Eugenio Montale - Biografia e pensiero
La vita e la cronologia delle opere
Eugenio Montale nasce a Genova, il 12 ottobre del 1986. E’ il sesto figlio di Giuseppina Ricci e Domenico Montale il quale è titolare di una piccola ditta commerciale. Frequenta le scuole tecniche ottenendo, nel 1915, il diploma di ragioniere. Prende, intanto lezioni di canto, che interromperà alcuni anni più tardi, rinunciando in tal modo ad una carriera per cui era molto dotato. Ciò nonostante continuerà a nutrire una profonda passione per la musica. Nel 1917 partecipa, con il grado di sottotenente di fanteria, alla Prima Guerra Mondiale: questo evento segnerà una radicale svolta nella sua vita. Nel corso del dopoguerra frequenta una cerchia di letterati che sole riunirsi intorno al circolo culturale del “Caffè Diana”; stringe in tal modo rapporti di amicizia con le personalità più emergenti dell’epoca, tra i quali i poeti liguri Angelo Barili, Adriano Grande e Camillo Sbarbaro di cui, nel 1920, recensisce Trucioli. Negli stessi anni studia filosofia ed in particolare si interessa a Boutraux e Bergson. Nel 1920, inoltre, risulta a Firenze, impiegato presso la casa editrice Bemporad. Tra il 1922 e il 1923 frequenta, nella villa di Monterosso, nei pressi di La Spezia, dove trascorre le vacanze, la giovane Anna degli Uberti, che in seguito celebrerà nelle sue poesie con lo pseudonimo di Annetta-Arletta. Nel 1922 esordisce come poeta su “Primo Tempo”, la rivista fondata da Giacomo Debenedetti. Negli anni successivi entra in contatto con il gruppo torinese di Piero Gobetti col quale collabora alla “Rivoluzione liberale” ed al quotidiano “Boretti”sul cui primo numero pubblica il saggio Stile e tradizione che sarà decisivo per capire i fondamenti della sua opera. In sintonia con Gobetti, Montale rifiuta le esperienze d’avanguardia, ribadendo l’esigenza di uno sforzo verso la sincerità e la chiarezza che riscopra in primo luogo un senso del “limite”. La conquista di uno stile è legata ad un “lavoro inutile e inosservato”, risolvendosi in una maturazione etica di “coscienza e onestà”.
Quest’apertura completa agli interessi intellettuali dell’epoca è evidenziabile a proposito dell’Omaggio a Italo Svevo, un articolo che egli pubblica sull’“Esame” nel 1925 e che conferisce all’autore triestino quell’importanza che fino allora gli era stata completamente negata. Contemporaneamente viene pubblicata la prima edizione della sua raccolta di versi Ossi di Seppia che contiene le liriche scritte nell’arco di un decennio. Nello stesso anno Montale firma il manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce: quest’evento esplicita chiaramente quel dissenso civile e politico nei confronti della dittatura che vedrà l’autore condurre una vita appartata e individualistica durante gli anni del fascismo e che giustificherà la sua lontananza dalla politica e dalla militanza successiva. Dopo aver collaborato per un certo periodo alla rivista “Solaria” e ad altre importanti riviste, nel 1928 pubblica la seconda edizione di Ossi di Seppia. Nel 1929 si trasferisce poi a Firenze dove è invitato a sostituire Bonaventura Tecchi alla direzione del Gabinetto letterario Vieusseaux dove conosce Vittorini, Gadda, Contini, Bo e molti altri letterati. In seguito verrà dispensato da quest’incarico perché non iscritto al partito fascista. A Firenze conosce inoltre le donne muse ispiratrici della sua opera tra le quali Drusilla Tanzi, che diventerà sua moglie, e, nel 1933, Irma Brandeis (la Clizia di alcune note poesie) che egli penserà di raggiungere in America, senza tuttavia mai realizzare il progetto. Nel 1939 pubblica la sua seconda raccolta poetica, Le occasioni, presso l’editore Einaudi. Per provvedere ad esigenze economiche, avvia un’intensa attività di traduttore ed intanto collabora con altri scrittori al progetto avviato da Vittorini, Americana e pubblica, nel 1942, presso Bompiani una traduzione intitolata Storia di Billy Budd di Melville. Dal 1939 convive con Drusilla Tanzi, che tuttavia diventerà sua moglie soltanto nel 1962, che egli esalta nelle sue poesie con lo pseudonimo di Mosca. Sotto impulso di Gianfranco Contini, uno dei suoi critici più attenti, nel ’43 esce a Lugano la prima serie delle poesie Finisterre che confluiranno nella terza raccolta, La bufera ed altro, pubblicata nel 1956.Nel 1945 fonda il quindicinale “il Mondo” insieme ad altri intellettuali. Nel ’46, dopo aver ospitato nella sua casa Umberto Saba e Primo Levi perseguitati per motivi razziali, Montale si iscrive e collabora al Partito d’Azione. Si trasferisce poi nel ’48 a Milano dove comincia la sua definitiva attività di redattore al “Corriere della Sera” alla quale si aggiungerà, nel 1954, quella di critico musicale per il “Corriere d’Informazione”. Sempre nel 1948 pubblica il Quaderno di Traduzioni nel quale interpreta alcuni dei maggiori poeti antichi e moderni delle letteratura inglese in particolare, tra i quali Shakespeare, Blake e Yeats. Nel 1956, poco dopo la pubblicazione de La bufera ed altro, esce la raccolta di prose Farfalla di Dinard. Altre raccolte di articoli e saggi saranno Auto da fè (1966), Fuori di casa (1969) e Sulla poesia (1976) in cui l’autore riunisce i suoi interventi di critica e di poetica. Dopo anni di silenzio, esce nel ’71 Satura, una raccolta di versi che segnano una decisiva svolta nell’ambito della sua poetica. Quest’opera comprende anche una serie di epigrammi, gli Xenia, che sono dedicati alla scomparsa della moglie.
Nel 1967, Montale è nominato senatore a vita e nel ’74 riceve una laurea ad honorem dall’università di Basilea. Tra la opere successive troviamo: Diario del ’71 e del ‘72(1973), Quaderno di quattro anni(1977, Tutte le poesie -cui seguirà l’edizione critica intitolata L’opera in versi.
Nel 1975 Montale riceve, ultimo fra gli scrittori italiani, il Premio Nobel per la letteratura “per aver interpretato con grande sensibilità artistica, valori umani nel segno di una visione della vita senza illusioni”, pronunciando presso l’Accademia di Svezia il discorso E’ ancora possibile la letteratura?
Muore a Milano, il 12 settembre del 1981. Postume furono pubblicate le sue ultime opere: I miei scritti sul “Mondo” (da Bonsanti a Pannunzio), a cura di Giovanni Spadolini, Altri versi e poesie disperse e la raccolta dei suoi scritti musicali Prime alla Scala.
La poetica
Eugenio Montale è stato definito il “poeta della disperazione”perché, chiuso in un freddo e insensibile dolore, proietta il suo “male di vivere” sul mondo circostante, dando quasi origine ad una sofferenza che non è solo umana, ma addirittura cosmica e universale. La sua visione pessimistica dell’esistenza, specie nella consapevolezza della negatività di ogni mitologia o ideologia, che però non significa isolamento e rifiuto di vivere, lo spinge verso l’impegno a oggettivare le cose, i paesaggi, i modi di sentire, gli eventi che possono tradurre ogni sua particolare emozione. Vivere, per lui, è come andare lungo una muraglia <<che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia>> (Meriggiar pallido e assorto). Per lui la vita è una terra desolata in cui gli uomini, gli oggetti e la stessa natura sono soltanto squallide e nude presenze senza significato. In tal modo il Vivere precipita verso il Nulla. Ciò nonostante, Montale è alla ricerca di un varco da cui poter fuggire per salvarsi. La sua è una negatività che, anche se vanamente, ricerca la positività. Infatti, nella negazione totale si offre una speranza di salvezza, di una grazia riservata a chi saprà fuggire da se stesso e dalla propria chiusura.
L’originalità della nuova e profonda poetica montaliana nasce da un’intima rielaborazione della tradizione che fa pensare ad una sorta di “compromesso” realizzato dall’autore, appunto tra la tradizione letteraria e le istanze innovative così vivacemente espresse dalla letteratura novecentesca. Infatti, mentre Ungaretti, ad esempio, si distacca dalla tradizione per riscoprire la forza autonoma della parola, facendo di essa uno strumento di liberazione, capace di attingere dalle fonti dell’assoluto, per Montale questa risulta una soluzione troppo ottimistica e consolatoria. Egli ritiene che tra l’uomo e l’assoluto sussista una realtà ineliminabile che Ungaretti, invece, tende a trascendere o addirittura ad eliminare. E’ il mondo della realtà fenomenica che comprende la natura, le cose e la storia in cui esse stesse risultano inserite, nel quale è quasi impossibile individuare uno spiraglio della verità da cui poter derivare risposte definitive a quei quesiti che l’uomo quotidianamente si pone. Alla realtà fenomenica si contrappone una realtà metafisica che fa riferimento al destino ultimo dell’uomo che sarà da compiersi in un ulteriore dimensione che lo trascende.
La parola, per Montale, non può aspirare a raggiungere direttamente l’assoluto in quanto essa deve prima confrontarsi con il reale che però costituisce una barriera nella quale resta inevitabilmente impigliata. Ciò, tuttavia risulta l’unica speranza di accedere al mistero dell’esistenza.
La parola di Montale indica con precisione degli oggetti definiti e concreti e stabilisce tra di essi una trama di relazioni complesse cui fa capo lo stesso soggetto poetante il cui fine ultimo è scoprire la direzione e il senso proprio della vita.
A questo proposito, la poesia di Montale è stata strettamente connessa alla “poetica delle cose”, lungo una linea letteraria che ha i suoi maggiori antecedenti in Pascoli e Gozzano, entrambi cari all’autore.
La sua scelta letteraria ricade, dunque, sulle “piccole cose” (I Limoni, poesia che apra gli Ossi di Seppia), ovvero su quegli elementi di una realtà povera che l’uomo può ritrovare intorno a sé in qualsiasi momento della sua vita. Gli oggetti, le immagini, le voci della natura diventano per lui degli “emblemi” in cui è trascritto, in forme oscure, il destino dell’uomo, nelle sue rare gioie e speranze, ma soprattutto nell’infelicità di una condizione e di una condanna esistenziale che non può offrire né certezze né illusioni. E’ un destino che l’uomo non può accettare ma contro di cui non può neanche ribellarsi. In esso si riflette il senso di “estraneità” dell’uomo contemporaneo. Da ciò l’esigenza della ricerca del celebre “varco” che spiani la strada al mistero della vita. Tuttavia, gli “emblemi” montaliani sono totalmente differenti dai comuni simboli dei Simbolisti tradizionali. Infatti, a differenza dell’analogia ungarettiana, si è spesso parlato, per Montale, di un “correlativo oggettivo”, in quanto, anche i concetti e i sentimenti più astratti trovano la loro definizione in “oggetti” ben definiti e concreti (Spesso il male di vivere).
Talvolta, la “poetica delle cose” risulta difficile e oscura i quanto un medesimo termine può spesso contenere una pluralità di significati e riferimenti che intrattengono altrettante molteplici relazioni con i contesti circostanti.
L’espressione “correlativo oggettivo” è stata originariamente coniata dal letterato statunitense Thomas Stearns Eliot con il quale la ricerca montaliana presente diverse convergenze significative, sia a livello tematico sia strutturale. Il simbolismo tematico potrebbe essere visto come una forma moderna di allegoria medievale, nella misura in cui gli elementi della natura rappresentano condizioni spirituali e morali, che Dante aveva condotto alla massima realizzazione nella Divina Commedia. Proprio l’amore per Dante, che non a caso Montale aveva in comune con Eliot, offre degli elementi importanti per comprendere appieno la genesi e i risultati di quest’operazione poetica. Ciò nonostante, mentre l’allegoria dantesca trova una spiegazione nella mente divina, quella montaliana, al contrario, si dibatte in se stessa, senza ottenere risposte o garanzie. Alla Provvidenza dantesca (e manzoniana) di un mondo che cerca sollievo ai dubbi e alle inquietudini in una fede religiosa, Montale sostituisce la sua “Divina Indifferenza”che, ricollegandosi piuttosto ad una concezione leopardiana, resta passiva e inflessibile di fronte alle gioie o ai dolori degli uomini.
Montale svolge un’ulteriore analisi riguardante il rapporto che sussiste tra la poesia e la conoscenza. Questo rapporto indica la volontà di un’intesa e di una solidarietà che coinvolgono il lettore in un comune bisogno di espressione e partecipazione, di fronte all’urgere delle medesime problematiche esistenziali. Infatti, la poesia sia apre ad un tono discorsivo e colloquiale, che presuppone la necessaria presenza del lettore, di quell’interlocutore spesso presente nel “tu” dei versi montaliani. Ma proprio perché riflette una realtà cifrata e in conoscibile la poesia non può insegnare nulla. Da ciò il netto rifiuto della tradizionale immagine del “poeta vate” e della concezione della poesia come fonte di educazione e di elevazione spirituale. La poesia è, per Montale, il manifesto della non-conoscenza, poesia dell’ignorare che sceglie il reale come “correlativo oggettivo” dell’avventura di vivere.
Ciò nonostante, non viene meno la funzione della poesia come indagatrice su questa condizione dell’uomo novecentesco, assumendo il valore di una sorta di “testimonianza” (è questo, ad esempio il messaggio affidato al Piccolo testamento).
Pur senza speranza resta intatta, in lui una vigile fiducia nella ragione, che costituisce il legame più profondo riconoscibile nella collaborazione dell’autore con Gobetti, anche quando sa che l’indagine potrà solo sottolineare i dubbi, i limiti, le assenze e le contraddizioni della sua esistenza.
Lo stile
Nel corso di tutta la sua opera letteraria, Montale resta fedele ad una nozione di stile che si identifica con la lucidità della ragione e con la dignità dell’uomo. Egli non rifiuta l’uso del verso libero, ma concede ampio spazio ai metri tradizionali e in particolare reintroduce l’uso del verso endecasillabo sciolto che era stato completamente abbandonato nel corso degli anni.
Anche le strofe tendono a disporsi secondo corrispondenze regolari. Frequente è l’uso delle quartine all’adozione dell’istituto canonico della rima, accompagnata dalle rime al mezzo e dalle assonanze. Anche il linguaggio comune, con cui Montale nomina i suoi “oggetti”, può facilmente elevarsi, accogliendo termini più rari e ricercati, che donano una rilevante preziosità letteraria. In sostanza, la sua è una scelta plurilinguistica, che nuovamente lo ricollega a Dante e che lo oppone ancora una volta ad Ungaretti, essenzialmente monolinguista di derivazione petrarchesca e leopardiana.
E’ riconoscibilmente deducibile che la ricerca di Montale verso un rigore e verso un equilibrio, è strettamente connessa all’esigenza di un controllo da parte dell’intelligenza contro l’irruzione del caos. Ma le infrazioni dell’ordine sono numerosissime, quasi a sottolineare la precarietà dell’equilibrio raggiunto.
Le opere
Ossi di Seppia
Questa prima raccolta, comprende le liriche montaliane composte a partire dal 1916. La prima edizione apparve nel 1925, mentre quella definitiva è del 1942.
Gli “ossi di seppia”, che danno il titolo all’intera opera, simboleggiano l’aridità dell’intero universo montaliano. Essi possono galleggiare felicemente nel mare, simbolo della felicità, oppure essere condotti sulla spiaggia come dei relitti. La prima possibilità risulta sempre più difficile da attuarsi; tende ad imporsi, invece la seconda situazione: come l’“osso di seppia” gettato sulla terra, il poeta è esiliato dal mare, escluso dalla natura e dalla felicità. I due simboli dominanti sono, dunque, il mare e la terra. Il primo, che attrae e respinge, è il luogo dell’indifferenziato, della beatitudine naturale e della libertà. La seconda, è la sede della privazione, dell’esilio, del rapporto sociale e del sacrificio. La terra è il luogo-emblema dei limiti della condizione umana. Per una verifica esteriore, basta guardarsi intorno per scoprire il “male di vivere”. Nelle liriche vi è un ripensamento all’incanto dei paesaggi dell’infanzia e dell’adolescenza contrapposto al disincanto di quelli della maturità. E’ una contrapposizione tra la pienezza di un rapporto solido ed organico dell’uomo con il cosmo ed una condizione di spaesamento e di frammentazione che ora investe non solo la realtà oggettiva ma anche quella soggettiva. L’anima è, in tal modo, ritratta “divisa” ed “informe”. All’uomo non resta che accettare “senza viltà” la vita su una terra desolata e su un universo disgregato e franante.
Le liriche risultano circoscritte nelle linee di paesaggi che appartengono per lo più alla Liguria. Essi sono nudi, aridi, desertici, poveri di colori, rocciosi e sempre bruciati da un sole implacabile che ne rende quasi allucinati e irreali i contorni, caricandoli di valenze metafisiche ed esistenziali. Il poeta ne spia le forme e si sofferma ad ascoltarne le voci con un atteggiamento attonito e meditativo. Ogni paesaggio è scrutato dall’autore nel suo aspetto fisico e metafisico, nel suo essere cosa materiale e al tempo stesso essere simbolo della condizione umana di dolore e di ansia. Montale vede nel mare il simbolo della sua ansia svuotarsi d’ogni peso, liberarsi dalla vergogna e dalla miseria. Sussiste, tuttavia, un segreto per tutte le cose, le quali costantemente rinviano soltanto a vicende di vita o di morte, di gioia o di dolore che ritorna sempre chiudendosi su se stessa, liberando soltanto una fragile speranza di felicità. Neppure la memoria, oscurata e cancellata dall’inesorabile scorrere del tempo, riesce a dare conforto all’autore (Non recidere, forbice, quel volto).
Il linguaggio è aspro ed essenziale, con un tono discorsivo e colloquiale. A questo proposito Montale sceglie, appunto, di “torcere il collo” all’eloquenza, magari a rischio di una “controeloquenza”: è la scelta di uno stile aspro e arido che vorrebbe aderire alla realtà delle cose al di là dell’inganno delle convenzioni linguistiche. Tuttavia, nell’opera si incontrano momenti di alti e bassi e contrasti tra toni colloquiali e toni aulici. Questo doppio registro giunge all’apice nelle poesie degli anni più maturi in cui il Montale fisico e metafisico, il poeta realistico e impressionistico e quello astratto, pervengono ad una sintesi più elevata. Anche la metrica subisce un’evoluzione. Infatti, mentre nelle prime poesie l’autore sfrutta ironicamente i ritmi tradizionali, nelle successive assistiamo ad un recupero in chiave moderna della tradizione (alternarsi tra versi endecasillabi e settenari).
Dopo un’introduzione intitolata In Limite, che racchiude il messaggio dell’opera, Ossi di Seppia risulta articolata in sette sezioni che hanno tutte un titolo proprio:
• Movimenti, che raccoglie le poesie più antiche, è una sezione tutta giocata sull’opposizione tra marenatura infanzia e terracittàmaturità;
• Poesie per Camillo Sbarbaro, dal quale deduce la poetica dell’uomo fallito, esiliato e abbandonato;
• Sarcofaghi, di influsso foscoliano e leopardiano;
• Altri versi;
• Ossi di Seppia, 22 liriche brevi in cui viene attuata definitivamente la nuova poesia metafisica di Montale e che costituiscono il corpo vero e proprio dell’opera. In esse domina il motivo dell’“osso di seppia” abbandonato e della frantumazione dell’equilibrio tra l’uomo e la natura. Di qui la disarticolazione della realtà, che si riduce a un folto, un ingorgo di oggetti (Contini). Resta solo, come riscatto dalla depressione, la possibilità della lucida e “Divina Indifferenza”. Per questo il messaggio del poeta non può essere negativo: "codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo" (Non chiederci la parola). Sul piano formale questa sezione è abbastanza unitaria e comprende soltanto testi brevi;
• Mediterraneo: questa sezione consiste in un poemetto unitario interamente ispirato al mare. Esso è articolato in nove momenti: i primi tre cantano il mare come “patria sognata” e come “paese incorrotto”, mentre gli ultimi registrano il triste distacco da esso;
• Meriggi e ombre, scritta durante gli anni fascisti, questa è la sezione che comprende i testi di più alto impegno intellettuale. Non casualmente, essa esordisce con un testo intitolato Fine dell’infanzia e termina con Incontro, nel quale l’io lirico accetta definitivamente il proprio destino di sconfitta e di discesa verso il nulla, chiedendo, però, di poter avere almeno la possibilità di affrontare questa situazione con dignità e <<senza viltà>>. Questi ultimi componimenti esplicitamente anticipano l’opera successiva di Montale: Le Occasioni.
A proposito di Ossi di Seppia Montale rilasciò la seguente dichiarazione:
<<Ubbidii ad un bisogno di espressione musicale. Volevo che la mia parola fosse più aderente di quella degli altri poeti che avevo conosciuto. Più aderente a cosa? Mi pareva di vivere sotto una campana di vetro, eppure sentivo di essere vicino a qualcosa di essenziale. Un velo sottile, un filo appena mi separava dal quid definitivo. L’espressione assoluto sarebbe stata la rottura di quel velo, di quel filo: un’esplosione, la fine dell’inganno del mondo come rappresentazione. Ma questo era un limite irraggiungibile. E la mia volontà di aderenza restava musicale, istintiva non programmatica>>.
Le Occasioni
Il secondo capolavoro di Montale, Le Occasioni, comprende i testi poetici composti tra il 1926 ed il 1940. La prima edizione esce a Torino nel 1939 ed è seguita da quella definitiva del 1940.
Il titolo allude all’accadere di eventi cui è attribuito un particolare rilievo, in quanto potrebbero mutare il corso uniforme e monotono dell’esistenza. Ma il miracolo non può accadere per il poeta che decide di affidare ad altri, ed in particolare a delle enigmatiche figure femminili, la sua esile speranza. Se negli Ossi di Seppia la poesia montaliana era per lo più risolta nel rapporto tra il poeta e la natura, adesso abbraccia orizzonti più ampi. Tuttavia, nell’ampliarsi delle relazioni, gli elementari simboli di una vita gioiosa vedono offuscare la loro luce. Si approfondisce il solco che la memoria scava tra i momenti di un passato felice ed un presente sempre più vuoto e smarrito. Il bramato “varco” della speranza appare sempre più lontano, mentre la mente viene aggredita da fantasmi paurosi, da immagini allucinate e da presagi di morte. Questo passaggio dal mondo delle cose ad una dimensione simbolica della memoria, approda in un’ansia metafisica che sarà sempre presente, in seguito, nella produzione montaliana.
Questa nuova opera riflette esplicitamente una situazione storica ormai mutata rispetto a quella degli Ossi di Seppia. L’utopia ed il moralismo gobbettiano non trovano più spazio in una società corrosa dal fascismo e dalla guerra che allontana i letterati dal contatto con il pubblico.
Nelle Occasioni, la donna-angelo Clizia assume le funzioni di una salvifica Beatrice dantesca: le sue apparizioni, che si accompagnano a bagliori e a manifestazioni di luminoso splendore, sembrano poter salvare non solo l’autore, ma l’intera società umana. In assenza i Clizia il soggetto appare frustrato e sconfitto, ridotto ad una povera ed impotente pedina sulla scacchiera della storia.
La nuova situazione storica da cui deriva una nuova concezione della figura dell’intellettuale, provocano un cambiamento di poetica. Lo stile si innalza e si purifica. Prevale un monolinguismo di matrice petrarchesca accompagnato da infiltrazioni allegoriche di derivazione dantesca. Si torna ad una metrica tradizionale, fondata sull’endecasillabo e all’atteggiamento, proprio del poeta lirico, che si rivolge al “tu” della donna amata. Inoltre, Montale subisce fortemente l’influenza della cultura angloamericana e di quella francese. Ricordiamo Eliot, Blake, Hopkins, Valery e Baudelaire.
Come in Ossi di Seppia, dopo l’introduzione Il Balcone, l’opera risulta divisa in quattro sezioni, ciascuna numerata con una cifra romana:
• La prima sezione è una sorta di ideale diario di viaggio in cui compaiono complessi personaggi femminili (Gerti, Liuba, Dora Markus), inseriti ancora nell’ambito di paesaggi;
• La seconda sezione è intitolata Mottetti e corrisponde a quella di Ossi di Seppia del primo libro. I 20 Mottetti richiamano alla luce delle forme musicali di origini francesi risalenti al XVIII secolo. Si tratta di brevi componimenti che solitamente si concludono con delle frasi sentenziose. Essi sono dedicati per lo più a Clizia, all sua lontananza e all’attesa del suo ritorno. Inoltre in essi il poeta risalta anche il recupero della memoria e la negatività del presente;
• La terza sezione è rappresentata da un poemetto unitario intitolato Tempi di Bellosguardo nel quale viene trattata la crisi della civiltà letteraria, travolta dalla violenza della storia;
• La quarta sezione, sempre in analogia con gli Ossi di Seppia, comprende le poesie più complesse ed elaborate. In essa domina l’immagine dell’interno, della casa, dello studio, in opposizione all’immagine di un esterno minaccioso rappresentato dalla città, dal fascismo e dalla guerra.
La bufera ed altro
E’ la raccolta nella quale culmina e nello stesso tempo si esaurisce questa fase della ricerca montaliana.
Essa comprende la liriche scritte tra il 1940 e il 1954 e venne pubblicata nel 1956. E’ il libro più ricco e più maturo, ma anche il più drammatico che Montale abbia mai scritto nel corso della sua attività.
Il titolo allude allo sconvolgimento della guerra che reca una tragica e decisiva conferma al pessimismo montaliano nei confronti della storia. Montale, tuttavia non isola e non privilegia questo avvenimento per ricavarne una lezione o per modificare la sua concezione di poesia, ma sosterrà , invece, che la guerra ha costituito un’esperienza tragica e terribile ma essa è pur sempre stata un avvenimento, tra i tanti che segnano comunque il destino dell’uomo.
Ne La Bufera ed altro, la condizione esistenziale diviene fatto storico. Il male si manifesta in tutto il suo inarrestabile dilagare <<or che la lotta / dei viventi più infuria>> ed ora che gli uomini sono immersi <<nella tortura e nei lamenti>>. Come in un banchetto cannibalesco preparato per la divinità mitica e mostruosa della guerra, si consuma l’olocausto e lo sterminio di milioni di persone. La sfiducia nella storia, porterà Montale a non credere più nella speranza di salvezza al punto che il “male di vivere”, osservato con il distacco di un’amara ironia, resterà la cifra più vera dell’esistenza.
La simbologia degli oggetti si fa oscura e indecifrabile: l’oggetto diventa una sorta di “talismano” cui è affidato il compito di mediare all’interno del rapporto tra il mondo sensibile e l’inconoscibile. E’ una scelta superstiziosa che costituisce emblematicamente il disperato tentativo di esorcizzare le forze crudeli e nemiche del reale, opponendo loro una barriera tanto debole quanto inconsistente.
Al “tu” di un generico interlocutore si sostituisce sl presenza della figura femminile, che diventa il destinatario privilegiato all’interno del contesto. Le donne però, non a caso, vengono cantate soltanto dopo la loro scomparsa, quasi a giustificare come l’assenza diventi la condizione necessaria per sostenere una duplice natura, umana e divina, che offra al poeta una guida verso la salvezza. Queste donne hanno le stesse funzioni di Beatrice, nell’opera dantesca. Ma per Montale non esiste una spiegazione per la natura ultraterrena che dia un senso al rapporto tra l’uomo e la realtà. Né la storia né la religione possono offrire certezze il paradiso è un’ipotesi remota.
Sul piano stilistico si afferma un rigoroso monostilismo, mentre su quello linguistico assistiamo all’abbandono del monolinguismo adoperato nelle Occasioni e alla scelta di un pluringuismo ricco ed elaborato.
Quest’opera è divisa in sette sezioni:
• Finisterre
• Dopo
• Intermezzo
• Flashes e dediche
• Silvae
• Madrigali privati
• Conclusioni provvisorie
A proposito di quest’opera, Montale rilasciò la seguente dichiarazione:
<<L’argomento della mia poesia (e credo possibile di ogni poesia) è la condizione umana in sé considerata; non questo o quell’avvenimento(…). Non sono stato indifferente a quanto accaduto negli ultimi trent’anni; ma non posso dire che se i fatti fossero stati diversi anche la mia poesia avrebbe avuto un volto totalmente diverso(…). Avendo sentito sin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia>>.
Satura
Nel 1971 Montale pubblica il libro di versi Satura che comprende le liriche scritte dal 1962 al 1970 che rappresenta una svolta decisiva nella vita e nella poetica dell’autore. La vecchiaia distacca il poeta dagli avvenimenti e lo conduce verso atteggiamenti più pacati, forse nella definitiva constatazione dell’inautenticità cui l’uomo è condannato.
Le poesie vere e proprie di Satura rappresentano il rovescio delle precedenti raccolte. I contenuti restano legati al piano della storia, nei confronti della quale Montale conferma e accentua il suo pessimismo. Ma l’obiettivo polemico è costituito dal presente, dalle aberrazioni di quella società dei consumi che, nella sua corsa verso il benessere, ha perso non solo i propri valori fondamentali, ma anche qualsiasi forma di credibilità. Nella società del “trionfo della spazzatura” (così la definì Montale), nel quale è l’insignificanza a dominare, non è più possibile distinguere valore e disvalore, alto e basso.
Le tematiche di questa raccolta sono varie e comprendono non solo ricordi e riflessioni sulla morte (soprattutto a proposito della scomparsa prematura della moglie) e anche su spunti di cronaca e di attualità, ma troviamo anche il sarcasmo, l’ironia, la satira, la parodia e talvolta l’autoparodia.
In tal modo il titolo latino “Satura” non allude solo agli aspetti di satira politica e culturale, ma rinvia anche alla varietà e alla mescolanza dei temi e degli argomenti spesso suggeriti dalla realtà vera e propria. Nei confronti di queste manifestazioni, Montale conserva un atteggiamento di freddo distacco, che si risolve in duri giudizi di condanna. La satira si risolve così in una sottile ironia, che si fa impietosa e sprezzante, raggiungendo le punte di un feroce sarcasmo.
Accanto al motivo della morte della moglie, da cui nascono le poesie più sofferte e commosse, un altro tema dominante è quello di vivere dopo la catastrofe, dopo un’alluvione che ha sommerso tutti i valori del passato. A causa di tale cataclisma, sono scomparse la contraddizioni ed è tramontata qualsiasi percezione del passato e del futuro.
Anche lo stile e il linguaggio variano nel corso dell’opera. Da un lato vengono recuperati il plurilinguismo de La bufera ed altro e l’elemento prosastico degli Ossi di Seppia. Ma da un altro, l’autocoscienza e il rifiuto di vivere nel corso dell’epoca della prosa, come afferma lo stesso autore, <<Apparentemente tende alla prosa e nello stesso tempo la rifiuta>>. Vengono così utilizzate le forme dell’epigramma, dell’aforisma, del racconto, della filastrocca, della battuta, del motto di spirito e della satira, dai quali emerge tutta l’insensatezza del mondo contemporaneo.
La struttura del nuovo libro non è più romanzesca e non è volta a comunicare un messaggio propositivo. Essa si limita a raggruppare i testi in base alle tematiche e alle tonalità espressive.
L’opera risulta così divisa in quattro sezioni:
• “Xenia I” e “Xenia II”, composte di 14 testi ciascuna, sono dedicate alla moglie morta. Queste due sezioni vennero pubblicate in anticipo rispetto a tutta l’opera. Il termine “xenia” vuole indicare, in latino, i doni inviati ad un amico che è stato nostro ospite. Analogamente, in questo caso, il titolo allude a delle offerte votive alla moglie morta. Mosca (pseudonimo della moglie) è celebrata per la sua vitalità e per il fatto di aver capito che la contraddizioni e dualismi inventati dagli uomini sono falsi. Inoltre Mosca ha insegnato al poeta non solo a sopravvivere ma anche a difendersi attraverso l’ironia e il sarcasmo.
• “Satura I” e “Satura II”, in cui prevalgono temi satirici, polemici, ludici e parodici.

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