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Giovanni Boccaccio
L’importanza e la grandezza di Boccaccio furono canonizzate da un testo intitolato “Prosa della volgare lingua”, scritto da Pietro Bembo, nel 1525. Questo testo innesca la Questione della Lingua, discussione che verte attorno a quale modello si dovesse utilizzare per la letteratura. Bembo inizia questa discussione sostenendo che bisognasse utilizzare un volgare sia legato a quello di Petrarca, per la poesia, sia a quello di Boccaccio, per la prosa. Egli individua tre grandi personalità: Dante, Petrarca e Boccaccio ma tra costoro non prende in considerazione Dante perché considera il suo linguaggio, specialmente nella cantica dell’Inferno troppo basso. Per Bembo il punto di riferimento per la poesia, specialmente lirica, è Petrarca, mentre per la prosa Boccaccio, il più importante fra gli italiani. La ricetta di Bembo non venne accettata da tutti e proprio questa fu la causa primaria per la quale si sviluppo la Questione della Lingua. Essa si protrasse per tutto il Cinquecento finché non fu proclamata vincitrice la linea di Bembo. Nel 1598 nacque l’Accademia della Crusca, associazione che aveva il compito di “separare” l’italiano da usare da quello da non usare. Questa organizzazione lavorò principalmente sull’elaborazione del primo vocabolario della lingua italiana, con il quale nacque la stessa lingua italiana, pubblicato nel 1612. Siccome la linea di Bembo era la vincente su tutte le altre linee, l’Accademia della Crusca individuò i termini più utilizzati, specialmente da Dante, Petrarca e Boccaccio, e li inserì nel vocabolario. Bembo sottolineò l’abilita boccacciana nella prosa e quella petrarchesca nella poesia lirica. Nota lo stacco dell’opera “Decameron” rispetto alle opere precedenti ed antecedenti di Boccaccio. Il Decamerone rappresenta il punto di riferimento e di svolta della produzione boccacciana. Dopo Bembo, la canonizzazione fu portata a termine da De Sanctis il quale nominò le tre corone fiorentine del ‘300:
1)Dante, “tutto cielo” perché esalta il puro stile della lode della donna, secondo tutti i caratteri dello Stilnovo e secondo il quale, amare significa nobilitare l’animo dell’innamorato e condurlo a Dio;
2)Petrarca, “tra cielo e terra” lacerato fra ragione e sentimento, vissuto fra l’incertezza e la precarietà umana;
3)Boccaccio, “tutto terra”, legato al mondo terreno, quindi compare la descrizione di un amore più carnale. Ha una visione bipolare, perché si oscilla continuamente fra “vecchio” e “nuovo” Boccaccio. Egli ha una personalità molto complessa e questo si denota anche nell’amicizia con Petrarca e la sua attività da filologo ma anche nell’amore verso le opere di Dante, specialmente per la Divina Commedia. Boccaccio è amante dei classici, come Petrarca, cioè si spoglia di ogni prevenzione teologia morale della cristianità del tempo e interpreta gli scritti antichi come si dovrebbe al fine di scoprire il vero messaggio.
Il mondo di Dante è finito, ora, nell'Italia centro settentrionale la classe dominane è costituita dai mercanti, i quali, nel loro spostarsi da un luogo all'altro, portano con se i propri racconti tradizionali. Siamo nel periodo storico in cui nascono le banche, dove si prestano soldi per interesse: è il mondo dei mercanti. Boccaccio esprime molti valori legati al mondo mercantile e commerciale, anche perché visse e crebbe in questo mondo, poiché figlio di un banchiere. Nonostante le sue opere siano l’espressione di valori borghesi e mercantili, in qualche punto emerge una forte critica nei confronti di alcuni mercanti e specialmente in merito al cinismo e all’ambiguità di costoro. Riemergono valori della cortesia tipica del passato e comunque della letteratura provenzale.
La produzione poetica di Boccaccio è importantissima perchè ci consegna due grandi generi:
1)primo esempio di poema pastorale in volgare:
- Ameto, composto fra il 1340 e 1341: poema di alimentazione campagnola in cui riemergono gli elementi delle Ninfe, dei Pastori, della propensione alla poesia;
2)romanzo psicologico:
il romanzo psicologico è un genere letterario in cui lo scrittore si immedesima nell’animo del protagonista, rappresentando i suoi sentimenti e le sue emozioni. La particolarità, in Boccaccio, consiste nel fatto che, per la prima volta, un uomo si immerge nell’animo femminile. La donna è stata abbandonata ed è addolorata per il rifiuto dell’uomo, perciò fa un lamento per il distacco che sta subendo. Genere strettamente legato al plank (lamento).
-Elegia a Madonna Fiammetta, composto fra il 1344 e il 1345, è una sorta di lunga lettera in prosa sui moduli dell'elegia latina e dedicata alle "innamorate donne".
Un’altra importantissima cosa che la produzione boccacciana ci consegna è l’inaugurazione di una strofa: l’ottava, o anche ottava boccacciana.
L’ottava è una strofa composta di otto endecasillabi tutti rimati, di cui i primi sei a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata, cioè un distico.
A
B
A
B
A
B
C
C
Questa strofa Boccaccio lo usa nell’opera “Filostrato”, composto attorno al 1335. Il Filostrato è un poema in ottava rima ispirato a un episodio del Roman de Troie di Benoît de Sainte-Maure. Narra l'amore tragico del giovane Troiolo, figlio di Priamo, per la vedova greca Criseida, prigioniera a Troia. Nell'occasione di uno scambio di prigionieri, Criseida parte per il campo greco, dopo aver giurato amore eterno all'amante. Poco dopo però Criseida tradisce Troiolo con Diomede. Troiolo disperato si getta nella battaglia sperando di uccidere il rivale, ma è ucciso da Achille. Di fatto Boccaccio trascura tutte le componenti eroiche e storiche del ciclo troiano per concentrarsi esclusivamente sulla vicenda amorosa, della quale esalta romanzescamente soprattutto le componenti patetiche e sensuali.
L’ottava fu il metro dei cantari, ovvero coloro che recitavano le poesie nei luoghi popolari, attraverso il quale proponevano il genere epico-cavalleresco, fusione tra il genere epico e quello cavalleresco della chanson de geste. Questo metro venne anche ripreso da scrittore come Tasso ect.. , in molte opere, poemi epici a carattere aulico.
Livello popolare- cantari
OTTAVA
Livello aulico-poemi epici

Un’altra caratteristica è l’esaltazione dell’ingegno e dell’intelligenza umana, anche quando l’intelligenza umana viene manifestata nella beffa (arguzia, pigrizia, presa in giro) , ovvero nella costruzione di una risposta ad una domanda che ti mette in difficoltà al fine di prendere in giro il proprio interlocutore. Il mercante deve cavarsela da sola e attraverso la beffa dimostra di riuscirci. Opera di riferimento dell’esaltazione dell’ingegno è il Decamerone.

Vita:
Giovanni Boccaccio nacque a Certaldo nel 1313, (secondo fonti considerate non attendibili a Firenze, molto più probabilmente a Certaldo) ma fu sicuramente allevato a Firenze, figlio illegittimo del mercante Boccaccino di Chellino, socio della compagnia dei Bardi e console della corporazione dei cambiatori. Non si sa chi sia la madre e nel 1320, il mercante sposò Margherita dei Mardoli perciò visse la sua infanzia con una madrina. Costei morì nella peste scoppiata a Firenze. L’incertezza sulla maternità ha dato luogo a voci a cui diede adito Giovanni stesso. Quando il giovane manifestò la sua avversione per gli affari, il padre lo indirizzò, inutilmente,agli studi commerciali. Nel 1327, dopo aver trascorso 12 anni a Firenze, Boccaccio si trasferì a Napoli per fare pratica mercantile presso l'agenzia del Banco dei Baldi. Fu nominato direttore della Filiale della Banca dei Baldi. A Napoli frequentò la corte e le allegre brigate di uomini e donne appartenenti alla nobiltà e alla ricca borghesia, che vivevano una vita aristocratica, fra le feste cittadine. Giovanni a Napoli si dedicò allo studio dei classici e della poesia, mentre frequentava l'ambiente colto e raffinato della gaia e sfarzosa corte di Roberto d'Angiò, dove il padre era amico personale del sovrano e aveva numerose conoscenze. Napoli era il centro intellettuale più vivace della penisola, con contatti culturali con l'area bizantina, con la Francia, con Avignone, dove si stava affermando Francesco Petrarca. Questo nuovo ambiento lo stimola verso la ricerca dei classici. E’ un filologo, come Petrarca, ed è alla ricerca della vera interpretazione dei classici, nascosta dalla prevenzione morale tipica della cristianità. In questo periodo comincia la produzione poetica personale di Boccaccio. Secondo la leggenda, originata dalle stesse opere di Boccaccio, nel 1336 conobbe Maria d'Aquino, figlia illegittima di Roberto D’Angiò e se ne innamorò, riamato, e la rappresentò nella sua opera letteraria con il nome di Fiammetta (Elegia di madonna Fiammetta) e, per invito di Maria, compose la sua prima opera, il Filocolo. Fiammetta è la musa ispiratrice di Boccaccio, riflesso di un grande amore, diverso da quello rappresentato da Petrarca e Dante, perché è un amore “reale”, carnale, erotico, realmente esistito. Fiammetta rappresenta la proiezione di tutte le donne amate o vaneggiate da Boccaccia. Hanno l’illegittimità in comune: illegittimo lui, illegittima lei. Nel 1340, fallita la filiale della Banca torna dovette rientrare a Firenze a causa di un grave dissesto finanziario del padre. Torna a Firenze come una persona nota, tanto che riceve incarichi di carattere diplomatico. Ed uin questo periodo che conosce Dante e comincia a leggere la Divina Commedia e conosce Petrarca. In questo periodo compone l’ Elegia a Madonna Fiammetta e Ninfe Fiesolaro. In seguito, a Firenze, scampò alla peste e dove si stabilì definitivamente nel 1349, alla morte del padre, per occuparsi di quanto restava dei beni di famiglia. Lì era assai apprezzato per la sua cultura e ricevette alcuni incarichi come ambasciatore in Tirolo e a Avignone. Il Decameron, composto dal 1349 al 1351, è l'approdo di questo processo di maturazione, l'espressione di una seconda fase della produzione del Boccaccio, che ai vagheggiamenti sentimentali e romanzeschi sostituisce la disincantata osservazione della realtà. Il Decameron contribuisce a consolidare e ad ampliare la stima del Boccaccio presso i suoi concittadini. Ne derivano incombenze di vario genere (tuttavia non eliminarono le sue sostanziali ristrettezze economiche), incarichi pubblici, ambascerie (in Romagna, a Napoli, ad Avignone), che gli vengono affidati dal comune di Firenze. Nel 1351 gli fu affidato l'incarico di recarsi a Padova, dove si trovava Petrarca, da lui conosciuto l'anno precedente, per invitarlo a Firenze, dove gli sarebbe stato affidato un insegnamento. Petrarca non accettò la proposta, però tra i due scrittori nacque una sincera amicizia che durò fino al 1374, anno della morte del Petrarca. La tranquilla vita di studioso, condotta dal Boccaccio a Firenze, fu bruscamente interrotta dalla visita del monaco senese Gioacchino Ciani che lo esortò ad abbandonare la poesia e gli argomenti profani. Si narra che Boccaccio fu atterrito dal pensiero della morte imminente a tal punto che decise di bruciare le sue opere, venendone fortunatamente dissuaso dall'amico Petrarca. Nel 1362 fu invitato a Napoli da amici fiorentini ed egli accettò, sperando di trovare un'occupazione che gli permettesse la vita agiata e serena di un tempo. Purtroppo la Napoli in decadenza di Giovanna I era ben diversa dalla città prospera, colta e serena di Roberto d'Angiò e Boccaccio, deluso, ripartì ben presto. Dopo un breve soggiorno a Venezia per rivedere il Petrarca, intorno al 1370 si ritirò nella sua casa di Certaldo, presso Firenze, per vivere in modo appartato e potersi dedicare alla meditazione religiosa e allo studio (attività che furono interrotte solo da qualche breve viaggio a Napoli tra il 1370 e il 1371). Nell'ultimo periodo di vita ricevette l'incarico dal comune di Firenze di dare vita ad una lettura pubblica, con relativo commento, della Divina Commedia di Dante ma nel 1374, a causa del sopraggiungere della malattia che lo avrebbe condotto alla morte per idropisia il 21 dicembre 1375, dovette abbandonare l'incarico. Boccaccio, pur non mancando la stima dei concittadini, visse fra amarezze, delusioni, angustie economiche, ben diversamente dal Petrarca che ebbe riconoscimenti, onori ed una vita agiata. La sua cultura ed i suoi interessi spirituali furono meno vasti di quelli del Petrarca, ma la sua vocazione letteraria e poetica fu grandissima e fu narratore sommo. Morì a Certaldo nel 1375.
Opere:
La produzione boccacciana si può suddividere in “stadi”: le opere della giovinezza, della maturità e della vecchiaia:
Opere napoletane:
•Caccia di Diana (1333–1335 ): poemetto in terzine dantesche (terzine di endecasillabi legati da una rima incatenata ABABCB…). Composto o tra il 1333 e 1340 o tra il 1335 e il 1337. Tratta di Cimone, un cervo che per virtù d'amore si trasforma in uomo, allegoria dell'incivilimento ad opera di amore. Quest'opera è tratta da un testo ovidiano nel quale si narra di un giovane cacciatore, Atteone, il quale vede Diana mentre fa il bagno in un laghetto e per punizione viene trasformato in cervo. La caccia di Diana ispirerà la novella del Decameron "Nastagio degli Onesti". Si riprende il tema della donna più bella della città di Firenze, discussione gia trattata da Dante nel sirventese andato perduto.
•Rime: insieme di componimenti inorganici. Fra questi componimenti ci sono i testi dedicati a Fiammetta. Boccaccio li voleva organizzare ma non lo fece.
-Filostrato (1335), che alla lettera dovrebbe significare nel greco approssimativo del Boccaccio "vinto d'amore": per la prima volta utilizza l’ottava ; poemetto scritto in ottava che narra la tragica storia di Troilo, figlio del re di Troia Priamo, che si era innamorato della prigioniera greca Criseida. Quando Criseida in seguito si innamora di Diomede, Troilo si dispera e va incontro alla morte per mano di Achille. In esso l'autore si confronta in maniera diretta con la precedente tradizione dei "cantari", fissando i parametri per un nuovo tipo di ottava essenziale per tutta la letteratura italiana fino al Seicento. Il linguaggio adottato è semplice, colloquiale, spedito, a differenza di quello presente nel Filocolo, in cui è molto sovrabbondante. Opera fondamentale per la tradizione polare e aulica. Ripresa del romanzo cortese.
•Filoloco (1336-1339) che etimologicamente significa "fatica d'amore": romanzo in prosa sviluppato in 5 libri che rappresenta così una svolta rispetto ai romanzi delle origini scritti in versi. La storia ha due protagonisti, Florio e Biancifiore (personaggi della letterature francese), due giovani che si amano dopo essere cresciuti insieme e sono costretti ad affrontare molte peripezie che li dividono, ma alla fine si ritrovano e la storia termina con un lieto fine. Narra la fatica d’amore compiuta da Florio per sposare Biancifiore. Opera rappresentante un’importante antecedente del Decamerone perché sono presenti i due principali temi dell’opera più importante della produzione boccacciana: la lieta brigata (gruppo di ragazzi) e il racconto di novelle.
•Teseida (1339-1340), canto d’amore : poema a carattere epico in ottave in cui si rievocano le gesta di Teseo che combatte contro Tebe e le Amazzoni. L'opera costituisce il primo caso in assoluto nella nostra storia letteraria di poema epico in volgare e già si manifesta la tendenza di Boccaccio a isolare nuclei narrativi sentimentali, cosicché il vero centro della narrazione finisce per essere l'amore dei prigionieri tebani Arcita e Palemone per Emilia, sorella della regina delle Amazzoni; il duello fra i due innamorati si conclude con la morte di Arcita e le nozze tra Palemone ed Emilia. Fonti: “Eneide” di Virgilio e “Tebaide” di Stazio.
Opere fiorentine:
•Ameto o Commedia delle Ninfe Fiorentine (1339-1340): Narrazione in prosa inframezzata da componimenti in terzine cantati da vari personaggi. Narra la storia di Ameto, un rozzo pastore che un giorno incontra delle ninfe devote a Venere e si innamora di una di esse, Lia. Nel giorno della festa di Venere le ninfe si raccolgono intorno al pastore e gli raccontano le loro storie d'amore. Alla fine Ameto è immerso in un bagno purificatore e comprende così il significato allegorico della sua esperienza: infatti le ninfe rappresentano la virtù e l'incontro con esse lo ha trasformato da essere rozzo e animalesco in uomo. Ameto, il protagonista, è un cacciatore selvaggio cui ingentilisce l'amore di Lia, una ninfa la quale con sei compagne simboleggia le virtù. Ma in queste ninfe sono riconoscibili donne fiorentine, e l'interesse dell'autore è più volto agli scandalosi racconti che ciascuna di esse fa dei propri amori, che alla moralità delle significazioni simboliche. Il progresso dello Scrittore nell'uso dei mezzi espressivi è visibile soprattutto nelle prose, nelle quali s'incontrano passi di notevole efficacia. Primo esempio di poema pastorale in cui vengono inseriti gli elementi tipici della serenità classica.
•Amorosa visione (1341 - 1342): testo ispirato ai Tronfi di Petrarca e dalla Divina Commedia di Dante. Si tratta di un poema in terzine suddiviso in cinquanta canti. La narrazione vera e propria è preceduta da un proemio costituito da tre sonetti che, nel loro complesso, formano un immenso acrostico nel senso che essi sono composti da parole le cui lettere (vocali e consonanti) corrispondono ordinatamente e progressivamente alle rispettive lettere iniziali di ciascuna terzina del poema. La vicenda descrive l'esperienza onirica di Boccaccio che ,sotto la guida di una donna gentile perviene ad un castello, sulle cui mura sono rappresentate scene allegoriche che vedono protagonisti illustri personaggi del passato. Più in dettaglio in una stanza sono rappresentati i trionfi di Sapienza, Gloria, Amore e Ricchezza, nell'altra quello della Fortuna. Inevitabile segnalare lampanti affinità e influenza non latente con i pressoché contemporanei "Trionfi" del Petrarca. Inoltre la precisa descrizione degli affreschi ha permesso ad alcuni critici di identificare il castello boccacciano con Castelnuovo di Napoli, affrescato da Giotto. Dopo essersi soffermato con sfoggio di erudizione sulle bellezze degli affreschi Boccaccio passa in un giardino dove incontra Madonna Fiammetta e tenta di abusare di lei nel sonno. Il risveglio tempestivo della donna e il fatto che questa ricordi al poeta il pericolo dell'imminente ritorno della guida prevengono l'attuarsi del gesto. Di lì a poco infatti la "donna gentil" torna affermando che il poeta potrà giungere al pieno possesso dell'amata conducendo una vita improntata ai virtuosi precetti il cui apprendimento era stato scopo essenziale del viaggio. L'opera ha diversi debiti nei confronti di Dante e della Divina Commedia, soprattutto per quanto riguarda l'esperienza della "Visio in somnis" e la guida di una "donna gentil", ma va sottolineata anche la forte tendenza all'emancipazione del Boccaccio: mentre Dante segue in tutto e per tutto i dettami di Beatrice Boccaccio in numerosi casi si ribella al patrocinio della guida, ad esempio nel preferire la via larga della mondanità, con le sue fatue attrattive a quella stretta e impervia che conduce alla virtù. Il tono sublime contrasta con la comicità di certe situazioni (in primis l'incontro con Fiammetta) cosicché alcuni critici hanno pensato ad un intento parodico da parte del Boccaccio nei confronti del poemetto allegorico didattico..
•Elegia di Madonna Fiammetta (1343 -1344): Narratrice e protagonista è Fiammetta (il grande amore napoletano dello scrittore), che, abbandonata dall'amato Panfilo (mercante fiorentino, ritratto dell'autore), rievoca la loro storia sentimentale, dagli esaltanti inizi alle angosce dell'infelice fine: la partenza del giovane per Firenze con la promessa, non mantenuta, di ritornare presto a Napoli, la notizia del tradimento di Panfilo, la disperazione per l'abbandono e il tentato suicidio. Nell’opera, lo scrittore veste i panni di Panfilo che ha abbandonato la sua donna Fiammetta e per questo ella si dispera. Nella realtà, però, Boccaccio è stato lasciato da Fiammetta e non viceversa, come accade nell’opera. Quindi è una sorta di vendetta per l’abbandono. Primo esempio di romanzo psicologico, perché l’autore entra nell’animo della donna. L'opera contiene il racconto che Fiammetta fa dei suoi amori per il fiorentino Panfilo (alteregho di Giovanni), come lo conobbe e visse con lui una breve stagione di felicità e come sia stata poi da lui abbandonata(anche se nella realtà Fiammetta l’ha lasciato). Segue un periodo in cui in lei si alternano angoscia e speranza, fino a quando la donna, avendo appreso che il suo amante è passato ad altri amori, cade in uno stato di disperazione.
•Il capolavoro di Boccaccio è il Decameron, il cui titolo fu ricalcato dal trattato "Hexameron" di Sant'Ambrogio. Composto fra il 1348 e il 1351. Il libro narra di un gruppo di giovani (sette ragazze e tre ragazzi) che, durante la peste del 1348, si rifugiano sulle colline presso Firenze. La peste non rappresenta solo il male fisico, ma anche morale x l'uomo. Per due settimane (14 gg), la lieta brigata si intrattiene serenamente con passatempi vari, e in particolare raccontando a turno le novelle. Poiché il venerdì e il sabato non si narrano novelle, queste, disposte in un periodo di dieci giorni sono in totale cento. Ogni giornata ha un "re" o una "regina" che stabilisce il tema delle novelle; due giornate però sono a tema libero:la prima e l’ultima. Ogni giornata comincia con un prologo e fra la IV e la X giornata Boccaccio formula una fattispecie di accusa di licenziosità. Ogni novella è introdotta da una “rubrica”, breve sintesi del contenuto della storia. Il Decamerone è notissimo soprattutto per le novelle di taglio umoristico o licenzioso (da qui il termine "boccaccesco"). Scrive Boccaccio: “il nome del libro è Decameron” cognomizzato “Principe Galeotto” nel quale si contendono cento novelle in dieci dì (giorni) dette da sette donne e tre giovani uomini”. NOME: “Decameron o Decamerone” è un genitivo greco che significa di “dieci dì”. Racconto di 10 giornate. Il titolo potrebbe essere stati influenzato dell’opera di S.Amburgo. COGNOME o SOTTOTITOLO: “ Principe Galeotto” il riferimento è evidente nel ciclo bretone dove Galeotto consolida l’amore fra Lancilotto e Ginevra. Omaggio a Dante. Allusione al contenuto erotico e licenzioso di una buona parte di racconto. Per quest' ultimo aspetto, il libro fu tacciato di immoralità o di scandalo, e fu in molte epoche censurato o comunque non adeguatamente considerato nella storia della letteratura. L'opera presenta invece una grande varietà di temi, di ambienti, di personaggi e di toni; si possono individuare come centrali i temi della fortuna, dell'ingegno, della cortesia, dell'amore. Le novelle sono inserite in una "cornice" narrativa che si apre sulla peste che colpì l’Europa nel 1347 e raggiunse Firenze nel 1348, di cui costituiscono i passi importanti il Proemio e l'Introduzione alla prima giornata, con il racconto della peste, e la Conclusione che offre la risposta dell'autore alle numerose critiche che già circolavano sulla sua opera. Questa cornice conferisce al testo non più la veste di un’organica raccolta di novelle ma un vero e proprio romanzo. Ha un valore sia dal punto di vista del contenuto che morale. Intorno al Cinquecento il cardinale Pietro Bembo lo definì il modello perfetto per la prosa volgare. Dal punto di vista stilistico, presenta un'eccellente gioco di simmetrie nel quale rientrano per analogia alcune delle tematiche predilette dal Boccaccio, come per esempio l'amore, la beffa, la fortuna, le peripezie... In particolare già nelle stesse novelle narrate si possono comprendere alcune ideologie dello stesso autore, ma contemporaneamente anche le relazioni tra gli stessi membri della "brigata", spesso segnati da interessi o rivalità. Inoltre le novelle non vengono narrate durante il venerdì e il sabato, mentre nelle altre giornate un "re" o una "regina" scelgono la tematica sulla quale sviluppare delle storie. Come eccezione programmata a tale schema compare la figura del giovane Dioneo, il quale racconta per ultimo e talvolta si concede uno "strappo alla regola". Infatti l'autore riflette il proprio io sia su di lui che su Panfilo e Filostrato (gli altri due ragazzi). I nomi scelti per i ragazzi non risultano nuovi, in quanto compaiono già nelle opere precedenti del Boccaccio. I personaggi sono ripresi dal serbatoio classico, comunque sono i principali personaggi delle opere precedenti. Ognuno di loro ha una caratterizzazione specifica: uno è timido, uno è romantico, uno è estroverso ect… Le donne sono le tante donne amate da Boccaccio o vaneggiate. Gli uomini sono le tre varianti autobiografiche dell’autore e quindi dell’uomo.
Anche se l’opera fu compiuta nel ’53, alcune novelle già circolavano per la città. Esse furono pubblicate per fare una fattispecie di “esperimento” e per vedere se esse piacevano al pubblico.
L’opera si apre con un’anti-exeplum, cioè con la novella di Ser Ciapelletto o Ser Cieparello, novella da non prendere come esempio. Essa si conclude con un’ exemplum, novella di Griselda, novella da prendere come esempio.
L’altra importante caratteristica del Decamerone sono i tre livelli di narrazione:
1)Supercornice: la narrazione è gestita dalla narrazione di Panfilo, alteregho di Giovanni;
2)Cornice: la narrazione è decisa dai 10 personaggi;
3)Novelle:la narrazione è decisa dai protagonisti delle novelle narrate;
Boccacciano vs Boccaccesco?
La differenza sta nella materia trattata nel Decamerone:
“boccacciano”= letteralmente di Boccaccio, quindi riferito alle opere di Boccaccio o a Boccaccio stesso.
“boccaccesca”= riferito a situazioni di natura licenziosa ed erotico.
Fonti dell’opera:
Le fonti dell’opera sono tantissime, popolari o alte, orientali o occidentali, romanzo greco di età ellenistica o imperiale, quello latino fra cui, in particolare, “L’asino D’Oro”di Apuleio. Inoltre, molto importante i “Fablaux (Fabliò)” ,componimenti in versi francesi della letteratura francese di natura licenziosa, gli “Exempla”racconti trasmessi a sfondo etico o religioso. Nel loro insieme danno origine alla letteratura Agiografica, cioè riguardante la vita dei Santi.
Per quanto riguarda la peste le fonti sono tre: Diaconio (autore medio latino), Tucinide (greco) e Lucrezio (latino). Un’altra fonte è stata “Il Libro dei Sette Savi” di Roma che è la versione in volgare toscano di una raccolta testi indiani; poi anche “Le Mille e una Notte”, che era, invece, una raccolta araba di testi.Boccaccio si ispira anche a storie e leggende metropolitane, tramandate oralmente.
Il “Novellino” è una raccolta organica di novelle in volgare, anonima, del XIII secolo. Il Decamerone ha una forza sintattica ed una cornice che lo differenzia dal “novellino. Ed è per questo che il Novellino è una semplice raccolta di storie e il Decamerone è invece un romanzo.
Il romanzo in volgare italiano ha un ascendente orientale perché nell’opera la cornice è costituita da “Il Libro dei Sette Savi” di Roma e “Le mille e una notte”. Esalta la città, i valori mercantili, l’astuzia umana,

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