La sera fiesolana


Ogni strofa, svolgendo un suo motivo, è autonoma dalle altre e forma quasi una lirica a se; tanto che nella prima pubblicazione, nel novembre del 1899, ciascuna recavo un titolo particolare. Nella prima strofa mi è l’immagine centrale della luna, Intorno cui si compongono tutte le altre, la luna è l’apparizione di una divinità. Cosi è sempre stata vista nelle religioni primitive ed in quelle antiche, e D’Annunzio nelle sue opere frequentemente si compiace di recuperare queste figurazioni mitiche del passato. Se la luna che nasce qualcosa di divino, solo la parola del poeta poi evocarla. Il poeta sceglie di evocare, con sottili suggestioni, l’attimo ineffabile che precede il sorgere della luna. È una di quei momenti indefiniti, ambigui, che sono prediletti da D’Annunzio. La luna, non ancora rivelatasi, distendersi un vero luminoso, e già in esso la campagna si sente come sommersa dal cielo notturno. Simmetricamente rispetto all’inizio, incorona sensazione uditiva, le parole del poeta e il fruscio delle foglie, si fonde con una sensazione tattile, la freschezza, anche nell’ultima parte della strofa si crea una rete di segrete analogie fondate sulla sinestesia. Al gelo si associa anche un’idea di liquidità: la campagna beve la pace. La complessa rete di immagini, allude all’azione miracolosa della luna-divinità. Le parole hanno le stesse prerogative divine dell’entità mitica che porterà refrigerio la vita. Il motivo della tua che dà refrigerio alla terra e riproposto dalla ripresa inframmezzata alle strofe. Anche qui al centro vi è una figurazione mitica, affine alla luna, la sera personificata in una diventato in una divinità femminile. Numerosi sono i legami tematici con la strofa precedente. Il viso di perla della sera si presenta come riprese in chiave metaforica del motivo della luce lunare. Come la luna porta il refrigerio della sua fredda luce, così la sera porta refrigerio della pioggia. Il carattere religioso della figurazione femminile, più che al mito antico rimanda qui ad una religiosità francescana. D’Annunzio ama molto queste commistioni di sacro e profano, di sensualità e liturgia, ed ha un senso tutto estetizzante della religiosità cattolica. La seconda strofa è costruita su procedimenti apparentemente più semplici e lineari, ma in realtà molto elaborati. In primo luogo prevale la partitura musicale: la parola tende di venire pure suono, a dissolversi musica, grazie alla moderazione degli accenti e delle rime. Il gioco delle immagini ripropone la metafora dell’acqua già presente nella precedente ripresa, la pioggia tiepida di giugno, con la quale la primavera prende commiato. La strofa si chiude con un’immagine ancora di sapore religioso, quella degli olivi, francescanamente chiamati fratelli: si istituisce quindi di nuovo legame con la trama mitico-religiosa che percorre la prima strofa e la ripresa. L’immagine degli olivi insiste anch’essa su un gioco analogico: Il verde argenteo delle foglie dell’olivo da come sfumatura di pallore ai clivi; al tempo stesso gli olivi per tradizione sono sempre stati considerati simbolo di umile santità. Questi procedimenti analogici, così abilmente costruiti da D’Annunzio, saranno poi ripresi nella poesia del novecento. La seconda ripresa segna il passaggio ad una tematica diversa, si può dire quasi contrastante, che dominerà poi nell’ultima strofa. Il nucleo centrale il profumo della sera, un’immagine quindi più sensuale voluttuosa. La tematica della terza strofa, ha il suo centro nel motivo amoroso. La poesia trapassa dal senso di sacralità arcana della prima strofa ad una sensualità panica e naturalistica, con un voluto contrasto di toni. Anche qui non manca una sospensione mitico-religiosa. Le fonti e terre dei fiumi parlano nel mistero sacro dei monti, all’ombra degli antichi rami: c’è comune ecco del culto antico per le fonti boschi, habitat ideale di vita. Nel messaggio arcano delle fonti allude ad una forza erotica che pervade la natura ed in quell’uomo si immedesima. Sensuale anche la trasfigurazione delle colline labbra, chiuse da un divieto di rivelare loro segreto. Che sarà un segreto di vita piena gioiosa, di esperienze amorose sublimi. Non è quindi del tutto assente in questa lirica, ritenuta una delle più pure di “Alcyone”, il mito del superuomo.

La pioggia nel pineto


La poesia ha una evidente struttura musicale: Le 4 quattro strade sono organizzate come movimenti di una sinfonia. Il poeta distingue sono diverso di varie voci, il rumore delle gocce secondo delle foglie più o meno rade, il canto delle cicale, il canto delle rane, che sono come strumenti solisti alternantisi al pieno dell’orchestra. D’Annunzio mira a trasformare la parola è in linea con i dettami fondamentali della poetica decadente. La partitura musicale della lirica vuole essere a sua volta la riproduzione, ho la traduzione in linguaggio umano, di un’altra musica, quella composta la pioggia. Al centro di tutto il discorso si può nel tema panico dell’identificazione del soggetto umano con la vita vegetale, che torna insistente, sviluppato con numerose variazioni, esso purifica. La partitura musicale della poesia è costruita con strumenti formali sofisticatissimi. Innanzitutto la metrica, non soggetto ad alcuno schema tradizionale. Si succedono versi brevi, che tende a riprodurre la la pluralità innumerevole di presenze di voci che si affollano nella pineta sotto le fitte gocce di pioggia. Altro strumento del virtuosismo musicale di D’Annunzio sono le linee, che ricorrono anche se è molto liberamente, senza alcuno schema fisso.
A questo virtuosismo metrico e timbrico finisce anche l’uso di scaltrito di numerosi procedimenti retorici.

I Pastori


Con la fine della grande estate ardente il vitalismo panico si stempera in note più sommesse e malinconiche. Dopo l’esaltazione sensuale il poeta si rifugia insistesse si abbandona il sogno e alla memoria. L’arrivo dell’autunno suscita in lui, che si trova ancora in Versilia, la fantasia di mutare paese, di essere altrove, e risveglia il lui il ricordo della sua terra, da cui si sente come è sole e da qui guarda con nostalgia, rimpianto e desiderio. Ai suoi occhi il paese natale rappresenta un mondo semplice, vigoroso, austero, depositario di valori antichi che si esprimono in gesti rituali sempre identici nei secoli. Il pensiero del poeta segue idealmente il cammino dei pastori nelle sue varie tappe, che danno luogo ad una serie di quadri nitidi nell’immaginazione nella memoria: la descrizione densa di notazioni visive, coloristiche ed impressioni uditive. I quadri sono disegnati con grande sobrietà descrittiva, con un lessico sostanzialmente semplice, privo di eccessive preziosità. Maniera la semplicità del dettato sono riconoscibili consueti rimandi analogici, che suggeriscono segrete le notificazioni tra oggetti lontani. Perfettamente inserite sono le reminiscenze dal letterario dantesco, che non segnano uno stacco dal tono generale.

Stabat Nuda aestat


Il titolo è un omaggio ad Ovidio. Il sottile erotismo di cui è pervasa tutta la lirica, il silenzio del paesaggio nell’immobilità della gran calura estiva, il senso di trepidante attesa, gli splendidi squarci descrittivi del corpo della dea, culminano nel finale con l’immagine indimenticabile della Dea che incespica al termine dell’inseguimento e cade distesa fra le sabbie e l’acqua, col vento di ponente che fa schiumare l’onda marina fra i suoi capelli scomposti.
Per un attimo, prima di rifluire nuovamente nel paesaggio inondato di luce del meriggio, la dea si svela al poeta nella sua immensa nudità.

Fanciullino e Superuomo


Il fanciullino pascoliano e superuomo dannunziano sono due miti che, pur nascendo negli stessi anni appaiono antitetici. In realtà essi hanno le radici allo stesso terreno, sono risposte diverse ma specularmente equivalenti e complementari agli stessi problemi agli stessi traumi. I processi di trasformazione storica avvenuti alla fine dell’ottocento, incidono in modo devastante soprattutto sulle masse dei ceti medi, come conseguenza, entra in crisi nella coscienza collettiva un’intera nozione di uomo. Il fenomeno investe con particolare violenza gli intellettuali, che appartengono in larga misura proprio ceti medi. Lo scrittore e l’artista si trovano spesso declassati ad una condizione piccolo borghese, privati dal peso sociale dal prestigio di cui godevano in passato. Da questa condizione sociale scaturisce uno stato d’animo diffuso, che si rispecchia nella cultura di quest’età, un senso di smarrimento angoscioso di fronte alla complessità della realtà moderna, che appare ostile e soffocante. Il fanciullino del superuomo sono appunto due risposte compensatorie. Creando un mito dell’infanzia Pascoli propone una soluzione destinata a suscitare ti profondi nell’anima collettiva: «coglie un tratto reale della psicologia della condizione dell’uomo moderno» (Salinari). È un mito consolatorio, d’evasione, che esprimo rifiuto della società della storia, il bisogno disperato di regredire in una condizione fuori del tempo, ignorando gli sviluppi più angosciosi della realtà moderna. Intimamente collegato col mito dell’infanzia quello del nido familiare, che mantiene contatta la condizione idilliaca dell’infanzia. Allora volta infanzia nido non possono che collocarsi sullo sfondo della campagna, che in contrapposizione alla vita cittadina nelle metropoli moderne, permette un rapporto innocente fraterno con la natura, rende l’uomo ha pagato con poco e felice. A questo scontro traumatico con la modernità D’Annunzio reagisce modo contrario, con il mito del superuomo. Egli non fugge all’indietro, ma decide di celebrare proprio ciò che fa paura. Da un lato, in Pascoli, a compensare l’impotenza la sconfitta sia il ripiegamento entrò il guscio protettivo delle piccole cose quotidiane e degli affetti più comuni e miti; dall’altro in D’Annunzio SIAI rovesciamento immaginario dell’impotenza in onnipotenza, attraverso atteggiamenti attivistici e aggressivi, l’affermazione oltre ogni limite dell’io e di una sensibilità eccezionale. Alla base di atteggiamenti del genere si possono però ravvisare le stesse angosce: infatti come sia potuto ampiamente verificare, nell’opera dannunziana, compare l’attrazione per la morte, per il disfacimento, per il nulla. La costruzione superuomo non è che il tentativo di occultare quelle spinte disgregatrici. D’altronde D’Annunzio prima di approdare al superuomo, aveva proprio sortito con personaggi deboli sconfitti, che si ritraggono con orrore dinanzi alla realtà contemporanea e alle sue novità più sconvolgenti, Rifugiandosi nell’interiorità solipsistica o nel culto dell’arte. Quello del superuomo è per sua natura intrinseca un mito pubblico, destinato ad agire nella collettività. Per contro si potrebbe pensare che Pascoli sia stato indotto a rifiutare ogni ruolo pubblico, di poeta vate. Ma non è così: anche Pascoli, negli stessi anni dannunziano assumere posizioni ufficiali, seppure in forme diverse, più dimesse. Era infatti convinto, che la poesia pura, espressione e l’ingenua meraviglia del fanciullo dinnanzi al mondo, potesse essere, proprio in quanto poesia pura, mezzo di divulgazione di un ideale francescano, di non violenza, di perdono, di pace e fratellanza tra popoli. Inoltre riteneva che essa potesse avere un valore consolatorio verso il male del mondo e indurre gli uomini ad accontentarsi della loro condizione, evitando i conflitti fra le classi. Anche fanciullino quindi c’è la un vate che diffonde miti e ideologie. Ehi due privati, nonostante le profonde differenze, si rivolgevano in fondo lo stesso pubblico, quelle delle masse piccolo medio borghesi create dallo sviluppo della civiltà moderna, schiacciate frustrate dai suoi meccanismi spersonalizzanti.
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