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Nel X canto vi è presente il richiamo nostalgico della Firenze precedente all’epoca Dantesca. I personaggi citati hanno quindi la funzione di rievocare quella Firenze, la sua intenzione è quella di mostrare come lui stia incontrando questi personaggi e quindi vuole sottolineare il peggioramento della situazione politica a Firenze imputata al papa e all’imperatore data la crisi dei poteri universali. Le terzine di apertura introducono e preparano il solenne incontro che deve avvenire con l’anima di Farinata degli Uberti, episodio centrale del canto. In questo canto troveremo pure la figura di Cavalcanti de Cavalcante padre di Guido, il quale, essendo un ghibellino viene etichettato come un ateo e quindi collocato qui. Il primo anticlericano è proprio Federico II qui menzionato paragonato addirittura all’anticristo. Inoltre viene ripreso il fatto di Ciacco che dopo il giudizio universale le anime si riuniranno con il corpo e saranno serrate nelle tombe. Non avviene ora perché Dio sta dando la possibilità a Dante di fare il viaggio allo scopo di salvare l’umanità. Dante e Virgilio sono appena entrati nella città di Dite e stanno attraversando una pianura di sepolcri lambiti dalle fiamme e con i coperchi sollevati da cui provengono i lamenti degli eretici collocati appunto nel girone degli epicurei. Gli epicurei appunto non credevano nell’immortalità dell’anima erano quindi gli atei. L’epicureismo fu una corrente filosofica ellenistica che ha come promotore Aristotele che è l’ultimo grande filosofo greco essendo maestro di Alessandro Magno. Nell’epoca Alessandrina si sviluppano nuove scuole epicuree dove si da una risposta laica alla formazione dell’essere umano. Epicuro era un filosofo greco. Per Epicuro, grazie alla filosofia, l’uomo può raggiungere la felicità e liberarsi delle passioni, dal timore della morte e dalla paura degli dèi. L’anima secondo il suo pensiero con la morte del corpo si dissolve, poiché gli atomi che la compongono si separano. Epicuro divenne il primo assertore della materialità dell’anima e della sua morte insieme al corpo. Dai guelfi erano accusati di epicureismo tutti i ghibellini: questo spiega la presenza nelle arche infuocate di Farinata. Inizia qui uno degli incontri più celebri della Commedia, quello con Farinata degli Uberti il quale si presenta prima con la parola e poi con la presenza. Di lui Dante aveva già avuto notizie da Ciacco. Le prime parole di Farinata svelano subito il motivo di interesse che lo spinge a intrattenersi con Dante: poter parlare di Firenze con un concittadino. I tratti sdegnosi di Farinata evidenziano la sua alta statura civile. Farinata è dunque segno si coraggio, di forza d’animo e d’inflessibilità. Farinata è rappresentato come gli spiriti magni nobili del 4 canto con la fronte alta e gli occhi chiusi e composti esteriormente. La raccomandazione di Virgilio è di considerare bene l’abilità di eloqui di Farinata e di non sottovalutare il difficoltoso confronto. Farinata scruta Dante nel tentativo si riconoscerlo perché appartiene a una generazione diversa e lo guarda con “sdegno”. Alla domanda posta da Farinata per sapere i discendenti di Dante quest’ultimo gli risponde dicendo che i suoi antichi erano stati gli Alighieri a quel punto Farinata aprì un po’ gli occhi e gli rispose che essi erano stati suoi onorevoli rivali ma che lui li aveva cacciati ben 2 volte. Dante risponde all’esaltazione delle vittorie fatta da Farinata ridimensionandone la portata e sottolineando il loro carattere di momentaneità. Dante ricorre all’ironia per concludere il discorso a suo favore: i vinti sono stati i ghibellini, incapaci di riprendersi dopo l’ultima cacciata: più ancora gli Uberti che rimasero esclusi dalla patria. All’improvviso accanto a Farinata nella stessa arca degli eretici, appare lo spirito di Cavalcante de Cavalcanti. Vedendo Dante da solo ebbe un dubbio perché a lui sembrava giusto che Guido dovesse trovarsi con Dante, dal momento che entrambi erano stati due luminari a Firenze: uno come filosofo e l’altro come poeta. La risposta di Dante non è di facile interpretazione. Alcuni pensano che “il cui” sia attribuito a Virgilio; Guido, filosofo e uomo di pensiero, ha trascurato Virgilio, simbolo per antonomasia della poesia.

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