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Città e Campagna

Dallo studio delle maggiori opere scritte dai quasi contemporanei poeti Virgilio e Orazio, risulta evidente agli occhi del lettore in entrambe le bibliografie la presenza di elementi in comune, per quanto riguarda sia le tematiche e il modello letterario sia lo stile di vita del poeta stesso. L’elemento “di raccordo” tra i due autori che più mi ha appassionata è il tema della campagna, della serenità del mondo agreste in contrapposizione alla frenesia della città.

Publio Virgilio Marone nacque nel villaggio di Andes nel mantovano nel 70 a.C. da una famiglia agiata di proprietari terrieri che poté garantirgli un’educazione raffinata nei centri di Cremona, Milano, Roma e Napoli.
Il dramma delle guerre civili a Roma stimolò certamente l’autore a comporre la sua prima opera, le Bucoliche, nel quale emerge la profonda conoscenza del mondo agreste, dovuta al suo stile di vita fuori dalle grandi città.

Virgilio fu uno dei maggiori esponenti del circolo di Mecenate, ministro di Ottaviano, e si impegnò con la sua poesia ad esaltare il progetto politico augusteo che si basava sulla pace (pax romana) e sull’ordine.
Della biografia dell’autore conosciamo quasi esclusivamente le date che riguardano la composizione delle sue opere: nel 38 a.C. le Bucoliche, nel 30 a.C. le Georgiche, dal 30 al 19 a.C. l’Eneide.
Virgilio morì proprio nel 19 a.C. a Brindisi, appena dopo aver compiuto un viaggio in Grecia, a causa delle precarie condizioni di salute.

L’opera di cui mi sono principalmente interessata, per quanto riguarda la tematica centrale da me affrontata, sono le Bucoliche.
La scelta del titolo Bucoliche (<βυκολικά) e del genere letterario, vale a dire il componimento di argomento pastorale, richiama subito alla mente gli Idilli del poeta ellenistico Teocrito da Siracusa (III sec. a.C.), iniziatore di tale genere.
È evidente l’intento di ritrarre un paesaggio, quello dell’indefinito spazio geografico dell’Arcadia, in cui regnano l’atemporalità e l’irrealtà, per dimenticare della vita quotidiana.
Nonostante il forte richiamo a quel λάθη βιώσας dell’epicureismo, dove è saggio chi vive nell’indifferenza, emerge dal testo una forte influenza della realtà storica quotidiana, di un hic et nunc tipicamente neoterico. Virgilio per ovvi motivi non ha potuto né voluto rimanere indifferente di fronte alle guerre intestine a Roma e agli sconvolgenti avvenimenti politici e questo fatto ci è testimoniato direttamente dai suoi testi che ne sono intrisi.

L’ecloga I è il componimento più rilevante per affrontare il tema della vita agreste e allo stesso tempo il più autobiografico e legato alla storia. Tale ecloga narra l’incontro fra due pastori: Melibeo, al quale sono stati confiscati tutti i terreni, e Titiro, felice poiché al contrario ha potuto conservarli. È chiaro qui il rimando alla confisca dei beni degli anni 42-41 a.C. per cederli ai veterani dopo la battaglia di Filippi.
Il gruppo di versi per me più rilevante comprende i versi 19-35 nei quali, annunciata da Titiro la figura di un deus, si arriva a descrivere la grandezza di Roma, in evidente contrapposizione con la vita di campagna e la triste condizione di Melibeo, privato delle proprie terre.
Suscita un grande stupore nel pastore Melibeo il viaggio di Titiro a Roma, come se questo viaggio avesse in sé un ché di eroico, come se fosse un’impresa ai confini dell’ignoto. Ciò evidenzia il grande contrasto tra due mondi opposti, quello frenetico della città e quello sereno della campagna. Il pastore-contadino è come chiuso in una campana di vetro dal momento che l’unica realtà che conosce è quella agreste, nel cui contesto è nato e sarà destinato a morire, come tutti i suoi avi e i suoi nipoti in futuro. Anche Titiro, prima che partisse per il suo viaggio nel “nuovo mondo” alla ricerca di fortuna, o meglio libertas come dice lui stesso, era completamente ignaro di ciò a cui andava incontro. Per lui l’Urbs risultava esistere solamente in una dimensione quasi paranormale, un luogo irraggiungibile frutto delle leggende popolari, simile ai loro villaggi ma più grande, come i cuccioli sono simili alle cagne. Al ritorno dal suo viaggio, Titiro sembra aver acquisito una certa consapevolezza che prima gli mancava: si è allargata la sua visione, si è fatta strada in lui quell’idea di progresso, di movimento che è propria della città.
E qui è evidente il richiamo alla politica di Augusto e alle sue opere per riportare Roma allo splendore nell’ottica di una pax romana. Infatti, nonostante l’attuale disperazione di Melibeo, si prospetta l’arrivo di un deus che ripristinerà una condizione di benessere per tutti.

Quinto Orazio Flacco nacque nell’Italia meridionale, precisamente a Venosa, nel 65 a.C. da un padre liberto (‘libertino patre natus’) che possedeva un piccolo appezzamento di terra. Si trasferì prima a Roma poi ad Atene per la sua istruzione; incontrato Bruto dopo l’uccisione di Cesare, si arruolò con lui e partecipò alla battaglia di Filippi (42 a.C.). Nel 38 a.C., grazie agli amici Virgilio e Vario, conobbe Mecenate, il quale poi gli concesse un podere nella Sabina (32-33 a.C.).
Nel 35 a.C. pubblicò il primo libro delle Satire, nel 30 a.C. gli Epodi e il secondo libro delle Satire, nel 23 a.C. i primi tre libri delle Odi, nel 20 a.C. il primo libro delle Epistole, nel 17 a.C. il Carmen Saeculare e nel 13 a.C. l’ultimo libro delle Odi.
Nonostante il poeta visse in un periodo politico difficile per la città di Roma e facesse parte del circolo di Mecenate, egli preferì condurre una vita ritirata secondo gli ideali di moderazione dell’epicureismo.
L’autore morì nell’8 a.C., poco dopo la morte di Mecenate.

Il componimento oraziano che ho deciso di prendere in considerazione per svolgere un confronto con Virgilio sono Le Satire, opera nella quale l’autore si dedica con cura alla riflessione sugli uomini e sul mondo, come suo padre gli aveva insegnato. L’autore La Penna indica tale riflessione come uno spunto morale per il proprio giovamento: “la critica non è mai, o quasi mai, irritato moralismo […]: i vizi altrui come “deterrente” per migliorare se stessi”.

Come già accennato, Orazio è strettamente legato alla figura del padre, un liberto, il quale nonostante la condizione sociale, gli aveva garantito una vita decorosa e un’istruzione raffinata. Ciò emerge già nella Satira I, 6, dove, oltre alla reverenza nei confronti del padre, è già espresso il confronto campagna-città. Riporto i versi in italiano: Chi avesse osservato i vestiti / e gli schiavi al mio séguito, / come usa nelle grandi città, / avrebbe creduto che un patrimonio avito / mi permettesse quelle spese. / […] Mai avverrà, finché avrò senno, / ch’io mi vergogni di un simile padre. […] (Sat. I,6, 79-92).
La vita del poeta sembra dunque segnata da forti contrasti interni: come sappiamo si arruolò con l’esercito dei cesaricidi, ma in seguito cercò di giustificare quest’azione empia.
Canali, nella sua Identikit dei padri antichi, dice di Orazio: “è figlio d’una delusione libertaria, o meglio d’un inganno ideologico che aveva mistificato la difesa del privilegio oligarchico come rivendicazione di libertà sotto le bandiere del cesaricida Bruto”. Quindi le grandi contrapposizioni tra povertà e ricchezza, stato di liberto e nobiltà, cominciano ben presto a turbare la serenità di Orazio, il quale ci appare dotato di una personalità sempre più ambigua e complessa: e di ciò vi sono prove evidenti che pullulano in tutti i suoi testi.
Di nuovo il commento di La Penna per quanto riguarda la struttura dei componimenti: “Gli elementi ‘popolari’ sono quasi tutti nel lessico […] e il carattere quotidiano del sermo viene corretto con la urbanitas e lo stile conversevole tende a diventare più precisamente uno stile medio, lontano, come la vita dell’autore, sia da raffinatezza sia da sordidezze e volgarità”. Quindi nonostante si possa notare una continuità con quella spontaneità “naturale” (v. La Penna) di Catullo oppure ancora di Virgilio, lo stile oraziano è più costruito e calcolato.
Entriamo ora nel vivo del confronto con la Satira II, 6. Ci troviamo all’incirca nel 33 a.C. ed è un momento di gioia per il poeta: egli infatti ha appena ricevuto in concessione dal caro amico Mecenate un podere nella Sabina. Tanto grande è la riconoscenza per Mecenate che il poeta gli dedica l’intero sermo, esprimendo con felicità l’avvenuta realizzazione dei suoi desideri (‘Hoc erat in votis’ v.1) e si fa strada l’importanza di quell’angulus dove ritirarsi. Orazio si dichiara ormai lontano dai fastidi urbani, quali le ambizioni da un lato e il clima insalubre dall’altro, e ricorda la “stressante routine”, per dirlo in termini moderni, che viveva a Roma. Orazio infatti, al contrario del personaggio virgiliano Titiro, trova la propria libertà proprio nel liberarsi della città. Si apre così un susseguirsi caotico di domanda-risposta che rende visivamente il disagio subìto dal poeta nella sua vita urbana, accerchiato dalla folla soffocante, petulante, e la conseguente nostalgia per la tranquillità agreste (‘O rus, quando ego te aspiciam?’ v.60). Ecco che a questo punto Orazio si sofferma sulla descrizione di una sorta di simposio “campagnolo”, “campestre”, inteso come un momento di condivisione e del conversare serale, ben diverso dal tipico simposio “alla greca”, ben più rigido e sottoposto a precisi standard. È proprio all’interno della rievocazione del simposio che il poeta mette in bocca all’amico Cervio il racconto “della nonna”, di origine folklorica, cioè l’apologo finale sul topo di campagna e il topo di città. La favola è di evidente derivazione esopea, passata però per quel vortere/vertere, tipico dei Romani, dell’autore che opera sulla favola originale attribuendone però una maggiore dignità letteraria e adattando alcune parti alla luce di una morale di gusto romano. In seguito l’autore Fedro (20/15 a.C. circa – 51 d.C. circa) riprenderà la medesima favola ispirandosi in parte ad Esopo ed in parte ad Orazio, certamente più vicino alla sua cultura.
La visione filosofica che emerge dal brano oraziano è senza ombra di dubbio quella epicurea - mutuata in parte anche dagli scritti lucreziani - nella quale si predicano ideali di μετριώτης (moderazione, c’è una misura in tutte le cose) e di αὐτάρκεια (autosufficienza; ἀπονία e ἀταρασσία).

Azzarderei ora un salto nell’attualità, per vedere qual è oggi il divario tra campagne e città per chi non gode di una posizione sociale privilegiata, proprio come Orazio al tempo. Ecco cosa ci rivela il rapporto dell’UNICEF del 2012: “Per molti la metropoli è garanzia di protezione, benessere, istruzione e accesso ai servizi sociali. Ma per centinaia di milioni la realtà urbana è quella degli slum, del lavoro precoce, delle carenze dei beni più essenziali: acqua potabile, fognature, scuola, cure mediche e sicurezza”. Sembra quindi che per molti la città non sia più quel grande sogno come nell’immaginario virgiliano, ma nemmeno quella realtà frenetica proposta da Orazio: è quasi difficile proporne una definizione.
Cambiando ancora punto di vista, ho trovato un’interpretazione molto interessante per quanto riguarda l’urbanizzazione tratta dal saggio Ciò che non è civile è rurale, non incivile di Fabio Baroni. Egli dice: “la cultura urbana è lontana dall’ ambiente, è una cultura che si rifà al progressismo […] dove l’essere umano vive convinto che attraverso l’acquisizione progressiva delle conoscenze delle leggi naturali riuscirà a sottomettere ogni cosa al suo volere attraverso la scienza. Una cultura che si estrapola dal contesto reale in cui si sviluppa, come se fosse isolata sotto una campana di vetro, mancante di attitudine relazionale e presuntuosamente saccente al punto di pensare di poter contenere e regolare ogni fenomeno naturale”.

Concludo con una citazione, a mio parere molto attuale, tratta da un servizio del TG2 sul padiglione della Cina presente all’EXPO di Milano proprio ora: “è straordinario il passaggio dal passo lento della campagna a quello frenetico della città”.

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