un sogno di onnipotenza, non fugge da ciò che lo aggredisce ma esalta e canta la realtà che lo minaccia, per esorcizzare la paura. Così facendo però l’autore assume la figura del propagatore di miti oscurantisti come il disprezzo per i deboli e oggi queste sue opere appaiono insopportabili poiché sono false, il D’Annunzio autentico è quello decadente che parla dell’ambiguità, del tormento interiore.
• Il secondo libro è Elettra, anche qui come in Maia vi è un polo positivo rappresentato dal passato e da un futuro di gloria e bellezza, e uno negativo, il presente da riscattare. Una parte del libro è caratterizzata dalle liriche sulle Città del silenzio, le antiche città italiane che hanno il ricordo di un passato di grandezza guerriera. Dunque vi è una rievocazione del glorioso passato italiano, Medio Evo e Rinascimento.
• In Alcyone il tema non è celebrativo, profetico bensì lirico della fusione io-natura, questo terzo libro è come il diario ideale di una vacanza estiva, in cui le liriche si organizzano seguendo le stagioni, e la stagione estiva è vista come la più adatta a consentire la pienatezza vitalistica. La critica l’ha definita una poesia pura, senza intenti finalistici, senza l’ideologia superomistica, ma in realtà essa è presente, in quanto l’esperienza panica cantata dal poeta è una manifestazione del superuomo poiché solo pochi eletti possono essere a contatto con la natura, e inoltre non manca neanche l’esaltazione di una violenta vitalità dionisiaca.


LA SERA FIESOLANA – testo
Appartiene all’Alcyone, composta di tre lunghe strofe di 14 versi che si susseguono senza uno schema fisso, e sono inframmezzate da “riprese” di tre versi. Ogni strofa può essere considerata quasi una lirica a sé, infatti D’Annunzio per la prima pubblicazione attribuì a ognuna un titolo particolare. La prima: la natività della luna ha come immagine principale la teofania, cioè un’apparizione della divinità. Infatti si parla qui del sorgere della luna, che è sempre stata vista come una divinità, e il suo sorgere è accompagnato dalle parole del poeta che risuonano <<fresche>> nel silenzio della sera. Non viene descritto il sorgere effettivo della luna, ma il momento che lo precede, in cui la luna già distende un velo luminoso sulla campagna che viene immersa nel gelo. Quindi si ha una sinestesia, un miscuglio di sensazioni, visiva (il velo) e tattile (il gelo), come all’inizio, uditiva (parole fresche e il fruscio delle foglie) e tattile (freschezza). Al gelo si associa anche l’idea di liquidità, poiché la campagna per trovare pace beve e si immerge in questo gelo. La sera viene anche personificata dalle tre riprese: <<viso di perla>>, <<per le tue vesti aulenti>> <<per la tua pura morte>>. Nella seconda strofa prevale la partitura musicale, la parola tende a divenire suono, a dissolversi in musica e vi è nuovamente un riferimento all’acqua, la pioggia tiepida di giugno. La strofa si chiude con un’immagine religiosa, quella degli olivi, francescanamente chiamati <<fratelli>>, e che per tradizione sono sempre stati considerati simbolo di umile santità. Nella terza strofa il nucleo centrale è il profumo della sera, quindi vi è una sensualità panica, e vi è il motivo amoroso, anche le colline sembrano labbra chiuse da un divieto ma ansiose di rivelare il loro segreto.

LA PIOGGIA NEL PINETO – testo
Appartiene all’Alcyone, comporta di quattro strofe di 32 versi liberi con rime irregolari. Questa poesia è un esempio del virtuosismo musicale di D’Annunzio. Egli inizialmente invita a tacere la donna che è con lui sulle soglie del pineto, la chiama Ermione, figura mitologica figlia di Elena e Menelao. La invita a tacere per ascoltare l’orchestra musicale composta dalla pioggia che cade sulle foglie, più o meno rade, sui pini, sui mirti, il canto delle cicale che si attenua per dar spazio a quello delle rane. Al centro del discorso si pone il tema panico, l’identificazione tra uomo e natura, infatti Ermione a un certo punto viene descritta dal viso molle di pioggia, ossia bagnato dalla pioggia come fosse una foglia, ella è terrestre, ossia è scaturita dalla terra come la vegetazione, e sembra di essere uscita da una corteccia di un albero, la vegetazione fitta si intreccia con le caviglia e le ginocchia dei due, quasi come fossero una sola cosa. La metrica è libera, ci sono una varietà di versi, anche composti da una sola parola, lo schema delle rime è libero anch’esso.

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