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Eugenio Montale - Dissipa tu se lo vuoi

Dissipa tu se lo vuoi
questa debole vita che si lagna,
come la spugna il frego
effimero di una lavagna.
M’attendo di ritornare nel tuo circolo,
s’adempia lo sbandato mio passare.
La mia venuta era testimonianza
di un ordine che in viaggio mi scordai,
giurano fede queste mie parole
a un evento impossibile, e lo ignorano.
Ma sempre che tradii
la tua dolce risacca su le prode
sbigottimento mi prese
quale d’uno scemato di memoria
quando si risovviene del suo paese.
Presa la mia lezione
più che dalla tua gloria
aperta, dall’ansare
che quasi non dà suono
di qualche tuo meriggio desolato,
a te mi rendo in umiltà. Non sono
che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare,
questo, non altro, è il mio significato.

Figure retoriche

- "Dissipa tu se lo vuoi" --> enjambement

- "...questa debole vita che si lagna" -->personificazione

- "..come la spugna il frego" --> similitudine

- "..sbigottimento mi prese" --> anastrofe

- "...quando si risovviene del suo paese" --> allitterazione in S

- "Non sono che favilla d'un tirso" --> metafora

- "...bruciare, questo, non altro, è il mio significato" --> anastrofe

Parafrasi

Elimina tu (Tu è il mare), se vuoi, di questa vita debole che geme come la spugna cancella le scritte effimere su una lavagna. Mi aspetto di ritornare all’interno di te, si compia il mio passaggio sbandato su questa terra.
Il mio arrivo nel mondo era testimonianza di un ordine che mi sono scordato durante il viaggio, queste mie parole giurano fedeltà ad un fatto impossibile, e non sanno qual è.
Ma ogni volta che ho tradito la tua dolce risacca arrivando sulla riva (cioè ogni volta che mi sono staccato da te) sono stato preso da uno stupore come uno smemorato che riacquista la memoria e si ricorda del suo paese.
Ora che ho capito la mia lezione, anche se non è stata la tua gloria ad aprirmi la mente, appresa dall’ansimare silenzioso che ho provato in qualche pomeriggio assolato presso di te, ritorno a te, umilmente. Non sono che la scintilla di un ramo rovente (il tirso è il bastone sacro delle sacerdotesse di Dioniso). Lo so bene: il mio compito è solo bruciare, nient’altro che questo.

Commento

Il poema è tratto dalla raccolta Ossi di Seppia, più precisamente dalla sezione Mediterraneo in cui il poeta si rivolge direttamente al mare, dichiarando il proprio fallimento come essere umano e l’incapacità di portare a termine la sua missione e chiedendogli di riaccoglierlo in sé. Il “male di vivere” si è compiuto definitivamente e il poeta abbandona ogni velleità di comprensione o di vittoria: l’unico suo compito è vivere e bruciare come un ramo. Il ritorno nel grembo dell’elemento che tanto lo ha tormentato e consolato è come un ritorno al padre creatore, una anamnesi, cioè una ricerca delle origini che spieghi i sintomi (Ma sempre che tradii / la tua dolce risacca su le prode / sbigottimento mi prese).

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