Daniele di Daniele
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Giovanni Boccaccio e il Decameron
Giovanni Boccaccio visse intorno al XIV secolo nel pieno della civiltà comunale, in cui la nuova classe dirigente è quella borghese che prende in mano il controllo dell'economia e della cultura. La vita del Boccaccia fu difficile perché nonostante avesse affermato a Napoli il suo valore letterario, fu costretto a ritornare a Firenze per la grave situazione economica del padre causata dal fallimento della Banca dei Bardi. Dopo il suo rientro a Firenze egli non riuscì più ad essere felice come quando era a Napoli anche perché qualche anno dopo ci fu la peste nera. Fu proprio in questo periodo che il Boccaccio scrisse uno dei suoi più grandi capolavori, il Decameron. Boccaccio non è il protagonista delle sue opere o se lo è lo è indirettamente. Egli è osservatore attento e interprete acuto della civiltà in cui vive. Dimostra chiaramente nelle sue opere che i suoi interessi si indirizzano verso i valori materiali e mondani, il suo interesse specifico è quello di tracciare le caratteristiche dell'uomo in tutti i suoi aspetti giusti e negativi, infatti, rappresentano la vita nel suo divenire e nella sua evoluzione. Le virtù che il poeta esalta sono l'intelligenza, l'astuzia, l'arguzia, il buon senso, la prudenza, la gentilezza d'animo e la cortesia, tutte virtù strettamente pratiche che non fanno certo di un uomo un santo né gli garantiscono la vita eterna, ma almeno gli permettono di vivere da uomo, di conseguire nella vita quotidiana i suoi scopi materiali e personali e di essere felice quanto un uomo possa esserlo. Con la composizione del Decameron diventa il rappresentante dell'alta cultura fiorentina.
Il Decameron è un racconto di 100 novelle raccontate da dieci giovani: il titolo, dal greco, significa "dieci giornate". Boccaccio immagina che, durante la peste scoppiata a Firenze nel 1348, sette giovani donne e tre giovani uomini si allontanino dalla città per sottrarsi al pericolo del contagio e al triste spettacolo di morte, e decidano di rifugiarsi in campagna. I dieci giovani lasciano Firenze e trascorrono insieme quindici giorni in una villa in campagna. Essi si riuniscono ogni giorno, tranne il venerdì e il sabato, per raccontarsi delle novelle, una per ciascuno, su un tema fissato dal re o dalla reginetta eletti giornalmente. Il libro inizia con un Proemio, nel quale lo scrittore delinea il pubblico cui l'opera è rivolta: le donne che amano sulla linea cortese. Inoltre presenta due temi principali del libro: il peccato di Fortuna e il motivo Amoroso.
Il libro poi inizia con una descrizione molto realistica della peste che rappresenta una vasta cornice con il compito di isolare il mondo delle novelle con quello esterno devastato dalla peste e dalla degradazione sociale. Infatti le cento novelle hanno vita autonoma, e in questo sta la grandezza dell'opera. La realtà che le varie novelle riflettono è quella dei traffici e dei commerci mercantili della società borghese. I protagonisti delle novelle sono vari ma soprattutto sono presentati uomini e donne veri e reali che affrontano la vita con determinazione e con la precisa volontà di realizzarsi. Per emergere, per conquistare il proprio posto nel mondo e per raggiungere quel tanto o poco di felicità che può toccare agli uomini, bisogna essere abili e astuti. La vera virtù per il Boccaccio è l'intelligenza cioè la capacità di saper sfruttare a proprio favore le situazioni e il prossimo (Fortuna). Infatti, coloro che nella maggior parte delle novelle trionfano e vincono sono personaggi intelligenti e furbi, in particolare, quelli che sanno approfittare delle debolezze o delle ingenuità degli altri; ingannandoli e burlandoli ora per il puro piacere del divertimento, ora per procurarsi interessi o piaceri personali. Nel mondo del Boccaccio non c'è posto per gli sciocchi e creduloni come non c'è posto per gli spiriti troppo indoli e idealisti. Per gli sciocchi non c'è pietà; essi sono le vittime predestinate dei furbi e di loro si può solo ridere.
Un caso esemplare di attaccamento alla "ragion di mercatura" è la novella Lisabetta da Messina; i fratelli uccidono il giovane amato dalla sorella e causano a Lisabetta atroci sofferenze, che la portano alla morte. Nella novella troviamo uno scontro tra due forze potenti: l'amore (Lisabetta) e la "ragion di mercatura" (fratelli). Opporsi alla forza dell'amore è però impossibile. Lisabetta, per quanto vittima, è alla fine vincitrice. L'amore appare più forte della logica mercantile. Il messaggio che il Boccaccio vuole darci è la necessita di un'apertura laica della morale familiare e sociale, rivolta alla classe dirigente cittadina, aristocrazia e gran borghesia.

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