Montale e il regime fascista, la sua concezione pessimistica dell’uomo


Montale non ebbe mai buoni rapporti con il regime fascista. Fu, uno dei pochi intellettuali italiani a sottoscrivere il documento di Benedetto Croce in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti scritto da Giovanni Gentile nel 1925. inoltre era la stessa concezione della vita come “male di vivere” a non conciliarsi con la concezione fascista incentrata sul vitalismo e sul “perbenismo” della borghesia italiana. Insomma la condizione esistenziale di Montale non era per nulla conciliabile con la retorica fascista.
Da ricordare che nel 1938 il regime fascista privò Montale della direzione della biblioteca del Gabinetto scientifico-letterario “Vieusseux” di Firenze, in quanto il poeta non era iscritto al partito fascista. Durante il secondo conflitto mondiale, Montale partecipò anche alla guerra di liberazione e nel 1945 s’iscrisse al Partito d’azione.
Alcuni critici hanno accostato Montale e Leopardi per la concezione pessimistica dell’uomo. Si può concordare nel definire il pessimismo di Montale altrettanto netto e senza rimedio quanto quello del Leopardi. Il tormento del vivere è accentuato, per Montale, dalla consapevolezza di una realtà che si presenta incomprensibile, una sorta di “nulla” leopardiano in cui l’uomo appare come sperduto. Tuttavia, a differenziare il pessimismo montaliano da quello di Leopardi, interviene il ricorso del poeta ligure al simbolismo, soprattutto del paesaggio ligure, che caratterizza il suo linguaggio poetico.
Nella coscienza del vuoto e della negatività della vita, Montale mette a nudo il dramma di una condizione umana che è senza alcuna possibilità di riscatto, una condizione di profonda lacerazione nella sua sofferenza: non c’è, in una realtà che all’uomo resta impenetrabile, alcun varco, alcuno spiraglio di luce. Anche per Leopardi non c’è alcuna possibilità di liberazione dal dominio delle leggi di necessità che impediscono all’uomo di affermare la propria libertà. Tuttavia, per quanto riguarda Leopardi, la ragione, che rende gli uomini consapevoli della loro dolorosa condizione, può indurre gli stessi ad accettare la sofferenza a testa alta, senza illusioni o smarrimenti, nella ricerca di una solidarietà, nella costituzione di una “social catena” che li affratelli nella resistenza al comune nemico che è la natura: è questo il messaggio de La ginestra, che contiene l’auspicio dell’unico progresso possibile, quello di una nuova solidarietà, senza alcuna connotazione politica o ideologica.
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