Boccaccio, Giovanni - Vita, opere e l'autunno del Medioevo

Nella letteratura italiana il Trecento è il secolo di Petrarca e Boccaccio, essi rappresentano il culmine della civiltà medievale, ma per un altro verso già anticipano la nuova civiltà dell’Umanesimo.
“Autunno del Medioevo” è, in origine, il titolo di una celebre opera, uscita nel 1919, dello storico olandese Johan Huizinga. Il Trecento è visto come il momento di un grandioso riepilogo e, insieme, di tramonto della civiltà medievale e dell’arte tardo logica. In questo modo si sottolinea la continuità della civiltà medievale durante il Trecento e anche il senso della sua fine, nutrito di nostalgia per il mondo che sta scomparendo, ma anche di sentimenti di precarietà, di morte, di paura.
Se invece mettiamo in primo piano la presenza, nella cultura e nella letteratura, di motivi che anticipano l’Umanesimo e si usa allora la nozione di "preumanesimo", si vuole piuttosto suggerire la necessità di rinnovamento, una rottura della continuità, l’inizio di un nuovo modo di pensare e di vivere, ispirato al mondo classico e alla lezione degli antichi e volto a una rivalutazione piena della vita nei suoi caratteri concreti e materiali e nell’individualità della persona umana.

Nel Trecento l’Italia viene ad assumere, nella letteratura e nelle arti europee, una funzione di guida, sostituendosi così alla Francia, che in questo ruolo aveva svolto nei secoli XII e XIII. Dante, Petrarca e Boccaccio hanno un’influenza determinante sulle altre letterature europee.
La letteratura italiana è ricca di poeti e povera di grandi narratori. In tutta la sua storia i narratori di livello europeo possono essere contati sulle dita di una mano. Il maggiore tra questi è Boccaccio, il cui capolavoro, il Decameron, quasi immediatamente tradotto nelle principali lingue europee, è conosciuto in tutto il mondo. Grazie anche a Boccaccio, la letteratura italiana diviene, nel Trecento, un modello per tutta l’Europa. L’influenza di Boccaccio si fa sentire, attraverso i secoli, anche nella mentalità comune.

Boccaccio, Giovanni - La Vita

Si possono distinguere nella vita di Boccaccio, sei fasi successive:
1)l’infanzia fiorentina (1313-1327);
2)la giovinezza napoletana (1327-1340);
3)il primo decennio di attività fiorentina (1341-1350);
4)il secondo decennio di attività fiorentina (1351-1560);

5)il ritiro a Certaldo (1361-1365);
6)l’ultimo decennio fiorentino-certaldese (1365-1375).

L’infanzia fiorentina (1313-27)
Giovanni Boccaccio nasce fra giugno e il luglio 1313 a Certaldo o Firenze, dal ricco mercante Boccaccino di Chelino. E’ un figlio illegittimo, ma il padre lo riconosce e gli fa compiere i primi studi nella propria casa di Firenze. Qui apprende il culto di Dante, cui resterà fedele per tutta la vita. Poi viene avviato alla mercatura.
La giovinezza napoletana (1327-40)
Nel 1327 segue il padre a Napoli. Boccaccino era un “socio” del banchiere Bardi, Giovanni sta al banco e impara a conoscere direttamente la varia vita che gli sfila davanti. Tuttavia non ha alcuna inclinazione per la mercatura e per il lavoro di banchiere, e allora il padre lo indirizza agli studi di diritto canonico. All’università segue per due anni le lezioni del giurista e poeta Cino da Pistoia e, grazie a lui, si dedica alle lettere e alla conoscenza della tradizione lirica in volgare. Ben presto Giovanni comincia a frequentare la corte angioina e a occuparsi di letteratura, scrivendo sia in latino sia, soprattutto, in volgare.
Il primo decennio di attività fiorentina (1341-50)
Finita la collaborazione con i Bardi da parte di Boccaccino, la famiglia rientra a Firenze nell’inverno 1340-41. Boccaccio rimpiangerà a lungo la vita di corte a Napoli. A Firenze si inserisce nella vita culturale cittadina. Nel 1350 conosce Petrarca, che era di passaggio a Firenze, diretto a Roma come pellegrino, in occasione del Giubileo. Ha inizio un’amicizia decisiva per le sorti del preumanesimo italiano.

Il secondo decennio di attività fiorentina (1351-60)

In questo periodo, la vita di Boccaccio ha una svolta per due ragioni: 1) in seguito all’amicizia con Petrarca, con cui ha avviato una fitta corrispondenza, di interessi umanistici diventano sempre più vivi e pressanti; 2) il comune di Firenze gli affida una serie di incarichi prestigiosi: tra gli altri, quello di invitare Petrarca a tenere corsi presso l’università fiorentina (ma Petrarca non accettò) e una missione ad Avignone presso Innocenzo VI. Nonostante ciò, Boccaccio continua a sognare un ritorno a Napoli, dove infine si reca. Anche questo viaggio non ottiene il risultato sperato: in questo caso la nomina a segretario regio. Gli serve tuttavia per visitare la biblioteca di Montecassino e trascrivere alcuni codici. Nel 1360 il papa Innocenzo VI gli concede benefici ecclesiastici che dovrebbero garantirgli sicurezza economica.

Il ritiro a Certaldo (1361-65)
Fra la fine del 1360 e l’inizio del 1361 un tentativo fallito di colpo di stato coinvolge vari amici di Boccaccio, facendo cadere anche su di lui vari sospetti. Per quattro anni sarà perciò esonerato da ogni incarico e costretto a ritirarsi a Certaldo.

L’ultimo decennio fiorentino-certaldese (1365-75)
La situazione politica a Firenze cambia, ritornano gli esuli e Boccaccio può riprendere a collaborare con la Repubblica fiorentina. Compie inoltre una serie di viaggi per ragioni personali e di studio, incontrando Petrarca a Padova, e recandosi ancora una volta a Napoli. La salute sta però peggiorando: soffre di obesità e di scabbia. Accetta tuttavia un ultimo incarico del Comune fiorentino: quello di commentare in pubblico la Commedia dantesca. Giunge con il commento sino al canto XVII dell’Inferno. Poi il peggioramento della salute gli fa sospendere le sue letture pubbliche. Si ritira a Certaldo e muore il 21 dicembre del 1375.

Opere

L’opera maggiore: DECAMERON (1348 – 1353)
Boccaccio cominciò a scrivere il Decameron subito dopo la fine della peste che colpì Firenze nel 1348; l’opera era conclusa già nel 1351 (o nel 1353). Il titolo viene dal greco e significa “dieci giornate”.
Dopo il Proemio, in cui l’autore si rivolge alle donne per dedicare loro l’opera, comincia la prima giornata. Ogni giornata è introdotta da una rubrica che ne sintetizza il tema; inoltre ogni novella è rappresentata da una rubrica che ne riassume il contenuto. Abbiamo così, in totale, dieci rubriche di giornate e cento rubriche di novelle.
Mentre nel Proemio e nell’introduzione che apre la prima giornata è l’autore a parlare in prima persona, le novelle sono raccontate da dieci novellatori. Nel complesso, l’opera risulta strutturata in tre livelli; una “super-cornice”, in cui il protagonista e narratore è l’autore (primo livello); una “cornice”, in cui protagonisti e narratori sono i dieci novellatori (secondo livello). La “cornice”, poi, serve da contenitore alle cento novelle, in cui i protagonisti sono i personaggi delle trame narrate (terzo livello).
La vicenda della cornice prende spunto dalla peste che devasta Firenze. In questa atmosfera di distruzione materiale e di distruzione morale, una brigata di dieci giovani, sette donne e tre uomini, decide di recarsi fuori città, in un palazzo del contado, e di passare il tempo passeggiando, scherzando e raccontando novelle. I giovani restano fuori città per due settimane, ma di questi quattordici giorni solo dieci sono impegnati nelle novelle; infatti il novellare viene interrotto il venerdì ed il sabato di ciascuna settimana. La brigata decide di eleggere ogni giorno un re o una regina che abbiano il compito di decidere l’organizzazione della giornata e l’argomento delle novelle. Restano senza l’argomento definito solo la prima e la nona giornata.

Il paesaggio è quello cortese ma inserito in un’atmosfera d’idillio.
I personaggi sono raffinati, psicologicamente strutturati e i loro nomi rimandano a figure letterarie o mitologiche(per esempio Dioneo allude alla dea Venere, figlia di Dione): Pampinea è amante delicata; Filomena piena di “focoso desìo”; Elissa, schiava di un doloroso amore; Filostrato amante disperato; Dineo, gaudente(= che ama la bella vita) e spregiudicato.

All’interno del Decameron si ravvisano due direzioni fondamentali:
● L’interesse per l’elemento amoroso: l’amore è considerato come passione nobile che purifica l’uomo dalla propria originaria mediocrità e il motivo osceno è solo espediente giocoso;
● L’attenzione per l’intelligenza umana: la materia dell’intelligenza è resa attraverso l’esaltazione delle sue diverse forme come l’astuzia e l’ironia.

Tutti gli elementi artistici dell’opera sono coerentemente conciliati e orchestrati senza dissonanze: il tragico, il comico, il fiabesco, lo spirito d’avventura.
Il linguaggio è diversificato secondo la necessità del momento e secondo la tematica rappresentata:i personaggi introdotti in scena hanno dunque ciascuno un’intonazione differente e passano da arringhe retoriche cortesi a discorsi popolari e coloriti.
L’atteggiamento dell’autore è estremamente indulgente nell’ossrevazione dei tipi umani che non sono mai rigidamente giudicati ma guardati con bonaria e affabile accettazione.

Le opere minori:

● Il Filocolo (1336-1338) è un ampio romanzo in prosa in cinque libri, preso diffusosi in Europa.
Nelle intenzioni dell’autore il titolo, secondo una costruzione grecizzante ma etimologicamente un po’ approssimativa, voleva alludere alle “fatiche d’amore”, ovvero alle avventure dei due innamorati, Florio e Biancofiore, già protagonisti in una nota leggenda medievale, che riescono a concludere felicemente la loro storia solo dopo innumerevoli traversie.
Boccaccio inframmezza il racconto delle peripezie dei due giovani con ampie divagazioni erudite e colte descrizioni geografiche.
● Il Teseida (1339-1340) è un poemetto in ottave ed è un primo esempio nella tradizione letteraria italiana di romanzo in versi.
I suoi contenuti derivano da grandi esempi epici dell’Eneide di Virgilio e della Tebaide di Stazio, contaminati però con la tradizione cavalleresca romanza, che fa sì che al tema dell’amore si affianchi qui per la prima volta quello delle armi.
● Il Filostrato (1340, c’è chi data quest’opera al 1335) è un poemetto in ottave ed è un primo esempio nella tradizione letteraria italiana di romanzo in versi.
Adotta come modello i romanzi medievali francesi, in particolare quelli ispirati alla materia del ciclo troiano: narra inatti degli amori del giovane figlio di Priamo, Troilo, per la vedova greca Criseida, prigioniera a Troia.
● Alla composizione delle Rime l’autore lavorò tutta la vita, come testimonia la varietà di influenze stilistiche che vanno dal dolce stil novo colto e raffinato al modello petrarchesco, agli esempi della lirica toscana, passando attraverso l’esperienza di Dante rimatore.
Si tratta di una raccolta non organica ricca di personaggi soprattutto femminili, disegnati ora in modo lieve secondo il gusto cortese, ora con tratti più marcatamente popolareschi.
● La Commedia delle ninfe (1341-1342) appartiene al genere arcadico e pastorale. Si tratta di un testo in prosa frammisto a terzine dantesche ed è una sorta di omaggio a Firenze e alle sue donne.
La tradizione pastorale traveste così la realtà contemporanea fiorentina sotto il manto di allegoria cortese.
L’amorosa visione (1342-1343) poema allegorico-didattico in terzine suddiviso in cinquanta canti, è la meno riuscita delle opere di questo periodo.
L’Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344) è un romanzo in forma di confessione sentimentale:si tratta infatti di una lunga lettera in prosa indirizzata al personaggio femminile, Fiammetta.
Un importante novità strutturale, oltre che ideologica, sta nel fatto che la donna nell’opera non è oggetto della rappresentazione, ma protagonista, che parla in prima persona.
Si attua così un importante rovesciamento di prospettiva: i sentimenti della protagonista, innamorata di Panfilo, che la tradisce lasciando Firenze alla volta di Napoli, sono posti in primo piano e raffigurati senza mediazioni.
● Il Ninfale Fiesolano (1344-1346) è un poemetto idillico dedicato alla fondazione di Firenze e ricco di spunti mitologici ed eruditi.
● Nel Corbaccio (1365 ca.), infine, ultima opera d’invenzione di Boccaccio, il tema dell’amore diventa aspra satira contro le donne, probabilmente con un presupposto biografico in un non corrisposto amore senile dello scrittore.

Le novelle della seconda giornata: il potere della fortuna, con avventure a lieto fine.
La seconda giornata è retta da Filomena. L’argomento è il potere della fortuna o del caso che sottopongono gli uomini a incredibili avventure sempre con il “lieto fine”.
Si tratta di novelle fantastiche e avventurose. Per esempio, nella quinta novella sono raccontati i tre “accidenti” capitati nella città di Napoli a un giovane e inesperto perugino, Andreuccio.
In queste novelle il ritmo avventuroso della narrazione apre al lettore una serie vastissima di scenari collocati in tutto il Mediterraneo: si va da Napoli ad Alessandria d’Egitto, dalla Sicilia a Genova, da Corfù a Gaeta, dalle Baleari alla Sardegna, dall’isola di Ponza al porto di Chiarenza nel Peloponneso. I porti, i vicoli delle città di mare, con la loro malavita e le loro prostitute, i fondaci dei mercanti, i traffici marittimi con i loro pericoli, le diverse abitudini, costumi, religioni dei popoli mediterranei costituiscono il vario, colorato e realistico fondale delle novelle, e nello stesso tempo designano lo spazio geografico e commerciale dell’uomo del Trecento.

Sventure e avventure di Andreuccio da Perugia
E’ la quinta novella della seconda giornata, narrata da Fiammetta, e si ambienta a Napoli. Un giovane perugino, ancora inesperto, si reca a Napoli per un traffico di cavalli. Ingenuamente, lascia intravedere la propria borsa ben fornita, così una bellissima siciliana che fa la prostituta gli gioca un tiro:si finge sua sorella (illegittima e perciò tenuta nascosta dal padre) e lo invita a casa sua.
Andreuccio cade nel trabocchetto. Resta a dormire nella casa della presunta sorella e la notte, recatosi alla latrina, finisce per sprofondare in un vicolo trasformato in letamaio. La falsa sorella ne approfitta per portargli tutti i soldi, mentre Andreuccio resta solo e puzzolente in mezzo alla strada. Incontra due ladri i quali lo convincono ad accompagnarli a derubare il cadavere di un vescovo. Durante il tragitto, Andreuccio viene calato in un pozzo per lavarsi, ma rischia di restarvi a causa della fuga improvvisa de complici. Uscito finalmente dal pozzo e ritrovati i due ladri, scende nel sepolcro del vescovo dove però alla fine viene rinchiuso dai due complici che non vogliono dividere con lui la refurtiva. Fortunatamente sopraggiunge un’altra combriccola di ladri che aprono il sepolcro e cos’ì involontariamente lo liberano. Alla fine Andreuccio torna a Perugia in pari o addirittura più ricco rispetto a quando era partito: infatti ha preso dal dito del vescovo un prezioso rubino che vale forse più del denaro rubatogli.

Analisi del testo

L’intera vicenda è dominata dalla fortuna, dal caso, che propone ad Andreuccio diverse peripezie. Inizialmente il protagonista è un giovane ingenuo, nulla sa del mondo, è la causa stessa delle sue disgrazie, per la sua dabbenaggine (mostra a tutti i suoi soldi) e la sua presunzione (si crede il prescelto della siciliana). Attraverso tutti gli inganni che è costretto a subire, egli svilupperà la capacità di non fidarsi, con una progressiva acquisizione degli strumenti dell’ingegno, che gli permetteranno di girare gli imprevisti a suo vantaggio.
Le tre prove a cui è sottoposto consistono in tre rovinose cadute, in luoghi sempre più bui e pericolosi; questo schema richiama i riti d’iniziazione, in cui il giovane era allontanato dalla famiglia, per essere rinchiuso in un luogo buio, costretto a superare prove anche dolorose, in un processo che simboleggiava la sua morte e successiva rinascita a nuova vita.
Questo percorso di degradazione e rigenerazione, contribuisce alla crescita di Andreuccio e lo inizia alla vita mercantile. Lo schema della novella ricalca quello dei romanzi cortesi, ma non richiede più lo sfondo delle foreste incantare per ambientare la vicenda: i quartieri malfamati di Napoli si adattano benissimo alla vicenda. Boccaccio descrive l’ambiente in modo artisticamente perfetto e storicamente esatto, con dettagliate descrizioni ambientali, basate certamente su esperienze personali.
L’autore nel descrivere i personaggi ne abbozza soltanto le fisionomie, come se fossero macchie nella notte.
A livello stilistico, Boccaccio gioca molto sul ritmo sintattico della narrazione: l’avvio è lento, simboleggia l’inesperienza d’Andreuccio, e prepara il lettore alla sorpresa e all’imprevisto che sta per verificarsi. Dopo la caduta, il ritmo delle frasi diventa incalzante, sono accumulate freneticamente azioni e pensieri. La conclusione arriva inaspettata e liberatoria e chiude ad anello la vicenda: il protagonista torna come niente fosse all’albergo da dove era partito.
La successione degli eventi è interamente dominata dal caso. Boccaccio sfrutta implicitamente l’immagine medievale della Ruota della Fortuna, che portava gli uomini molto in alto per poi farli precipitare, esattamente come avviene per le cadute di Andreuccio.
Alla fine, l’ingegno acquisito dal protagonista riesce a prevalere sugli eventi, egli ha compiuto il suo percorso di iniziazione e torna all’albergo con un bottino più importante di quello perduto in precedenza. Andreuccio comunque non è del tutto consapevole di ciò che gli accade neanche alla fine della vicenda.
Riguardo allo spazio e al tempo, si può dividere la storia in quattro parti: inizialmente le azioni si svolgono tra le strade della fiera alla luce del sole; la vicenda prosegue poi a casa di Madonna Fiordaliso (in serata) per poi tornare sulle vie della città, ma questa volta in piena notte. L’epilogo coincide non casualmente con il sorgere del nuovo sole, che illumina tutti e rasserena gli animi. Infatti, dopo essere stato tempestato da un susseguirsi di disavventure notturne, con il nuovo giorno il malcapitato riesce a ritrovare la strada per il suo albergo. E’ lì che fa ritorno con il prezioso rubino che era riuscito a rubare dopo essere astutamente uscito dal sarcofago nel quale era stato chiuso dai due ladri.
Il narratore è esterno alla storia e sta raccontando ad un gruppo di altre persone il fatto che c’è presentato. Si può tuttavia parlare di focalizzazione interna, perché adotta punti di vista e sentimenti di più personaggi.
Tra le tecniche narrative utilizzate per riprodurre pensieri e parole dei vari personaggi, distinguiamo principalmente il discorso diretto, ma tutta la storia c’è presentata indirettamente dal narratore.

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