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Ludovico Ariosto


Ariosto nasce a Reggio Emilia nel 1474. Questa è l’età in cui gli scrittori e gli autori sono segnalati e si distinguono poiché riescono ad essere sostenuti dai potenti: è dunque l’epoca del Mecenatismo. Alla morte del padre, che lavorava presso la famiglia d’Este, Ariosto si trova a dover sostenere una famiglia molto numerosa e ad affrontare problemi economici molto difficili. Ariosto avrà sempre il rammarico di non essersi mai potuto dedicare appieno alla sua vocazione, cioè quella letteraria. Era stato inizialmente indirizzato dal padre agli studi di carattere giuridico, ma poi gli interrompe, scoprendo la sua vocazione letteraria. Fondamentale per lui è l’incontro con l’umanista Pietro Tempo. Ariosto comprende questa sua vocazione, ma ha anche una forte necessità economica, perciò comincia ad allacciare i rapporti con la famiglia d’Este. Lavora prima con Ercole I d’Este, poi con il cardinale Ippolito d’Este. Viene impiegato per attività di carattere diplomatico, cura cioè le relazioni della famiglia d’Este con altre realtà. Uno dei suoi interlocutori, per esempio, è il papa. Ciò che Ariosto lamenta, anche nelle sue opere, è appunto il fatto di non riuscire a fare il letterato, di non potersi dedicare a ciò che egli ha più a cuore, essendo inoltre sottoimpiegato come un segretario in attività di carattere amministrativo. Non potrà sottrarsi a questo, se non nel momento in cui, nel 1517, il cardinale Ippolito d’Este gli fa una “proposta indecente”. Ariosto sarebbe costretto a seguire il cardinale in Ungheria. Ariosto si rifiuta di farlo, perché lui è molto legato alla città di Ferrara, sia perché è la sua città, sia perché lì ha conosciuto Alessandra Bellucci, donna prima sposata, poi vedova. Nel momento in cui la donna diventa vedova, Ariosto non riesce a sosarla poiché, per questioni economiche, era entrato negli ordini minori, i quali non potevano sposarsi. Ariosto voleva una vita semplice, tranquilla, serena, così si spiegherebbe il suo rifiuto di andare in Ungheria. Tuttavia, le emergenze e le urgenze di carattere economico, costringono Ariosto ad accettare ancora una volta un incarico, questa volta alle dipendenze di Alfonso d’Este. Sembra che con questo incarico Ariosto abbia finalmente raggiunto la serenità, ma non è così; infatti, poco dopo, Alfonso d’Este gli offre il governo della Darfagnana, una regione di proprietà degli estensi, ma ora infestata dai briganti. E’ costretto quindi ad un incarico che lo costringe lontano da Ferrara (1522). Con questo incarico, Ariosto dimostra di essere capace di governare anche una regione così difficile e così turbolenta, ottiene quindi degli ottimi risultati.
Ma questa non è la sua vocazione. Riusciamo a sapere i sentimenti che Ariosto provava grazie alle sue opere. Una di queste è quella delle sette satire. Una caratteristica della satira, genere latino, è la varietà. La parola satira ha una doppia accezione: satura lans, riferito al pianto, ma satira in latino vuol dire anche pieno, quindi una poesia piena, quasi ironica.
Ariosto si ispira ad un autore latino, Orazio, passato alla storia per aver scritto le satire. Questo genere letterario si caratterizza per la varietà di argomenti. Il cibo è la metafora della letteratura: alludendo ad un piatto, il cibo è l’argomento della satira. Orazio è l’autore della mediocritas, cioè la moderazione, l’equilibrio. Nelle sue opere, Orazio si rivolge sempre a qualcuno, perciò si parla di stile dialogico.
Nelle sette satire, Ariosto trattano diversi argomenti, per esempio il rifiuto di andare in Ungheria, il racconto di ciò che gli è accaduto in Garfagnana. Non vuole fare esperienza dei posti, non vuole allontanarsi dalla città in cui vive la donna che ama. Un altro tema delle sette satire riguarda l’educazione del figlio. Ariosto si chiede se è importante la cultura umanistica e si lamenta di non essere stato in grado di imparare il greco, a causa delle sue condizioni economiche. Sottolinea anche la necessità di avere una preparazione di carattere umanistico.
Un’altra satira è dedicata al cugino, che sta per sposarsi: si parla quindi delle donne e del matrimonio.L
‘approccio è di carattere ironico. Ariosto dimostra di non voler essere ambizioso, ma di aspirare a una vita tranquilla dal punto di vista economico, che gli consenta di dedicarsi a quell’otium di cui è appassionato. Ariosto ha molto del rinascimento; lo apprezziamo anche nella sua capacità di fare autocritica.
Orazio, a differenza degli altri autori latini, è colui che riesce a guardare e a descrivere per la prima volta i vizi degli altri con un sorriso; anche lui, infatti, si ritiene capace di sbagliare. La stessa cosa farà Ariosto. Ariosto è ironico perché fa autocritica di se stesso, dei suoi stessi difetti, riconosce quindi le debolezze degli altri perché le individua in se stesso. Questo è il risultato dell’Umanesimo e del rinascimento: al centro c’è l’uomo, con la sua forza, la sua capacità e il suo equilibrio; questo è ciò a cui aspira Ariosto.
L’opera più importante di Ariosto è l’Orlando furioso. Orlando è un personaggio serio, ma in quest’opera diventa pazzo, pazzo d’amore per la bella Angelica. Orlando era ritenuto il migliore di tutti, ma ora si riduce ad essere il peggiore. Questo personaggio così serio, consegnato dalla tradizione, diventa l’emblema dell’uomo moderno. L’uomo che ha dato il meglio, ma deve riconoscere anche la sua debolezza. Un’idea del rinascimento, come ricorda Machiavelli, è che l’uomo deve trovare un equilibrio tra la parte razionale e la parte bestiale. Ariosto dimostra attraverso la vicenda di Orlando le debolezze dell’uomo. Angelica non ricambia l’amore di Orlando. Orlando impazzisce, fa una strage di uomini e poi rinsavisce, nel momento in cui Astolfo, un palladino, ritrova Orlando in un’ampolla, non sulla terra, ma sulla luna. Astolfo, grazie al cavallo alato, l’ippogrifo, andrà sulla luna a recuperare il senno di Orlando. Questa allegoria vuole significare che sulla terra gli uomini non riescono a ragionare, ma impazziscono. Astolfo rimane infatti sbalordito quando, una volta arrivato sulla luna, trova tantissime ampolle, ognuna contenente il senno di tutti quegli uomini impazziti sulla terra.
In quest’opera è presente anche il tema della magia. La magia, nell'opera dell'Orlando furioso, rappresenta la capacità di modificare la realtà, perciò l'artista si sente come un piccolo Dio sulla terra. La forma più alta dell'espressione delle capacità umane è la poesia. L'elemento magico è quindi la capacità dell'artista di creare un mondo credibile e tangibile quanto quello materiale.

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