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Eugenio Montale
Se tanti decisero a favore dell'impegno, Montale ha invece sempre proclamato la propria astensione dalla vita e dai fatti politici ; ma si evidenzierà che questo suo volontario presentarsi e definirsi estraneo alla politica e all'impegno civile non è privo di contraddizioni e incoerenze.
Montale dichiarò più volte che l'argomento della sua poesia è la condizione umana in sé considerata ; non questo o quell'avvenimento storico ; ed ecco come parlò del fascismo "Fra questi avvenimenti che oso dire esterni c'è stato [...] il fascismo. Io non sono stato fascista e non ho cantato il fascismo ; ma neanche ho scritto poesie in cui quella pseudo - rivoluzione apparisse osteggiata. Certo, sarebbe stato impossibile pubblicare poesie ostili al regime di allora ; ma il fatto è che non mi sarei provato neppure se il rischio fosse stato minino o nullo". Il poeta, dunque, considerava la poesia completamente autonoma e indipendente dalla vita politica e le assegnava come finalità precipua la trattazione dell'umano in sé. La sua non vuole dunque essere una poesia di impegno civile, ma una poesia 'umana' : "Avendo sentito sin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia".
Di seguito, si dirà che Montale non ebbe un atteggiamento univoco nei confronti del fascismo e della guerra, così come egli stesso voleva. Se, ancora una volta, fa mostra del suo disinteresse per gli avvenimenti del tempo : "Io gli avvenimenti che fra le due guerre mondiali hanno straziato l'umanità li ho vissuti standomene seduto e osservandoli", tuttavia è lo stesso Montale che ammette che le poesie raccolte in Finisterre erano impubblicabili in Italia, in primis, per l'epigrafe iniziale : "I dittatori non hanno occhi per vedere queste grandi meraviglie ; le loro mani non servono a nient'altro che a perseguitarci.” (frase che Montale prende in prestito da Théodore Agrippa D'Aubignè).

Leggendo e analizzando A mia madre, tratto da La bufera e altro (la 'bufera' del titolo allude chiaramente al secondo conflitto mondiale), dove l'accenno alla guerra si colloca all'interno di una tematica molto particolare : la sopravvivenza dei defunti attraverso la nostra memoria.
Montale si rivolge alla madre morta, ponendo in contrapposizione il suo modo di vedere la morte con quello della madre : egli considera il corpo e la fisicità gli unici mezzi per ricordarsi del defunto e, di conseguenza, per continuare a vivere nella mente dei cari ; la madre crede nell'immortalità dell'anima e vede il corpo come un'ombra, che non merita alcuna attenzione. Montale inizia la poesia avvertendo la madre del fatto che il susseguirsi degli eventi storici minaccia la sua memoria : "Ora che il coro delle coturnici ti blandisce nel sonno eterno, rotta felice schiera in fuga verso i clivi vendemmiati nel Mesco, or che la lotta dei viventi più infuria, se tu cedi come un'ombra la spoglia [...] chi ti proteggerà ?"(vv. 1-9).

In questa poesia c’è dunque un rapido accenno alla guerra, definita in termini crudi : è infatti detta lotta dei viventi e il verbo infuria, che Montale le assegna, dà l'idea di qualcosa di non logico e non razionale.
· dal punto di vista sintattico, i lunghi periodi dovrebbero essere di immediata visibilità ; da notare come la sintassi si caratterizzi, nei primi otto versi, per essere ipotattica, e successivamente paratattica. La sintassi è fortemente nominale : basti per tutti, non è una via, solo due mani, un volto,/quelle mani, quel volto, il gesto d'una/vita (vv. 10-12). Questi versi possono costituire anche un'occasione per dire che uno dei tratti che Montale ha in comune con il simbolismo è l'attenzione alla singola parola, come portatrice di significato : i sostantivi sono infatti spesso isolati, messi in rilievo nella loro concretezza.
· dal punto di vista metrico, si dirà che ci troviamo di fronte a due strofe di endecasillabi, ognuna delle quali è seguita da un distico di endecasillabi.
· dal punto di vista ritmico, è una poesia dai versi particolarmente frantumati, e si farà riferimento al fatto che questa 'ritmicità tritata' è un retaggio pascoliano: "chi ti proteggerà ? La strada sgombra/ non è una via, solo due mani, un volto,/quelle mani, quel volto, il gesto d'una/vita (vv.9-12). Ancora, frequentissimi gli enjambements : rotta /felice schiera in fuga verso i clivi /vendemmiati del Meseo, or che la lotta /dei viventi più infuria (vv.2-4).

Si passerà poi ad analizzare un'altra poesia, tratta sempre da La bufera e altro : Gli orecchini (1940). Tale componimento è interessante perché in esso, come in molte poesie della raccolta, la condizione umana non è più in sé considerata, ma è vista in relazione ad un contesto storico in cui essa vive e con cui si rapporta. Per usare le parole dello stesso Montale, sono ripresi i temi delle Occasioni ma sono proiettati "sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione" : le vicende personali sono quindi viste in relazione con le vicende pubbliche e politiche. In questa poesia troviamo una presenza femminile : si tratta di una donna che il poeta conosceva e che è morta ; così, tale componimento può prestarsi molto bene ad illustrare, in Montale, la compresenza di una figura femminile e della guerra.

Il correlativo oggettivo che, in questo caso, è espressione degli stati d'animo di Montale, è uno specchio annerito. In tale specchio non c'è più traccia di persone che in esso si riflettevano (Non serba ombra di voli il nerofumo della spera, vv.1-2). Soprattutto, non vi si specchia più la donna, poiché morta : "E del tuo non è più traccia", (v.2). Una spugna ha scacciato dallo specchio gli orecchini della donna (i barlumi indifesi dal cerchio d'oro, vv. 3-4), suo correlativo oggettivo; la spugna, a sua volta, sembra essere il correlativo oggettivo della guerra. Se precedentemente si è vista nell'attenzione alla singola parola, un elemento comune fra Montale e il simbolismo, è anche vero che Montale si distanzia da esso: in Montale la parola, l'oggetto rimanda con esattezza ad un significato, uno stato d'animo, una persona, mentre nei simbolisti la parola è molto più suggestiva e allusiva.
Il poeta cerca nello specchio, invano, tracce della donna : "Le tue pietre, i coralli, il forte imperio che ti rapisce vi cercavo", (vv.5-6) ; e la sua ricerca non si spinge a nessun'altra donna : egli non desidera che lei : "Fuggo l'iddia che non s'incarna, i desideri porto fin che al tuo lampo non si struggono", (vv.7-8)
Quand'ecco che, improvvisamente, sullo sfondo compare la guerra, anche in questo caso, descritta in maniera molto cruda : "Ronzano elitre fuori, ronza il folle mortorio e sa che due vite non contano"(vv.9-10). Gli avvenimenti privati vengono inquadrati in un contesto storico, appunto, nella seconda guerra mondiale e da essa ne sono schiacciati : la 'bufera' della guerra, nella sua follia e barbarie, inghiotte i destini privati. E un aggettivo, anche questa volta, caratterizza la guerra come irrazionale : folle mortorio.
La sera riporta l'immagine di lei al poeta : la vedrà comparire dal fondo dello specchio, con le sue mani che fermano ai lobi dello orecchie i coralli. Le mani sono definite squallide e travolte (vv.13-14). Il primo aggettivo fa riferimento alla condizione della donna che oramai è un fantasma ; per quanto concerne il secondo, vale a dire travolte, possono essere presentate due interpretazioni : le mani sono, in questo caso, metonimia di tutta la persona, travolta dalla guerra ; oppure l'aggettivo vuole indicare l'atto delle mani, volte per fermare gli orecchini ai lobi.
L'analisi della poesia conduce, dunque, alle seguenti riflessioni : la trattazione dell'umano non può, in Montale, prescindere dagli eventi esterni, come la guerra, perché è da essa condizionato e, spesso, determinato. E così la tematica femminile, in questa poesia, è visibilmente intersecata e intrecciata alle vicende di guerra.
· Dal punto di vista sintattico, anche in questo componimento, ampio spazio è dato ai nomi (Le tue pietre, i coralli, il forte imperio), anche se in questo caso, comunque, il fraseggiare è piuttosto breve : il periodo più lungo, infatti, occupa poco più di due versi. Da notare la sintassi nominale nei versi prima citati "Le tue pietre, i coralli, il forte imperio /che ti rapisce vi cercavo"(vv.5-6), con i sostantivi in posizione iniziale e il verbo che segue. C'è da notare, come eredità dannunziana, l'uso di un sostantivo prezioso 'iddia' (v.7), e anche la presenza di termini sdruccioli ad inizio di verso (Ronzano elitre fuori...., v.9).
· Dal punto di vista metrico, abbiamo dei metri liberi.
· Dal punto di vista ritmico, abbiamo dei versi, per così dire, frammentati in monadi, tesi a dare il massimo spessore e evidenza alla singola parola : il verso, infatti, oltre ad essere bipartito, è anche tripartito : "[...] della spera. (E del tuo non è più traccia,)(v. 2);"Le tue pietre, i coralli, il forte imperio, v. 5 ; "l'iddia che non s'incarna, i desideri"(v. 7) ; " [...]meduse della sera. La tua impronta / verrà di giù : dove ai tuoi lobi squallide" (vv.12-13). L’ analisi proseguirà sul modo con cui Montale inserisce e sviluppa nella sua poesia il tema della guerra con Il sogno del prigioniero, che fa sempre parte della raccolta La bufera e altro.
Nell'analisi della poesia si dirà che chi parla è un prigioniero politico, rinchiuso in una cella. La poesia raccoglie il susseguirsi dei suoi pensieri. Egli inizia descrivendoci cosa sente e percepisce della realtà esterna : il volo degli storni sulle torri di guardia, l'aria fredda, e poi tutta una serie di elementi riconducibili all'edificio in cui è tenuto prigioniero : il capoguardia che lo controlla dallo spioncino, passi nel corridoio e colpi alla porta. Ma ciò che lo preoccupa maggiormente sono dei rumori, che provengono dai sotterranei, e che lasciano presupporre che si stiano svolgendo delle torture :"crac di noci schiacciate, un oleoso/ sfrigolio dalle cave, girarrosti/ veri o supposti" (vv. 6-8). Montale qui descrive le torture come se fossero banchetti di carne umana; da ciò i termini crac di noci schiacciate, oleoso sfrigolio, girarrosti, che, con gli effetti fonici che producono ( crac-sch-sfr-sti ), fanno pensare ad ossa schiacciate e rotte.
L'idea dello sterminio come banchetto di carni umane è formulata, in maniera ancora più esplicita, in seguito : "La purga dura da sempre, senza un perché. /Dicono che chi abiura e sottoscrive/ può salvarsi da questo sterminio d'oche ; /che chi obiurga se stesso, ma tradisce /e vende carne d'altri, afferra il mestolo/anzi che terminare nel paté/destinato agl'Iddii pestilenziali." (vv. 11-17). La carneficina è metaforicamente indicata con le espressioni sterminio d'oche e paté ; e la metafora continua : chi passa dalla parte degli avversari, rinnegando il proprio credo e denunciando gli altri, è detto vendere carne d'altri; ed altri finiranno nel patè, vale a dire, saranno eliminati ; mentre egli, passando dalla parte avversaria, avrà il vantaggio di afferrare il mestolo, cioè, di divenire complice e non vittima. Ancora, alla fine, il prigioniero, che sente passi nel corridoio e colpi alla porta dice di ignorare "se sarò al festino farcitore o farcito". Si vedano anche i versi 24-25, in cui il prigioniero dice di annusare nel vento il bruciaticcio dei buccellati dai forni, dove l'ultima parola rimanda ai forni crematori.
Lo stato d'animo del prigioniero alterna momenti di disperazione ad attimi di speranza. Se talvolta lo sconforto lo porta ad assimilarsi con la tarma che egli stesso schiaccia sul pavimento, la speranza lo fa identificare con i colori cangianti che l'aurora crea in alto sulle torri, gli fa disegnare, con la fantasia, iridi in mezzo alle ragnatele e petali sui tralicci delle inferriate (vv.18-28).
In particolare, la speranza è alimentata da una donna che riesce, almeno in sogno, a mutare completamente la sua condizione di prigioniero: " ma la paglia è oro, la lanterna vinosa è focolare se dormendo mi credo ai tuoi piedi"(vv. 8-10). La presenza femminile viene, quindi, alcune volte, ad essere presente in un componimento che ha sullo sfondo la guerra. E, così come nelle ultime poesie delle Occasioni, anche qui Clizia porta degli spiragli di luce in una situazione che si presenta come disperata.
· Dal punto di vista metrico, il componimento non ha uno schema regolare. Abbiamo uno verso isolato iniziale seguito da tre strofe, caratterizzate prevalentemente da endecasillabi.
· Dal punto di vista sintattico, la prima strofe è caratterizzata da una sintassi quasi esclusivamente nominale. Abbiamo infatti un lungo periodo costituito dall'elencazione di ciò che vede, sente, intuisce il prigioniero, senza che ci sia un verbo reggente. Solo nel periodo successivo, molto più breve, compaiono dei verbi. La seconda strofe presenta un fraseggiare più breve ; ciò non toglie, comunque, che ci sia un periodo di 4 versi (vv.14-17). Nell'ultima strofe torna un lunghissimo periodo di più di 15 versi, seguito da uno di un verso e mezzo.
· Notevole la presenza di termini fono-espressivi (caratteristica basilare della poesia simbolista, che anche Pascoli farà propria), come zigzag, sfrigolio, crac, bruciaticcio).
· Da un punto di vista ritmico, anche qui è presente in divisionismo sintattico e il verso bipartito tipicamente pascoliano. Il più evidente è il verso 7, dove la divisione del verso esplicita un cambiamento di argomento : "girarrosti/veri o supposti - ma la paglia è oro/la lanterna vinosa è focolare/ se dormendo mi credo ai tuoi piedi"(vv.6-10)..
Dopo aver terminato l'analisi, si può sottolineare la preponderanza che il tema della guerra ha in questa poesia rispetto alle altre. Non appena Il sogno del prigioniero apparve, tutti vi videro, oltre ad una denuncia alla guerra, un attacco molto esplicito e crudo agli stermini, eccidi e processi di epurazione che il fascismo e il nazismo operarono. Oggetto di critica da parte di Montale, fu, secondo alcuni, anche lo stalinismo (evincibile, ad esempio, dall'uso del termine purga al verso 11 : "La purga dura da sempre, senza un perché").
Da notare vi è che, in questa poesia, come nelle altre che abbiamo esaminato, la guerra e le sue barbarie sono espresse con un linguaggio molto crudo e spietato : basti, ad esempio, vedere come, in continuazione, gli orrori e gli eccidi sono metaforicamente trasposti in 'banchetti di carni umane'. Se nelle altre poesie la totale irrazionalità della guerra era espressa tramite termini come infuria, folle, ne Il sogno del prigioniero spetta alle numerose e crude metafore metterne a nudo la follia e la insensatezza.
Nel momento in cui Montale diede spiegazioni su questa poesia, associò, ad una interpretazione politica, anche una morale, dicendo : Il mio prigioniero può essere un prigioniero politico ; ma può anche essere un prigioniero della condizione esistenziale. Ambiguità, in questo caso, necessaria alla poesia" . Vale a dire, è giusto esplicitare, ancora una volta, che Montale, in generale, e quindi non solo in questo componimento, ama mantenere una certa ambiguità sul suo modo di concepire la poesia : essa tratta la condizioneumana in sé considerata oppure l'uomo nel rapporto con gli eventi storici ?
Infine, anche ne Il sogno del prigioniero troviamo una presenza femminile, capace di trasfigurare completamente la triste condizione dell’uomo : anche qui la figura femminile viene ad intrecciarsi con le miserie della guerra ; e in questa poesia, la donna riesce, almeno per l'attimo del sogno, a cancellarle. potrà dunque essere creato un collegamento con l'Elegia di Pico Farnese, in cui l'apparizione di Clizia ha una valenza salvifica.
L'ultima poesia che verrà letta ed analizzata è Piccolo testamento, tratto da La bufera e altro . Anche in tale poesia Montale è presente una donna, cui il poeta si rivolge Detto ciò, si può dire che Montale, in un immaginario testamento, lascia alla donna "quest'iride,[...] a testimonianza d'una fede che fu combattuta, d'una speranza che bruciò più lenta di un duro ceppo nel focolare" (vv.8-12). Montale ricorre alla tecnica del 'correlativo oggettivo', nella quale gli oggetti rimandano e sono simbolo di stati d'animo, persone o cose. In questo caso l'iride è simbolo del suo pensiero, della sua ricerca morale, che è indicata, anche prima, con altri 'correlativi oggettivi' : "traccia madreperlacea di lumaca o smeriglio di vetro calpestato" (vv.3-4). Il suo pensiero e la sua ricerca morale si connotano subito, quindi, per essere non certe, stabili, sicure, quanto piuttosto deboli, incerte, precarie : precarietà che bene trasmettono i correlativi oggettivi "traccia madreperlacea di lumaca o smeriglio di vetro calpestato" "iride" e, subito dopo "cipria nello specchietto" (v.13). La sua fede non offre le facili certezze che invece danno la religione cristiana e il credo marxista. Il suo pensiero, che dice alla donna di conservare (Conservane la cipria nello specchietto), non si presenta essere né un'eredità, né un portafortuna, né niente di stabile così da poter reggere all'urto dei monsoni (v. 21), allusione alla guerra e alle vicende politiche del tempo. L'allusione alla guerra compare anche prima, laddove campeggia la contrapposizione fra l'insufficienza del suo pensiero e la violenza di Lucifero : "Conservane la cipria nello specchietto quando spenta ogni lampada la sardana si farà infernale e un ombroso Lucifero scenderà su una prora del Tamigi, dell'Hudson, della Senna scuotendo l'ali di bitume semi-mozze dalla fatica, a dirti : è l'ora."(vv.13-19). Ma le allusioni montaliane concernono, non semplicemente la guerra, ma anche le sue disastrose conseguenze sull'umanità. La fine della seconda guerra mondiale ha infatti portato con sé dei risvolti negativi : la guerra fredda, la repressione totalitaria, l'incubo atomico, che annunciavano per l'uomo una bufera ancora più infernale. Lucifero è quindi immagine di un futuro 'apocalittico' per l'umanità, in cui la violenza degli uomini e delle loro divisioni politiche si scatenerà in un'infernale e demoniaca danza.
Ma verrà sottolineato che la ricerca poetica e morale di Montale, per quanto venga schiacciata dagli orrori e dalla forza infernale della guerra, pur tuttavia si contraddistingue per l'orgoglio e l'umiltà, che non vanno fraintesi con la vigliaccheria, e per un tenue bagliore (v. 29) che non è stato, comunque, effimero come quello di un fiammifero e sarà ben riconoscibile per quanti l'avranno compresa.
· dal punto di vista metrico si farà notare si tratta di versi liberi, tra cui prevale l'endecasillabo ; è tipicamente dannunziano il verso che viene a coincidere con uno o al massimo due termini, teso a dare il massimo spessore alla singola parola (si consideri, ad esempio, che alimenti, al v. 6).
· dal punto di vista sintattico, può essere anche interessante, attraverso un'analisi guidata, far dire che ci troviamo di fronte ad una sintassi fortemente nominale, tipica di Montale, in cui campeggiano i sostantivi (ad esempio, "traccia madreperlacea di lumaca o smeriglio di vetro calpestato", vv.3-4), anche all'inizio del verso e prima del verbo (Solo quest'iride posso lasciarti [...] quando un ombroso Lucifero scenderà su una prora [...]l'orgoglio non era fuga, l'umiltà non era vile, il tenue bagliore strofinato laggiù non era..)
· dal punto di vista ritmico, la sintassi nominale ha come sua conseguenza dei versi frantumanti, rotti, che tendono ad isolare il singolo o i singoli vocaboli ; tra tutti, per esempio : "chierico rosso, o nero",(v. 7, in cui si può anche far notare il sostantivo sdrucciolo all'inizio di verso, alla maniera dannunziana) "semi-mozze dalla fatica, a dirti : è l'ora" (v.19) "Non è un'eredità, un portafortuna" (v.20).

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