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Gabriele D’Annunzio - itinerario artistico

La produzione giovanile

Nella sua prima produzione sembra rifarsi a due illustri modelli che concludono l’Ottocento: Carducci e Verga. Carducci fa sentire il suo influsso nelle raccolte poetiche PRIMO VERE e CANTO NOVO; Verga, nella raccolta di novelle pubblicate con il titolo Novelle della Pescara.

A soli 16 anni ( quando scrive la prima raccolta), D’Annunzio dimostra di avere grande abilità nel gestire la propria immagine, infatti subito dopo l’uscita della raccolta, fa diffondere la notizia della propria morte in seguito ad una caduta da cavallo. Il falso scoop innesca un meccanismo di attenzione per l’opera da parte di critici autorevoli e fornisce così al giovanissimo autore la base del lancio presso il grande pubblico. Del resto, d’’Annunzio mostra, lungo l’intero arco della sua carriera, di avere costante bisogno di sollecitare clamore intorno al suo nome e alla sua attività, lo cerca e lo provoca nell’arte come il più efficace e moderno strumento per l’affermazione di sé.

Dal punto di vista artistico, il giovane d’’Annunzio preannuncia già in queste opere un orientamento poetico personale: ad esempio nella raccolta CANTO NOVO rappresenta una natura goduta attraverso la pienezza dei sensi ( colori e profumi), un paesaggio solare e mediterraneo in cui è sempre presente il dio Pan, divinità greca dei boschi e dei pascoli che condivide con gli uomini gli abbandoni sensuali. Panismo e sensualità vitalistica sono gli accenti più tipicamente dannunziani che già compaiono in questa prima raccolta.

Con la successiva raccolta Intermezzo di rime, d’Annunzio sconcertò la critica (il critico Chiarini che aveva dato giudizi lusinghieri, sconfessò tutto e definì il poeta << porcellone e inverecondo>>). Per la sensibilità perbenista del tempo alcune liriche apparvero oscene, ma anche se le reazioni moralistiche furono forti, tanto che d’Annunzio dovette accreditare la tesi che Intermezzo fosse frutto di un momento di smarrimento morale, la qualità delle idee espresse nelle sue poesie incontrava aspettative ed aspirazioni del pubblico borghese desideroso di uscire dal grigiore e della banalità della vita quotidiana, attraverso atteggiamenti individualistici e volontaristici.. Del resto d’Annunzio era ben consapevole di questi processi di identificazione tra pubblico e autore ( condizione indispensabile per ottenere il successo cui d’Annunzio aspirava), pertanto quando ripubblicò la raccolta, due anni dopo, non ne attenuò affatto il carattere di accesa sensualità.

Nella raccolta di novelle “Novelle della Pescara” d’Annunzio accoglie temi apparentemente affini a quelli verghiani ( plebi abruzzesi, vita di paese, tradizioni) e a quelli naturalistici ( in particolare da Zola riprende la descrizione oggettiva di malattie deformanti e di scene di violenza), ma in lui non vi è alcun interesse documentaristico e sociale per il mondo rappresentato, né l’adesione all’impersonalità della narrazione, bensì il gusto per il primitivo, il barbarico e per le sensazioni violente e crude che la realtà rappresenta gli trasmetteva.

L’estetismo di D’annunzio e il romanzo “Il piacere”

Un punto fondamentale nella ricerca artistica di d’Annunzio è rappresentato nel 1889 dalla composizione del suo primo romanzo Il piacere, in cui delinea a tutto tondo il ritratto dell’intellettuale esteta.

Per l’intellettuale esteta, l’arte è il valore supremo e ad essa devono essere subordinati tutti gli altri valori: così la vita si sottrae alle leggi del bene e del male e si sottopone solo alle leggi del bello trasformandosi essa stessa in opera d’arte. Sul piano strettamente letterario l’estetismo porta alla ricerca ossessiva dell’eleganze delle forme artistiche, soprattutto attraverso il ricorso a molti artifici.

Sul piano ideologico sappiamo che il personaggio dell’esteta rappresenta una risposta alla crisi del ruolo dell’intellettuale declassato ed emarginato dai nuovi processi storici che avevano privato l’artista di quella posizione privilegiata e di grande prestigio di cui aveva goduto nelle epoche precedenti. Rifugiarsi in un modo di pura arte e di bellezza significa per l’artista sottrarsi alla realtà meschina della società borghese, tentare di recuperare la condizione di privilegio ed anche esprimere attraverso l’isolamento una protesta nei confronti della società contemporanea.

Era una realtà ben nota e già vissuta da altri intellettuali (Scapigliati,Verga, i Simbolisti). Il giovane d’Annunzio, proveniente dal ceto medio della provincia abruzzese, ardente di emergere negli ambienti intellettuali della capitale, non si rassegna ad essere schiacciato dai meccanismi della società industriale; vuole il successo e la fama, vuole condurre la vita di lusso aristocratico dei ceti privilegiati e non si accontenta di creare il personaggio dell’esteta solo nell’opera letteraria, vuole vivere quel personaggio anche nella realtà . Per questo si preoccupa di produrre libri di successo , che vendano bene sul mercato e sa utilizzare economicamente la pubblicità che gli deriva dalle sue pose, dagli scandali , dagli amori , dai duelli e dal lusso sfrenato. Sfruttando abilmente questo complesso di atteggiamenti che definirà il “vivere inimitabile”, d’Annunzio sarà il primo artista italiano a proporre un’immagine nuova di intellettuale che si pone al di fuori della società borghese e fa rivivere una condizione di privilegio dell’artista che sembrava definitivamente tramontata.

“Il piacere” ( 1889)

Nel primo romanzo scritto da d’Annunzio confluisce tutta l’esperienza mondana e letteraria vissuta fino a quel momento dal suo autore.

Riassunto: Il protagonista è Andrea Sperelli, ultimo discendente di un’antica famiglia nobile di cui continua la tradizione: è’ un raffinato, predilige studi insoliti, ma del resto nella sua famiglia l’amore per la bellezza, l’eleganza classica, la mania archeologica, la galanteria raffinate erano qualità ereditarie.

In particolare il padre di Andrea gli aveva trasmesso il gusto delle cose d’arte, il culto per la bellezza percepita attraverso i sensi ed il piacere ad essa congiunto, il disprezzo per le convenzioni ed i pregiudizi che fanno l’uomo meschino. Tra gli altri insegnamenti il padre gli aveva dato questa massima: <<Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte; bisogna che la vita di un uomo d’intelletti sia opera di lui: la superiorità è tutta qui>> ed ancora << Habere, non haberi>> ( possedere e non essere posseduti: occorre avere sempre il controllo sulle proprie passioni); <<il rimpianto è il vano pascolo di uno spirito disoccupato. Bisogna soprattutto evitare il rimpianto, occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove immaginazioni>>.

Tutta la vita di Andrea è improntata a questi principi ed in particolare la vita amorosa che conduce con l’affascinante Elena Muti che incarna la seduzione carnale. Dopo essere stato abbandonato dall’amante, Andrea cerca inutilmente la sostituire la passione per lei con altri piaceri ed altre avventure. Rimane ferito in duello e nella villa della cugina da cui viene ospitato, sembra ritrovare la serenità nell’amore per la natura, per l’arte e per Maria Ferres, moglie dell’ambasciatore del Guatemala, una donna, diametralmente opposta ad Elena, il cui fascino deriva dalla purezza e dalla spiritualità. Sebbene corrisposto, Andrea non riesce a liberarsi dall'influsso delle passate esperienze con Elena e l’amore per le due donne di natura così diversa, finisce per confondersi e diventare tutt'uno ( N.B. Il tema del doppio è tipico del Decadentismo; Cfr Oscar Wilde, Dorian e lo specchio che rappresenta il suo doppio ) . L’ambiguità di tale rapporto fa preannunciare il finale: quando in un momento di passione con Maria, Andrea si lascia sfuggire il nome di Elena, la donna scopre il fonde equivoco della sua relazione e la tronca. Andrea rimane solo con il suo vuoto e la sua sconfitta.

L’importanza del romanzo sul piano letterario e del costume consiste nel fatto che con esso viene introdotto anche in Italia quel tipo di eroe decadente, l’intellettuale esteta, rappresentato in Francia da Des Essentes ed in Inghilterra da Dorian Grey. E’ però significativo che i tre romanzi approdino tutti alla stessa conclusione. il culto esclusivo della bellezza, l’isolamento sdegnoso, lungi dall’essere un privilegio rischia di trasformarsi in impotenza e sconfitta, altro che riuscire ad opporsi alla borghesia in ascesa!

d’Annunzio avverte questo rischio presente nel mito dell’esteta e pertanto si mostra impietosamente critico nei suoi confronti facendo pronunciare dalla voce narrante dei giudizi molto severi nei suoi confronti. Nonostante riconosca l’intima debolezza della figura dell’intellettuale esteta, d’Annunzio continuerà a sentirne il fascino ed anche quando approderà ad altre costruzione ideologiche ( il superuomo) porterà dentro di sé sempre il culto per la bellezza e l’arte.

Sul piano strettamente letterario, il romanzo risente ancora dell’esperienza del realismo e del verismo, ad esempio nel tentativo di costruire un quadro sociale e di costume che ritrae l’aristocrazia romana di fine secolo, oziosa e corrotta, ma d’Annunzio mira soprattutto a creare un romanzo psicologico, in cui più che le vicende esteriori dell’intreccio contano i percorsi mentali dei personaggi.

Il Piacere conclude la fase iniziale della ricerca artistica di d’Annunzio che lo aveva portato all’accettazione dell’estetismo ed apre la strada verso nuove esperienze che lo condurranno all’ideologia superomistica.

La crisi dell’estetismo non approda dunque immediatamente a soluzioni alternative. Al Piacere segue una fase di varie sperimentazioni: d’Annunzio si cimenta nel romanzo “ alla slava” in cui il modello di riferimento è Delitto e castigo di Dostoevskij ma anche in una poetica nuova in cui compaiono il desiderio di una vita semplice, l’aspirazione a recuperare l’innocenza dell’infanzia ed il rapporto privilegiato con la madre.

Due opere rappresentative di questa fase sono il romanzo L’innocente e la raccolta poetica Poema paradisiaco

Nel primo d’Annunzio recupera il tema dei legami coniugali e della vita a contatto con la natura ma sente forte anche l’influenza di “Delitto e castigo” di Dostoievskij con i temi prediletti della colpa, del castigo e dell’espiazione.

Nel Poema Paradisiaco D’Annunzio esprime il desiderio di recuperare l’innocenza dell’infanzia, il desiderio di cose semplici e di affetti familiari, ma subisce anche l’influenza dei poeti decadenti francesi e presenta alcune atmosfere malinconiche che saranno riprese dai poeti crepuscolari, ad esempio giardini abbandonati, statue corrose dal tempo, vagheggiamento di un passato irrimediabilmente perduto.

La bontà è però una soluzione provvisoria: lo sbocco alternativo alla crisi dell’estetismo nascerà dalla lettura del filosofo Nietzsche, avvenuta intorno al 1892.

“Ritratto di un esteta: andrea sperelli”

Analisi del testo

Sul piano strettamente letterario, il romanzo risente ancora dell’esperienza del realismo e del verismo, ad esempio nel tentativo di costruire un quadro sociale e di costume che ritrae l’aristocrazia romana di fine secolo, oziosa e corrotta, ma D’Annunzio mira soprattutto a creare un romanzo psicologico, in cui più che le vicende esteriori dell’intreccio contano i percorsi interiori dei personaggi.

Righe 1-10: La presentazione del protagonista e l’ideologia antidemocratica dell’intellettuale esteta

Fin dalle prime righe emerge il disprezzo dell’intellettuale esteta per la società a lui contemporanea e per i valori della democrazia ( grigio diluvio democratico) che sono ritenuti responsabili di un degrado morale ( sommergono le cose belle e rare) che rischia di colpire anche la nobiltà.

L’aristocrazia italiana di antiche origini che il grigio diluvio democratico sembra voler sommergere, rappresenta per D’Annunzio (alter ego di Andrea), l’unica interprete di quei valori che contraddistinguono l’intellettuale esteta: la cultura , l’eleganza e l’arte.

Righe 11-16: I cardini dell’educazione di Andrea impartita dal padre

Vengono indicati i principi-base dell’educazione estetica di Andrea, una formazione esclusiva resa possibile dalla sua appartenenza alla classe nobiliare: un’adolescenza trascorsa in studi vari e approfonditi poi fino a vent’anni , lunghe letture, viaggi all’estero in compagnia del padre che fu il suo esclusivo maestro. Sarebbe stata infatti borghese e pericolosa un’educazione affidata a maestri che potenzialmente rivolgevano le loro conoscenze a tutti. Andrea ricevette per così dire un’educazione viva e non libresca ( vedi oltre).

Il padre trasmise ad Andrea il gusto per le cose d’arte, il culto appassionato per la bellezza, il disprezzo per i principi della morale comune( pregiudizi), l’avidità del piacere.

Righe 17-23: La vita eccezionale del padre di Andrea

Si intuisce da subito che il padre ha una marcia in più rispetto al figlio: cresciuto in mezzo allo sfarzo della corte borbonica ( sebbene quando era prossima a decadere) sapeva vivere con splendore e al di sopra delle leggi morali come dimostrano le circostanze del suo matrimonio e la successiva vita sentimentale all’insegna della passione travolgente e dello scandalo.

Righe 24-52: La personalità di Andrea e gli insegnamenti del padre

Sulla scorta dell’insegnamento paterno Andrea esperimenta ogni piacere e si abbandona ad ogni esperienza dei sensi.

Egli cerca di incarnare la massima paterna: Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte …la superiorità vera dell’uomo di intelletto sta tutta qui ed ancora, ammoniva il padre, ricorda di possedere ma di non essere mai posseduto ( ovvero avere sempre il controllo sulle proprie passioni, anche nei momenti di massima esaltazione); non avere mai rimpianti, poiché significherebbe che hai interrotto la tua ricerca di sensazioni sempre nuove.

Andrea però non ha lo spirito forte del padre, ha in sé qualcosa che anticipa l’inetto di Pirandello o di Svevo non riesce a realizzare gli insegnamenti del padre. In particolare non riesce a gestire l’abitudine alla menzogna e alla finzione con cui l’esteta maschera quelli che in realtà sono solo bisogni erotici ed impulsi sessuali..

I romanzi del superuomo

L’ideologia superomistica

Dalla lettura di ”Così parlò Zarathustra” di Nietzsche, avvenuta intorno al 1892, d’Annunzio coglie alcuni aspetti che entrano a far parte del modello di superuomo che il poeta vuole incarnare.

Vediamo quali sono questi aspetti:

1. La divisione degli uomini in due razze: alla superiore, elevatasi per la pura energia della sua volontà, tutto sarà permesso, alla inferiore nulla o ben poco.

2. La polemica antidemocratica e i principi egualitari che schiacciano e livellano la personalità;

3. l’esaltazione di quello spirito che Nietzsche definiva dionisiaco (da Dioniso, dio greco del vino e dell’ebbrezza), ovvero il vitalismo pieno e libero da ogni inibizione morale;

4. il rifiuto dei buoni sentimenti: pietà e altruismo sono considerati un’eredità della tradizione cristiana che servono solo ad imbrigliare lo spirito libero del superuomo e mascherano l’incapacità degli uomini comuni di vivere a pieno e senza remore morali la loro esistenza;

5. L’esaltazione dell’eroismo e del desiderio di affermazione del’uomo eccezionale

Questi motivi che in Nietzsche erano inseriti in un sistema filosofico di aperta condanna della società contemporanea priva di valori veri in cui credere( cfr. ideologia del sospetto), e non avevano alcun significato politico, vengono ad assumere in d’Annunzio una accentuata coloritura antiborghese, aristocratica, reazionaria e imperialista.

Obiettivi della sua violenta propaganda sono: il parlamentarismo, la democrazia, l’uguaglianza, lo spirito affaristico della borghesia. Egli sogna una nuova società in cui una rigenerata aristocrazia sappia tenere schiava la moltitudine degli esseri comuni e dia prova di una forma superiore di umanità educata al culto del bello e alla realizzazione di una vita attiva ed eroica.

Solo grazie a questa nuova aristocrazia, l’Italia riuscirà ad esercitare il ruolo di dominio sul mondo che era stato proprio dell’antica Roma. Ovviamente è necessario che pochi esseri privilegiati (amanti del bello, violenti e sprezzanti del pericolo) si pongano a capo della nazione e diano inizio ad una politica aggressiva ed imperialista

Il nuovo personaggio del superuomo creato da d’Annunzio, non nega la precedente esperienza dell’intellettuale esteta, ma la ingloba in sé, infatti ciò che contraddistingue la nuova elite che dovrebbe governare il Paese è proprio il culto pe la bellezza.

L’obiettivo politico di d’Annunzio é quello di creare un gruppo ristretto di individui eccezionali violenti e raffinati insieme, che dominano su un mondo meschino e vile come quello borghese.

In questo progetto politico, quale compito deve avere l’artista-superuomo?

d’Annunzio pensa che debba avere la funzione di vate, ovvero di guida, profeta di un nuovo ordine, ma non disdegna di affidargli anche compiti più pratici e più attivi, una sorta di missione politica seppure abbastanza vaga. Come possiamo notare l’intellettuale superuomo non si isola sdegnato in un mondo fatto di arte e di bellezza, ma cerca di avere un ruolo sociale e, poiché l’offerta non gli viene dalla società stessa, egli si autodelega tale ruolo: l’artista, mediante la sua attività intellettuale, apre la strada al dominio delle nuove élites.

I romanzi del superuomo

Nel romanzo il TRIONFO DELLA MORTE, pubblicato nel 1894, il mito del superuomo fa la sua comparsa solo nella seconda parte, pertanto l’opera rappresenta la fase di transizione dal modello dell’intellettuale esteta al modello del superuomo.

Il protagonista, Giorgio Aurispa è ancora un esteta, non dissimile da Andrea Sperelli e come Andrea è dibattuto tra l’amore sensuale e prepotente che lo lega ad Ippolita Sanzio (che chiama la Nemica, forza primordiale della natura che rende schiavo l’uomo) e il desiderio di una vita pura, quasi mistica. Questo contrasto si risolve solo alla fine del romanzo, solo alla fine del romanzo, quando il protagonista afferma la sua volontà superomnistica di dominio e di potenza uccidendosi , ma trascina con sé nel precipizio anche la donna amata.

La morte è qui vista non come protesta o rivolta ( interpretazione romantica) ma come il bel gesto, l’atto unico ed eroico nel quale l’individuo eccezionale afferma la propria superiorità ed il proprio orgoglio compiendo un’azione che le persone comuni non osano compiere (suicidio-omicidio).

Il romanzo successivo, Le Vergini delle rocce, segna la svolta ideologica radicale

Il protagonista dell’opera, Claudio Cantelmo, rappresenta il primo esemplare della lunga schiera di superuomini dannunziani. Claudio è un eroe forte e sicuro che va senza esitazioni alla sua meta. I suoi discorsi pubblici costituiscono il manifesto politico del superuomo e sono al tempo stesso l’esposizione più completa delle teorie aristocratiche, reazionarie ed imperialiste dello stesso D’Annunzio.

Con grande abilità oratoria, Cantelmo sostiene la necessità di combattere la volgarità delle masse, e di compiere azioni eroiche e guerresche. Il suo scopo prevede la nascita di un erede interprete dei suoi sogni, un superuomo, futuro re di Roma che guiderà l’Italia ai destini imperiali, e per realizzarlo cerca la eventuale madre tra tre ragazze di una famiglia di antica nobiltà ma ormai in piena decadenza e minata in tutti i suoi membri dalla malattia e dalla follia.

Come accade costantemente nei romanzi di d’Annunzio, anche il progetto superomistico di Claudio Cantelmo è destinato al fallimento e la donna svolge un ruolo determinante in tale esito. La giovane scelta come compagna si uccide distillando profumi che l’avvelenano lentamente e Cantelmo si ritrova sconfitto, poiché è stato incapace di tradurre le sue aspirazioni in azioni.

Quasi contemporaneamente alla pubblicazione del romanzo, D’Annunzio inizia la sua carriera politica realizzando quella continua contaminazione tra arte e vita che lo contraddistingue.

Il terzo romanzo nel quale trova espressione il mito del superuomo è Il Fuoco.

Quando comparve il libro, fece un grosso scandalo, poiché voluto e trasparente era il riferimento alla vicenda amorosa tra l’autore ed Eleonora Duse, né diversamente poteva essere letta la storia tra Stelio Effrena (nome programmatico che evoca al tempo stesso l’idea delle stelle e quella dell’energia senza freni) che si identifica con l’autore al punto da attribuire al personaggio opere in realtà scritte da d’Annunzio e già note al pubblico ed un’attrice famosa ed idolatrata,ormai non più giovane, la Foscarina.

Il protagonista di questo romanzo è il superuomo, colto nella dimensione dell’artista, ormai pienamente realizzato e consapevole dall’inizio alla fine della propria eccezionalità e superiorità che gli vengono riconosciute da tutti. Il progetto dell’eroe ( artista superuomo) è quello di creare una grande opera in cui musica, poesia e danza siano fuse; con essa vuole dare inizio ad un nuovo teatro nazionale destinato a svolgere una funzione politica: diffondere le idee del superuomo ed esaltare la stirpe italica. Anche qui però forze oscure si oppongono all’eroe e prendono puntualmente corpo in una donna, proprio Foscarina ( insieme al cognome Perdita si comprende come il nome sia allusivo sia alle tenebre sia alla perdizione ). La donna con il suo amore possessivo e nevrotico ostacola l’eroe nella sua opera. Ma anche quando Foscarina lascerà libero Stelio, allontanandosi definitivamente da lui, in modo che possa seguire la sua via, non si assisterà alla realizzazione del progetto che rimarrà una velleità nebulosa.

Dopo un decennio di interruzione, in cui si inserisce l’esperienza del teatro e delle Laudi, d’Annunzio ritorna al romanzo con Forse che si’ forse che no opera con cui dimostra la sua grande capacità di interpretare i bisogni e gli interessi del pubblico. Perfettamente in linea con i tempi, il protagonista del romanzo, un superuomo modernizzato, realizza la sua volontà eroica nella corsa in macchina e nel volo aereo ed ancora una volta un personaggio femminile ostacola l’eroe, una Nemica sensuale e perversa ai limiti della follia. Ma quando sembra che tutto sia perduto e l’uomo è quasi sul punto di uccidersi precipitando con il suo aereo in mare, è riassalito dal desiderio di vivere e riesce compiere veramente una grande imprese,approdando sulle coste della Sardegna.

I romanzi di D’annunzio e le nuove forme narrative : dal modello naturalista al romanzo psicologico al simbolismo

Agli esordi, D’Annunzio appare ancora legato al modello narrativo realista e verista.

Il suo primo romanzo, “Il Piacere,” risente ancora di tali modelli narrativi, ad esempio nel tentativo di costruire un quadro sociale e di costume che ritrae l’aristocrazia romana di fine secolo, oziosa e corrotta, tuttavia è già evidente il tentativo di creare un romanzo psicologico, in cui più che le vicende esteriori dell’intreccio contano i percorsi interiori dei personaggi.

Il romanzo successivo, Il Trionfo della morte è un romanzo psicologico, tutto incentrato sulla visione soggettiva del protagonista. L’intreccio dei fatti è scarno, sostituito dall’analisi dei processi interiori.

Nel terzo romanzo, “Le vergini delle rocce”, si evidenzia la tendenza dannunziana allo sperimentalismo, infatti in quest’opera si alternano parti oratorie (quelle in cui il protagonista delinea l’ideologia del superuomo) a parti in cui predomina una narrazione mitica quasi favolistica, molto lontana anch’essa dal modello naturalistico e vicina al simbolismo. La vecchia villa isolata e fatiscente è simbolo di decadenza e di morte, così come la fontana inaridita che, quasi per magia rivive, appena arriva l’eroe.

Anche nel “Fuoco” si alternano parti narrative in cui il protagonista illustra il suo progetto di teatro nazionale a parti proprie del romanzo psicologico, ad esempio quando analizza il suo tormentato rapporto con Foscarina.

Dal romanzo “ le vergini delle rocce”: il programma politico del superuomo

Analisi del testo

Questo testo è stato tratto dal primo libro del romanzo in cui il protagonista, Claudio Cantelmo, espone il programma politico del superuomo, pertanto lo stile di queste pagine è oratorio e declamatorio e non narrativo.

Prima parte: Chiedevano intanto i poeti, scoraggiati e smarriti…Opponete risolutamente la distruzione alla distruzione.

La struttura delle due parti è simmetrica: nella prima sequenza D’Annunzio analizza il ruolo del poeta e dell’intellettuale in genere, soffermandosi su ciò che non devono fare e su ciò che devono fare e sugli strumenti da usare; nella seconda , si sofferma sul ruolo degli aristocratici.

I poeti non devono:

1. rimpiangere il passato;

2. esaltare i principi della democrazia.

I poeti DEVONO avere una parte attiva e svolgere un ruolo pratico:

1. devono attaccare con l’arma del sarcasmo ( ironia cattiva e malevola) i valori della società borghese, in primis l’egualitarismo sociale che vorrebbe fare le teste umane tutte uguali come le teste dei chiodi, poi il parlamentarismo (i rappresentanti dei popoli sono definiti Stallieri della Grande Bestia e i loro discorsi sono paragonati ai rutti dei contadini).

2. devono difendere la bellezza ed il pensiero che i principi democratici cercano di distruggere.

Quali armi devono usare i poeti nella loro battaglia?

La forza del VERBO, cioè delle parole, che è la suprema forza del mondo: le parole ordinate artisticamente possono avere più potere distruttivo di una miscela esplosiva.

L’arte diventa uno strumento per modificare la realtà ( ruolo sociale dell’arte )

Seconda parte: E i patrizi … anche chiedevano… Le plebi restano sempre schiave

D’Annunzio indica il ruolo che la nobiltà deve avere al fine di realizzare un nuovo ordine sociale e politico che scalzi quello dell’odiata borghesia.

I nobili non devono

1. vivere nel rimpianto del passato splendore, chiusi all’interno dei loro splendidi palazzi;

2. chinarsi ai valori della classe borghese o, peggio ancora, farli propri diventando soci di banchieri ebrei (antisemitismo), poiché i veri nobili sono sempre vissuti di rendita.( N.B i valori borghesi contro cui si scaglia l’oratore superuomo nel suo discorso politico sono ben noti: lo spirito affaristico ed imprenditoriale, il vero nobile vive di rendita;i principi dell’uguaglianza tra gli uomini sanciti dalla Rivoluzione francese; la partecipazione popolare alla vita politica che ha fatto sì che in parlamento siedano individui appartenenti alle classi inferiori. I nobili sono costretti a dare il voto a coloro che erano i loro calzolai, i loro sarti, o cappellai….

Nell’attesa che si instauri il nuovo ordine autoritario e democratico ( evento che avverrà sicuramente perché per fortuna lo Stato eretto su le basi del suffragio popolare e dell’uguaglianza non è soltanto una costruzione ignobile ma è anche precaria) i nobili DEVONO:

1. rafforzare la loro disciplina interiore, cioè il dominio di sé: virtù indispensabile per chi vuole avere il comando.

2. prepararsi all’uso della forza, prima regola di natura : sulla forza si sono fondate tutte le civiltà passate e presenti e, se anche accadesse che l’attuale umanità venisse estinta, e nascesse una nuova generazione di uomini ,essi comincerebbero a combattersi l’un l’altro, finché il più forte non riuscirebbe ad imporsi.

Qual é l’obbiettivo finale cui deve tendere la classe aristocratica?

La creazione di una ristretta oligarchia capace di domare la massa usando la forza. L’impresa non sarà difficile perché le plebi tendono naturalmente i polsi alla schiavitù

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