GUIDO CAVALCANTI Decameron VI,9


La novella “Guido Cavalcanti”, tratta dal “Decameron”, è opera di Giovanni Boccaccio, uno fra i maggiori narratori italiani ed europei del XIV secolo. Boccaccio, nato in Toscana nel 1313, dopo le opere giovanili, si dedica alla narrativa di intrattenimento, scrivendo così il “Decameron”. Il libro narra di un gruppo di giovani, sette ragazze e tre ragazzi, che durante l'epidemia di peste del 1348 decidono di rifugiarsi sulle colline presso Firenze. Per due settimane la compagnia si intrattiene serenamente con passatempi vari, e in particolare raccontando a turno delle novelle.
La novella “Guido Cavalcanti”, tratta dal sesto giorno del “Decameron”, mette al centro della narrazione il celebre amico di Dante; il poeta stilnovista, come rappresentato nel racconto, è dotato di grande cultura, considerato un poeta-filosofo e un modello di acuta intelligenza e prontezza nel replicare argutamente.

COMPRENSIONE COMPLESSIVA DEL TESTO

La novella di Giovanni Boccaccio si divide in cinque sequenze sia narrative che descrittive. Nella prima sequenza, dal primo al sesto rigo, con il titolo “Una nuova novella sta per essere narrata”, viene introdotto un nuovo racconto, prima di quello conclusivo di Dioneo, che contiene nella parte conclusiva un motto particolare. La seconda sequenza, dal settimo al sedicesimo rigo, con il titolo “Le brigate erano le usanze più belle e laudevoli dei tempi passati”, loda le brigate che a Firenze si costituivano tra gli uomini nobili e benestanti. Riguardo le comitive il narratore ci racconta che a turno, tutti, offrivano un convito a tutta la compagnia e in quelle occasioni venivano invitati i nobili forestieri o cittadini. Erano tutti vestiti allo stesso modo almeno una volta l'anno e in alcuni giorni importanti cavalcavano per la città o si esercitavano con le armi. La terza sequenza, dal diciassettesimo al ventisettesimo rigo, con il titolo “La brigata del messer Betto rivolge attenzioni a Guido Cavalcanti”, narra dell'impegno profuso da Betto Brunelleschi per accogliere il noto stilnovista nella compagnia.
Ma il messer Betto non era mai riuscito ad averlo nella sua brigata, perciò pensava che questo avvenisse per il fatto che Guido, quando a volte rifletteva intensamente, si escludeva dalla compagnia di altri uomini. La quarta sequenza, dal ventottesimo al trentaseiesimo rigo, con il titolo “Messer Betto infastidisce Cavalcanti tra le sepolture” riporta l'occasione in cui la brigata, presso i sepolcri tra gli archi di porfido di San Giovanni, importuna il poeta fiorentino chiedendogli la sua reazione nel caso sarebbe riuscito a provare l'inesistenza di Dio. La quinta sequenza, dal trentasettesimo al quarantesimo rigo, con il titolo “L'astuta risposta di Cavalcanti”, riporta la risposta del poeta, il quale si avvale di un motto e poi si allontana dalla compagnia. L'ultima sequenza, dal quarantunesimo al cinquantunesimo rigo, con il titolo “La brigata comprende l'affermazione di Cavalcanti”, descrive le reazioni di stupore da parte della compagnia dopo aver capito il significato della bizzarra affermazione del poeta fiorentino. Infatti Cavalcanti dicendo che i sepolcri sono la casa di quella compagnia, intende dire che i membri della brigata sono così idioti e non letterati a confronto del poeta e di altri uomini di scienza, da essere peggio di uomini morti.

ANALISI DEL TESTO

La novella di Boccaccio esalta la Firenze antica evidenziando la presenza nella città di molte e lodevoli usanze, di cui non vi rimane nulla, a causa dell'avarizia, che col tempo è aumentata insieme alle ricchezze. Boccaccio, mosso da un moto di malinconia e rievocazione, inserisce la descrizione di tali usanze per informare il lettore riguardo i costumi del periodo durante il quale ha vissuto il poeta stilnovista Guido Cavalcanti, oltre che per celebrare la Firenze dei tempi passati.
La novella redige un ritratto di Guido Cavalcanti. Il poeta stilnovista viene rappresentato come uno dei migliori esperti di scienze filosofiche e naturali, uomo elegante e di buoni costumi e assai bravo nel parlare. Oltre a ciò era ricchissimo e sapeva onorare coloro che nel suo animo riteneva ne fossero degni. Ma il popolo credeva che le sue riflessioni fossero unicamente finalizzate a cercare di poter dimostrare che Dio non esiste; perciò si dirà che egli avesse delle idee epicuree.

Guido Cavalcanti rappresenta la realizzazione più alta dell'ideale dell'uomo vagheggiato da Boccaccio. In lui si fondono egualmente la capacità di superare con prontezza ed energia gli ostacoli, la cultura, l'operosità e l'industria tipica della borghesia e i più squisiti valori cavalleresco-cortesi.
Inoltre lo scontro tra la brigata e Cavalcanti non è avvenuto solo sul piano verbale, ma anche su quello fisico; infatti il narratore scrive: “...gli furono quasi prima che egli se ne avvedesse, sopra...”, perciò è plausibile che i membri della compagnia, per intimorire il poeta, si sono avvicinati a quello quasi volendolo sfidare fisicamente.

INTERPRETAZIONE COMPLESSIVA E APPROFONDIMENTI

La leggerezza del salto improvviso di Cavalcanti, oltre ad essere un’immagine visuale che colpisce, è una dote intellettuale che Italo Calvino annovera nelle “Lezioni americane”, individuando in essa la leggerezza che si eleva sui problemi, sulla pesantezza del mondo. Calvino, citando la novella di Giovanni Boccaccio, ammonisce a una maggiore leggerezza nel condurre la vita, ricordando che la vitalità e il caos che si vive nei nostri tempi, appartengono in realtà al regno della morte.

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