Daniele di Daniele
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la novella del Decamerone, Lisabetta da Messina

Lisabetta da Messina è la quinta novella presente nel Decamerone di Boccaccio. La novella, narrata da Filomena, racconta la storia di Lisabetta, giovane fanciulla che vive a Messina con i suoi tre fratelli, i quali sono diventati ricchi subito dopo la morte del padre. La ragazza si innamora del giovane Lorenzo, proveniente da Pisa, il quale si occupava degli affari di tipo economico dei suoi fratelli. Questi ultimi, non appena scoprono dell'innamoramento della sorella nei confronti del giovane pisano, escono con lui e lo uccidono.

Indice

Lisabetta da Messina - Versione alternativa 1
Lisabetta da Messina, parafrasi - Versione alternativa 2

Lisabetta da Messina, analisi - Versione alternativa 3
Lisabetta da Messina, descrizione - Versione alternativa 4

Lisabetta da Messina

Testo: I fratelli dell'Isabetta uccidon l'amante di lei; egli l'apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato. Ella occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di bassilico; e quivi su piagnendo ogni dì per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolore poco appresso

Finita la novella d'Elissa, e alquanto dal re commendata, a Filomena fu imposto che ragionasse; la quale, tutta piena di compassione del misero Gerbino e della sua donna, dopo un pietoso sospiro incominciò.
La mia novella, graziose donne, non sarà di genti di sì alta condizione, come costoro furono de'quali Elissa ha raccontato, ma ella per avventura non sarà men pietosa; e a ricordarmi di quella mi tira Messina poco innanzi ricordata, dove l'accidente avvenne.
Erano adunque in Messina tre giovani fratelli e mercatanti, e assai ricchi uomini rimasi dopo la morte del padre loro, il qual fu da San Gimignano, e avevano una lor sorella chiamata Lisabetta, giovane assai bella e costumata, la quale, che che se ne fosse cagione, ancora maritata non aveano.
E avevano oltre a ciò questi tre fratelli in uno lor fondaco un giovinetto pisano chiamato Lorenzo, che tutti i lor fatti guidava e faceva, il quale, essendo assai bello della persona e leggiadro molto, avendolo più volte l'Isabetta guatato, avvenne che egli le 'ncominciò stranamente a piacere. Di che Lorenzo accortosi e una volta e altra, similmente, lasciati suoi altri innamoramenti di fuori, incominciò a porre l'animo a lei; e sì andò la bisogna che, piacendo l'uno all'altro igualmente, non passò gran tempo che, assicuratisi, fecero di quello che più disiderava ciascuno.

E in questo continuando e avendo insieme assai di buon tempo e di piacere, non seppero sì segretamente fare che una notte, andando l'Isabetta là dove Lorenzo dormiva, che il maggior de'fratelli, senza accorgersene ella, non se ne accorgesse. Il quale, per ciò che savio giovane era, quantunque molto noioso gli fosse a ciò sapere, pur mosso da più onesto consiglio, senza far motto o dir cosa alcuna, varie cose fra sé rivolgendo intorno a questo fatto, infino alla mattina seguente trapassò.
Poi, venuto il giorno, a'suoi fratelli ciò che veduto avea la passata notte dell'Isabetta e di Lorenzo raccontò, e con loro insieme, dopo lungo consiglio, diliberò di questa cosa, acciò che né a loro né alla sirocchia alcuna infamia ne seguisse, di passarsene tacitamente e d'infignersi del tutto d'averne alcuna cosa veduta o saputa infino a tanto che tempo venisse nel qua le essi, senza danno o sconcio di loro, questa vergogna, avanti che più andasse innanzi, si potessero torre dal viso.
E in tal disposizion dimorando, così cianciando e ridendo con Lorenzo come usati erano avvenne che, sembianti faccendo d'andare fuori della città a diletto tutti e tre, seco menarono Lorenzo; e pervenuti in un luogo molto solitario e rimoto, veggendosi il destro, Lorenzo, che di ciò niuna guardia prendeva, uccisono e sotterrarono in guisa che niuna persona se ne accorse. E in Messina tornati dieder voce d'averlo per lor bisogne mandato in alcun luogo; il che leggiermente creduto fu, per ciò che spesse volte eran di mandarlo attorno usati.
Non tornando Lorenzo, e l'Isabetta molto spesso e sollicitamente i fratei domandandone, sì come colei a cui la dimora lunga gravava, avvenne un giorno che, domandandone ella molto instantemente, che l'uno de'fratelli le disse:
- Che vuol dir questo? Che hai tu a fare di Lorenzo, ché tu ne domandi così spesso? Se tu ne domanderai più, noi ti faremo quella risposta che ti si conviene.
Per che la giovane dolente e trista, temendo e non sappiendo che, senza più domandarne si stava, e assai volte la notte pietosamente il chiamava e pregava che ne venisse, e alcuna volta con molte lagrime della sua lunga dimora si doleva e, senza punto rallegrarsi, sempre aspettando si stava.
Avvenne una notte che, avendo costei molto pianto Lorenzo che non tornava, ed essendosi alla fine piagnendo addormentata, Lorenzo l'apparve nel sonno, pallido e tutto rabbuffato e con panni tutti stracciati e fracidi indosso, e parvele che egli dicesse:
- O Lisabetta, tu non mi fai altro che chiamare e della mia lunga dimora t'attristi, e me con le tue lagrime fieramente accusi; e per ciò sappi che io non posso più ritornarci, per ciò che l'ultimo dì che tu mi vedesti i tuoi fratelli m'uccisono.
E disegnatole il luogo dove sotterrato l'aveano, le disse che più nol chiamasse né l'aspettasse, e disparve.
La giovane destatasi, e dando fede alla visione, amaramente pianse. Poi la mattina levata, non avendo ardire di dire al cuna cosa a'fratelli, propose di volere andare al mostrato luogo e di vedere se ciò fosse vero che nel sonno l'era paruto. E avuta la licenza d'andare alquanto fuor della terra a diporto, in compagnia d'una che altra volta con loro era stata e tutti i suoi fatti sapeva, quanto più tosto potè là se n'andò; e tolte via foglie secche che nel luogo erano, dove men dura le parve la terra quivi cavò; né ebbe guari cavato, che ella trovò il corpo del suo misero amante in niuna cosa ancora guasto né corrotto; per che manifestamente conobbe essere stata vera la sua visione. Di che più che altra femina dolorosa, conoscendo che quivi non era da piagnere, se avesse potuto volentieri tutto il corpo n'avrebbe portato per dargli più convenevole sepoltura; ma, veggendo che ciò esser non poteva, con un coltello il meglio che potè gli spiccò dallo 'mbusto la testa, e quella in uno asciugatoio inviluppata e la terra sopra l'altro corpo gittata, messala in grembo alla fante, senza essere stata da alcun veduta, quindi si partì e tornossene a casa sua.
Quivi con questa testa nella sua camera rinchiusasi, sopra essa lungamente e amaramente pianse, tanto che tutta con le sue lagrime la lavò, mille baci dandole in ogni parte. Poi prese un grande e un bel testo, di questi nei quali si pianta la persa o il bassilico, e dentro la vi mise fasciata in un bel drappo, e poi messovi su la terra, su vi piantò parecchi piedi di bellissimo bassilico salernetano, e quegli di niuna altra acqua che o rosata o di fior d'aranci o delle sue lagrime non inaffiava giammai; e per usanza avea preso di sedersi sempre a questo testo vicina, e quello con tutto il suo disidero vagheggiare, sì come quello che il suo Lorenzo teneva nascoso; e poi che molto vagheggiato l'avea, sopr'esso andatasene, cominciava a piagnere, e per lungo spazio, tanto che tutto il bassilico bagnava, piagnea.
Il bassilico, sì per lo lungo e continuo studio, sì per la grassezza della terra procedente dalla testa corrotta che dentro v'era, divenne bellissimo e odorifero molto. E servando la giovane questa maniera del continuo, più volte da'suoi vicini fu veduta. Li quali, maravigliandosi i fratelli della sua guasta bellezza e di ciò che gli occhi le parevano della testa fuggiti, il disser loro:
- Noi ci siamo accorti, che ella ogni dì tiene la cotal maniera.
Il che udendo i fratelli e accorgendosene, avendonela alcuna volta ripresa e non giovando, nascosamente da lei fecer portar via questo testo. Il quale, non ritrovandolo ella, con grandissima instanzia molte volte richiese; e non essendole renduto, non cessando il pianto e le lagrime, infermò, né altro che il testo suo nella infermità domandava.
I giovani si maravigliavan forte di questo addimandare e per ciò vollero vedere che dentro vi fosse; e versata la terra, videro il drappo e in quello la testa non ancor sì consumata che essi alla capellatura crespa non conoscessero lei esser quella di Lorenzo. Di che essi si maravigliaron forte e temettero non questa cosa si risapesse; e sotterrata quella, senza altro dire, cautamente di Messina uscitisi e ordinato come di quindi si ritraessono, se n'andarono a Napoli.
La giovane non restando di piagnere e pure il suo testo addimandando, piagnendo si morì; e così il suo disavventurato amore ebbe termine. Ma poi a certo tempo divenuta questa cosa manifesta a molti, fu alcuno che compuose quel la canzone la quale ancora oggi si canta, cioè:
Quale esso fu lo malo cristiano,
che mi furò la grasta, ecc.

Parafrasi: C’erano a Messina tre giovani fratelli mercanti, i quali dopo la morte del padre originario di S. Giminiano, rimasero molto ricchi. Questi avevano una sorella giovane, bella, costumata ed in età di marito, il suo nome era Elisabetta.
Oltre a questo i tre fratelli possedevano un magazzino il quale era gestito un giovane pisano chiamato Lorenzo bello e leggiadro, per questo Elisabetta incominciò a guardarlo ed a invaghirsi di lui. Accortosi di questo, Lorenzo, lasciò da parte tutti i suoi innamoramenti estranei alla casa e cominciò a pensare a lei, e piacendosi l’un con l’altra, fecero quello che entrambi desideravano di più. Continuando così, avendo insieme piacere e buon tempo, non seppero farlo segretamente tanto che una sera andando Elisabetta dove dormiva Lorenzo, il fratello maggiore li scoprì, senza che loro sene accorsero.
Il fratello maggiore che era giovane e intelligente pensò all’accaduto fino alla mattina seguente senza farne parola con nessuno, anche se questo era per lui molto noioso.
Venuto poi giorno raccontò ai suoi fratelli ciò che aveva veduto la notte precedente e con un lungo consiglio presero una decisione insieme, in modo da evitare infamie sia verso di loro sia verso la sorella, decisero dunque di fingere di non avere visto e sentito nulla, finché non fosse giunto il tempo di togliersi questa vergogna dalla faccia senza danno e disonore.
Mantenendo questo patto e ridendo con Lorenzo come erano soliti fare, successe che facendo finta di andare tutti e tre fuori città, seguirono Lorenzo e arrivati in un luogo solitario e lontano dalla città, colsero l’opportunità per ucciderlo e sotterrarlo di modo che nessuno se ne potesse accorgere.
Quando tornarono a Messina, sparsero la voce di averlo mandato in qualche luogo per fare loro un servizio, il che fu creduto facilmente perché spesso lo mandavano fuori città.
Non vedendo tornare Lorenzo, Elisabetta continuava a chiedere spiegazioni ai fratelli e un giorno chiedendo ad uno di essi con insistenza egli le disse:” Che vuol dire ciò? Che hai a che fare tu con Lorenzo? E come mai chiedi di lui cosi spesso? Se tu non ci chiederai più niente noi ti daremo la risposta che cerchi.”
La giovane dolente e triste non sapendo più cosa fare o dire, non chiese più nulla ai fratelli, ma la notte lo chiamava e pregava perché tornasse, e piangendo per il suo lungo ritardo lo aspettava. Dopo una notte passata a piangere per Lorenzo, egli le apparve nel sonno, pallido e scarmigliato, con i vestiti fradici e stracciati e le parve che le dicesse:” O Elisabetta, tu piangi per il mio ritardo e mi dai la colpa per le tue lacrime, perciò sappi che io non posso più tornare, perché i tuoi fratelli mi hanno ucciso” e indicatole il posto in cui era sotterrato le disse di non chiamarlo più e di non aspettarlo, poi sparì.
La giovane, credendo nella visione, pianse amaramente; poi la mattina seguente disse nulla ai suoi fratelli ma voleva andare nel luogo mostratole da Lorenzo per vedere se ciò che gli era apparso nel sonno era vero. Avuto il permesso di uscire da Messina, in compagnia di una donna che era stata al loro servizio in passato, se ne andò. Tolse le foglie secche che c’erano sul luogo e dove la terra le sembrava più morbida scavò, di li a poco trovò il corpo del suo amante non ancora putrefatto, capì allora che la visione era giusta.
Era addolorata ma sapeva che quello non era ne il tempo ne il luogo adatto per piangere. Non potendo portare con se tutto il corpo per dargli una sepoltura migliore, con un coltello gli tagliò la testa, la mise in un asciugatoio e la mise in braccio alla signora, poi ricoprì il corpo con la terra e senza essere vista partì da quel luogo per casa sua.
Giunta a casa si rinchiuse in camera sua con la testa di Lorenzo e pianse a lungo, tanto da lavarla completamente, e la riempì di mille baci da ogni parte..
Prese poi un bel vaso che si usava per piantarci la maggiorana o il basilico e vi ripose la testa fasciata in un lenzuolo, la ricoprì poi di terra e vi piantò molti semi di basilico salernitano che innaffiava solo con acqua rosata, acqua di fiori d’arancio o con le sue lacrime. Aveva l’abitudine di sedersi vicino al vaso e di fantasticare accanto ad esso; quanto aveva finito piangeva a lungo e in questo modo innaffiava il basilico.
Questo sia per le continue attenzioni che per la terra molto grassa divenne bello e profumato. I vicini notarono Elisabetta durante questo momento, che si ripeteva spesso, sia dal suo strano viso che dai suoi occhi incavati e le dissero:” noi ci siamo accorti che lei ogni giorno fa la stessa cosa”.
I fratelli sentito questo rimproverarono la sorella e le fecero portare via il vaso; la ragazza non lo trovava più e molte volte lo chiese ai suoi fratelli ma essi non glielo ridavano, lei non cessava mai di cercarlo e di piangere chiedendo del vaso.
I fratelli si meravigliarono di queste continue domande e perciò vollero controllare cosa ci fosse nel vaso; svuotarono questo e trovato il lenzuolo lo aprirono e videro la testa non ancora consumata, ma la riconobbero a causa della capigliatura crespa.
Essi rimasero meravigliati da questo e temendo che si sapesse in giro sotterrarono la testa e lasciarono Messina, ritirandosi da ogni attività commerciale, per trasferirsi a Napoli.
La giovane non cessava di piangere e continuava a chiedere del vaso, fu così che morì piangendo e che finì il suo sfortunato amore. Ma poi la faccenda divenne conosciuta da molti e qualcuno compose quella canzone che ancora oggi si canta:” quale fu il male cristiano, che mi rubò il vaso ecc…”

Parafrasi Riassuntiva:
Prima sequenza: Lisabetta s'innamora di Lorenzo, il garzone dei fratelli.
Vengono sorpresi, ma il fatto non viene reso noto per non compromettere gli affari. Lorenzo però viene ucciso dai fratelli grazie a un tranello (prima punizione).
Disperazione e vana attesa di Lisabetta (da l. 42 a l. 52).

Seconda sequenza: Una notte Lorenzo appare in sogno a Lisabetta e le racconta quanto è successo (chi, che cosa, dove).
Lisabetta si reca sul luogo del delitto, scava e trova il corpo di Lorenzo ne stacca la testa e la porta a casa. Poi nasconde la testa in un vaso e vi semina del basilico che innaffia continuamente con le lacrime (l. 89); (rimozione parziale della mancanza, necrofilia). Il basilico ha sicuramente un valore simbolico, anche Verga ne I Malavoglia accenna ad una donna con il basilico, e ripropone un rituale magico).

Terza sequenza: I vicini vedono lo strano comportamento di Lisabetta (vaso e pianto) e ne parlano ai fratelli i quali le tolgono al pianta. Incuriositi, i fratelli rovesciano il vaso e trovano i resti corrotti della testa di Lorenzo. Impauriti dalla possibile pubblicità negativa data dal fatto, sotterrano la testa e scappano da Messina per Napoli.

Quarta sequenza: Lisabetta muore di dolore. (ultimo danneggiamento e punizione).

Lisabetta da Messina, parafrasi

Re: Filostrato
Tema: chi ha vissuto un amore infelice
Luogo: Messina, Napoli
Trama: ● Lisabetta e Lorenzo si piacciono e diventano amanti ● I fratelli di Elisabetta scoprono la relazione
● I fratelli uccidono Lorenzo
● Elisabetta ha un sogno in cui Lorenzo le racconta l’accaduto
● Elisabetta trova il corpo di Lorenzo e gli taglia la testa
● I fratelli portano il vaso in cui Elisabetta aveva seppellito la testa dell’amante
● Elisabetta muore
Personaggi: Elisabetta è una “giovane assai bella e costumata” che nasconde dentro una profonda determinazione nel raggiungere i suoi obiettivi. Questa, sebbene veda i fratelli che non condividono la sua relazione, non si dà per vinta e continua a persistere nelle sue azioni causando poi la morte dell’amante prima e la sua dopo.
I fratelli di Elisabetta sono due mercanti che si immedesimano molto bene in questa figura perché il loro comportamento è relazionato in ogni occasione a ciò che la gente pensa di loro. Si possono considerare personaggi statici perché non mutano la loro posizione per tutta la novella: essi, infatti, sin dall’inizio, agiscono sempre in rapporto al parere della gente.
Tematiche: Amore, figura femminile, reputazione.

Lisabetta da Messina, analisi

Lisabetta è la protagonista della quinta novella della quarta giornata. Fisicamente viene descritta come una “giovane bella e assai costumata” che nasconde in sé una profonda determinazione nel raggiungere i propri obiettivi. In lei appare subito evidente un dualismo in quanto da una parte è caratterizza dalla determinazione e dal fato che non si arrende alla sua infelicità senza Lorenzo, ma dall’altra a distinguerla negativamente è la sua sottomissione ai fratelli. Nonostante ella viva di nascosto il suo amore, non sa ignorare l’imposizione dei fratelli che fanno di lei una giovane molto infelice. Ella quindi rappresenta la tipica donna medioevale, non quella canta nel tardo medioevo da Dante, Guinizzelli o Tetrarca, ma quella sottomessa all’uomo in ogni senso, la donna che deve stare in casa e ha l’unico compito di generare figli. Come avveniva per l’uomo maschile che in epoca umanista muta la sua personalità, i suoi interessi e quindi i suoi scopi così anche Elisabetta non si incarna in una figura del tutto negativa. Anche il fatto di vivere una relazione di nascosto rappresenta un mutamento nella società, una variazione dei canoni tradizionali. La sua sfrontatezza nei confronti dei fratelli li mette in cattiva luce dinanzi alla gente ma rende lei un eroe femminile, che mira alla felicità, non solo caratteristica di una vita ultraterrena ma soprattutto mondana. Anche qui, come in gran parte delle novelle del Decamerone, fondamentale è il tema dell’”industria”, poiché i personaggi, in questo caso soprattutto per quanto riguarda Elisabetta, cercano di mutare il proprio destino in base ai loro scopi terreni. Al di là del suo coraggio, Elisabetta mostra anche una certa sensibilità: stereotipata è la scena del pianto che, tuttavia, si trasforma successivamente in una determinazione ancora più spinta e impiegata per rendere realtà la felicità. La figura della donna si differenzia, infine, da quella dei fratelli perché ella non mostra alcun interesse per la propria reputazione; al contrario pensa solo a se stessa e alla propria realizzazione personale.

Lisabetta da Messina, descrizione

Giovanni Boccaccio dedica la quarta giornata del Decameron alle storie d’amore infelici. La quinta novella è destinata alla tragica storie di Lisabetta da Messina.
Questa giovane si trovava nella città siciliana insieme ai fratelli, ricchi mercanti, al cui servizio vi era Lorenzo, un giovane garzone pisano di bell’aspetto.
Lisabetta s’innamorò perdutamente di lui, ma i due erano costretti a furtivi incontri fino a quando i fratelli se ne accorsero e, per porre fine a ciò che per loro era un disonore, attirarono il giovane in un luogo solitario e lo uccisero.
Intanto la donna era disperata per la troppo lunga assenza dell’amato che una notte le apparve in sogno, indicandole il luogo in cui era stato seppellito.
Così, la mattina seguente, la giovane donna si recò sul posto accompagnata da una domestica e, disseppellito il cadavere, lo decapitò e ne nascose la testa ‘fasciata in un bel drappo’ in un vaso di basilico.
Rinchiusa nella sua stanza, la povera ragazza passava le giornate a piangere e ad innaffiare con le proprie lacrime la piccola pianta che intanto cresceva.
Notata la strana vicinanza a quell’oggetto, i fratelli decisero di sottrarglielo e dopo aver trovato la testa di Lorenzo, per paura che i messinesi venissero a conoscenza della storia, fuggirono a Napoli.
Sola e disperata a causa del dolore per la morte di Lorenzo, Lisabetta morì invocando il suo vaso.
Un’analisi approfondita del testo mostra l’assenza di lunghi discorsi tra i personaggi. Inoltre la struttura dei dialoghi mette in risalto il fatto che a parlare sono unicamente i fratelli a cui Lisabetta è costretta ad ubbidire in silenzio.
Il racconto è infatti dominato da un rapporto di potere dei fratelli nei confronti della giovane donna che deve soccombere in una società nella quale la figura femminile viene ancora considerata nulla, a causa dell’oppressione e di un rigido controllo da parte dei familiari.
Altro personaggio, la cui autonomia è assente, è Lorenzo. Garzone al servizio dei fratelli di Lisabetta, era un giovane piuttosto virtuoso per la sua condizione sociale e per questo motivo i tre mercanti decidono di ucciderlo, colpiti, possiamo dire, da un complesso d’inferiorità.
Ed è su questo che si basa la tragedia di Lisabetta: lo scontro di due forze dominanti, ma in quel periodo contrastanti, provoca forte dolore e, in questo caso, anche morte.
La ragion di mercatura obbliga i fratelli attraverso un’operazione commerciale – così possiamo definire la morte in questo caso – ad impedire l’intrusione di Lorenzo nella famiglia; dall’altra parte l’amore, al quale, essendo forza della natura, è impossibile sottrarsi. Ma queste due logiche contrastanti non potranno mai raggiungere un accordo ed è per questo che è necessaria per Boccaccio un’apertura laica della morale familiare per quanto riguarda i rapporti tra i ceti sociali.
Nella quarta giornata Lisabetta e Ghismunda sono entrambe rappresentanti di amori tragicamente finiti, piuttosto affini tra loro; nelle due novelle è possibile notare un triangolo ‘vizioso’: la donna che ama, l’amante e l’antagonista, rapresentato dal principe Tancredi, padre di Ghismunda, e dai fratelli di Ellisabetta, che prende il potere e considera la donna come un oggetto in suo possesso.
Altro aspetto comune è l’attaccamento ad una reliquia dell’amato, il cuore di Guiscardo per Ghismunda e la testa di Lorenzo per Lisabetta, che permette alle giovani di continuare ad amare eternamente.
Differente è però il loro modo di reagire alla violenza dei parenti: Ghismunda, essendo aristocratica, ha in parte la possibilità di rispondere e difendersi verbalmente al potere/accuse del padre; attraverso il suo amore intellettuale riesce a rivendicare la vera natura di questo sentimento che non può essere soppresso. Se perciò Ghismunda è un’eroina che difende i propri diritti d’amore, al contrario Lisabetta non ha alcun desiderio di rivolta e la sua unica risposta all’oppressione familiare è l’accettazione silenziosa della situazione, rassegnazione che sfocia in lacrime e pianti.
Inoltre in un contesto sociale in cui le donne erano subordinazione del genere maschile, escluse dall’educazione e dalla cultura, Boccaccio le eleva a protagoniste delle sue novelle.
Ed è così che le donne iniziano ad essere considerate diversamente: non più come ‘schiave’ del proprio marito, ma come vere e proprie persone in grado di studiare e conoscere tanto quanto gli uomini.

Autori che hanno contribuito al presente documento: eddie guerrero, issima90, virgi994.

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