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Analisi Meriggiare, Non chiederci la parola, Ossi di seppia

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Questa è la reazione del poeta ligure Eugenio Montale, premio Nobel per la letteratura nel 1975, alla desolazione conseguente alla Prima Guerra Mondiale e alla difficile situazione esistenziale del suo tempo.
Montale dedica tutta la sua opera poetica all’espressione del bisogno di armonia pur senza percepirne un minimo segno nella realtà in cui vive. Egli dichiara: “Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia”.

In effetti Montale si era trovato fin dalla nascita in un ambiente storico triste e disordinato in cui le guerre mondiali e la situazione sociale ad esse correlate non favorivano certo il benessere dell’individuo. La condizione umana è percepita da Montale come una condizione di infelicità, di disarmonia, di in autenticità, di “male di vivere”, di “vita strozzata”, di separazione della vera vita che sfugge. A questa condizione si oppone però il desiderio di una vita felice, pienamente vissuta e realizzata, armonicamente fusa con la natura e con tutto il reale.
Montale si sente vicino al “quid rivelatore e liberatore” cercato per tutta l’esistenza. A tale condizione alludono celebri metafore: “il varco”, la “smagliatura nella rete”, il “fantasma che può salvare”, lo “sbaglio di natura”, l’”anello che non tiene”. Montale non rinuncia all’idea che la vita “deve, in qualche modo, avere un significato” e la sua poesia è una ricerca ininterrotta di quell’armonia, di quel significato che perennemente sfugge. Eppure Montale non riuscirà mai a svellere le proprie radici e a liberarsi dal male di vivere e se la condizione umana è quella desolata disarmonia col mondo che Montale subito percepisce, la poesia, lungi dal poter dare risposte certe e definitive dovrà farsi veicolo immediato di essa e pronunciare al massimo “qualche stolta sillaba e secca come un ramo”.
Armonia e disarmonia in Ossi di seppia
Disarmonia, angoscia, male di vivere in un paesaggio scabro: questi sono i temi essenziali di “Ossi di Seppia”. In questa raccolta la poesia di Montale oppone la ricerca di sonorità aspre per incidere nettamente i contorni materiali degli oggetti ed esprimere la disarmonia del vivere; alla lingua preziosa e selettiva oppone un lessico che attinge a tutti i registri linguistici nello sforzo di definire ogni singola situazione poetica con la massima aderenza. Così, nei suoi versi, non incontriamo generici “uccelli”, ma balestrucci, coturnici, galli cedroni, non una “nave”, ma una petroliera, non un “cane” ma un Berlington.
Quindi due sono i temi fondamentali della raccolta: la concezione della vita umana, che è vista come qualcosa di assurdo (Meriggiare pallido e assorto) e la rinuncia da parte del poeta a capire la realtà che circonda l’uomo (Non chiederci la parola).
Si deve parlare quindi per la raccolta non di asprezza di parole e di sfondi, ma di sentimenti; a tutto ciò e alla visione che il poeta ha del mondo corrisponde lo stesso titolo della raccolta, nella quale, accanto al tema della desolazione e del mistero osserviamo anche i motivi del mare, armonia e “grazia”.
Al rinnovamento del metodo descrittivo, che si basa su lunghe scene di immagini che vengono ricomposte in una superiore armonia, si unisce il nuovo stato d’animo del poeta, il quale si libera dalla sua desolazione e si volge spesso ai suoi ricordi (Corno inglese).
Si propone ora di analizzare tre delle più significative poesie tratte da Ossi di Seppia: “Meriggiare”, “Non chiederci la parola”, “Corno inglese”.

MERIGGIARE
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Metrica: tre quartine e una strofa di cinque versi comprendenti endecasillabi, decasillabi e novenari. La prima e la terza strofa sono in rima baciata (AABB), la seconda in rima alternata con v.7 ipermetro (CDCD), ultima strofa con rima alternata e consonanze, ad eccezione del v. 15 irrelato.
Meriggiare è uno dei primi componimenti di Montale. Vi compare il motivo predominante della raccolta, quello del paesaggio arido e scarnificato. L’immagine è quella di un orto battuto dal sole, nelle ore più calde del giorno, un luogo come sospeso in un’eternità senza tempo, fermato in una fissità che lo assolutezza. Il poeta stesso, assorto in questo spazio chiuso, gravato dalla calura, quasi scompare in esso, diventando un’entità impersonale, indeterminata, come suggerisce l’uso dell’infinito ripetuto nelle quattro strofe in posizione metrica forte.
L’orto assume la fisionomia di un paesaggio desertico e ostile, dove tuttavia sopravvivono delle umili forme di vita: i pruni, gli sterpi, i merli, i serpi, le formiche, le cicale.
Il poeta è teso ad ascoltarne i secchi rumori e a spiarne i rapidi e improvvisi movimenti, ma sono voci, movimenti lontani, che non turbano il silenzio e l’immobilità in cui sono immersi. Montale si limita a registrare quasi in una sorta di elenco queste dimesse, ma inquietanti presenze che non rimandano ad altro che a se stesse, con un linguaggio preciso, quasi tecnico (minuscole biche, schiocchi di merli, tremuli scricchi di cicale). Registra le percezioni visive e uditive che riceve attraverso immagini sinestetiche e la fitta trama musicale che percorre tutto il componimento, affidato alle allitterazioni delle consonanti liquida /r/ e sibilante /s/ in unione con altre consonanti, alle assonanze interne ai versi (merli/serpi, pruni/frusci/aguzzi, file/formiche, sentire/triste) e alle rime (abbaglia/meraviglia/travaglio/muraglia/bottiglia).
Lo sguardo del poeta poi si allarga,spostandosi dal basso verso l’alto, dalle crepe del suolo ai calvi picchi, fino al “sole che abbaglia” ed impedisce di vedere oltre.
E’ il limite della conoscenza: verso il poeta che spia la natura, questa resta chiusa, indifferente, ed egli non arriva a capire, può solo “sentire” che la vita è un “seguitare una muraglia che ha in cima cozzi aguzzi di bottiglia”.
Eppure non è questo il significato che il poeta vuole dare alla poesia: tutto è metafora, e gli oggetti si caricano di un nuovo senso, trasformandosi in un emblema di un’esistenza desolata. Le formiche rosse sono in realtà l’oggetto della paradossale condizione umana, il loro instancabile, quasi caotico e insensato lavoro in condizioni così sfavorevoli pare tradurre il monotono travaglio quotidiano, il vano affaccendarsi dell’uomo nella società di massa. Il poeta giunge così a una “triste meraviglia”.
La sua meravigliosa e triste sensazione si traduce ancora in immagini di oggetti concreti comuni, in cui il piano metaforico si fa esplicito: la “muraglia” è l’emblema della prigione della vita umana, i “cocci aguzzi di bottiglia” delle sue sofferenze e difficoltà. Nella poesia si trovano corrispondenze e richiami tra il paesaggio reale nelle prime tre quartine e quello metaforico dell’ultima strofa. La muraglia del penultimo verso riprende il rovente muro d’orto del secondo, i cocci aguzzi di bottiglia sono i pruni spinosi di questo paesaggio figurato e si contrappongono alle scaglie di mare, quasi l’unico spiraglio di vita, ma lontano, escluso del muro dell’orto.
Si notano anche corrispondenze con altri poeti precedenti a Montale; il “muro d’orto” ricorda la siepe dell’ Infinito di Leopardi, ma qui è un ostacolo che impedisce anche il piacere dell’immaginazione, che preclude lo sguardo verso ogni possibilità di salvezza, ogni speranza. Rispetto a Leopardi, Montale rinuncia alle protesta, alla ribellione, rimane in una condizione di perplessità, di disorientamento e d’impotenza, pur cercando sempre qualcosa di positivo che identifica talvolta nelle “scaglie di mare”.
Si avvertono anche echi del panismo di D’Annunzio già dal titolo, che richiama il “Meriggio di Alcione”, ma non c’è più quella inebriante e vitalistica identificazione; non è più:”il mio nome è meriggio”, ma il “Meriggiare”, un’esistenza disseccata come quella dell’orto.
In conclusione questa poesia è l’immagine della disarmonia della realtà del mondo. Il muro contemplato non si può scavalcare, il Paradiso è irraggiungibile.

NON CHIEDERCI LA PAROLA
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Metrica: Si tratta di tre quartine di vario metro, composte da endecasillabi (versi 3, 4, 8,11,12) e alessandrini (2,10). Le rime si presentano con lo schema: ABBA CDDC EFEF (la rima DD è ipermetra).
Anche nel componimento poetico “Non chiederci la parola” il poeta si confronta con l’impossibilità di trovare risposte definitive all’eterno male dell’uomo. Montale si rivolge a un ipotetico interlocutore che corrisponde al lettore dei suoi versi. Il poeta usa per se stesso la prima persona plurale, coinvolgendo anche gli altri poeti e in generale la poesia.
La parola di cui dispone il poeta non è in grado di definire la natura dell’uomo e di rivelarne i rapporti con la realtà. Il concetto esposto nella prima quartina, viene presentato attraverso l’incerta immagine di un “animo informe” che non può essere “squadrato”; poi si materializza nell’immagine di un croco il cui splendore, allontanato e offuscato era già rifiutato dalla negazione con la quale inizia il componimento. Il “polveroso prato” introduce il tema caratteristico degli Ossi di seppia: quello dell’aridità assunto come correlativo oggetto di una desolata condizione esistenziale.
La quartina centrale collega e unisce la prima e l’ultima. L’interiezione di apertura rappresenta una totale e polemica estraneità nei confronti dell’uomo deciso e sicuro, in pace con se stesso e con gli altri. L’uomo di cui sopra è l’immagine del conformista, appagato e integrato nel mondo in cui vive a differenza del poeta e dei suoi lettori; egli non si pone domande e non si preoccupa della sua “ombra”, simbolo del mistero e della precarietà del reale dello stesso animo umano.
I riferimenti del paesaggio indicano l’esistenza di una realtà che vive in se stessa nei suoi contorni aspri e duri, ma non può divenire fonte di consolazione per il poeta, risultando piuttosto il correlativo di un mondo estraneo e scuro, impenetrabile e chiuso.
Il distico finale esprime con estrema lucidità una condizione di un’esistenza priva di certezze e di valori alternativi. In questo testo le rime sono costanti, ma non garantiscono un sistema di chiusura perfettamente compiuto, lasciando qualche apertura (amico/canicola).
Gli ultimi due versi di ogni strofa hanno il ritmo e la misura dell’endecasillabo. Diverse le misure dei versi iniziali: più lunghi nella prima e terza strofa, come se assecondassero la faticosa articolazione del pensiero; più brevemente, nella seconda, quasi per rendere la sicurezza della figura che rappresentano, ma anche, si direbbe, per sbrigarsene più rapidamente in quanto estranea all’universo concettuale del poeta. L’intensità coloristica della rima baciata fuoco/croco sottolinea la negatività conoscitiva che non porta nessuna speranza.

CORNO INGLESE
Il vento che stasera suona attento
- ricorda un forte scotere di lame -
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l'orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D'alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell'ora che lenta s'annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.
Corno inglese è l’unico componimento del primo gruppo di Montale non rinnegato dall’autore. Consapevole delle disarmonie del mondo e della propria inadeguatezza alla vita, Montale affida a Corno inglese il fascino di una poesia impressionistica, capace di delineare in pochi versi immagini intensissime, di stagliarsi nitida e allo stesso tempo evocativa agli occhi della memoria. La prima parte del componimento è caratterizzata da un accumulo di immagini appartenenti all’esperienza concreta dell’autore: il “soffio di vento” scuote i fitti albero traendone suoni fragorosi e metallici; il tramonto accende l’orizzonte, che assume il colore intenso del rame. Il vento scosta a tratti le nuvole, facendo trapelare “strisce di luce”, cioè squarci di azzurro, che nella trasfigurazione poetica tendo a mondi arcani e perfetti come “malchiuse porte” che immettono in “alti Eldoradi”, remoti, ma anche superiori, perfetti, paradisi.
Il mare baluginante per i riflessi del tramonto, getta sulla spiaggia onde spumeggianti, ma l’uomo sembra escluso dall’armonia della natura e la poesia si chiude con il desolato e isolato “cuore”- “scordato strumento”, ad indicare la disarmonia che governa l’esistenza umana. L’uomo non partecipa all’armonia dell’universo e la poesia non è in grado di cogliere il senso delle cose a cui aspirava il poeta.
Dopo il turbinio delle azioni compiute dal vento, elemento vivo e attivo, il cuore rimane inerte e impotente. La “disarmonia” avvertita dall’autore era destinata a non accettare compromessi consolatori.

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